L'informazione quotidiana in Cuneo e provincia

18 luglio 2026

editoriale

Il profeta, la religione, lo straniero

15 settembre 2024

Cuneo

? (Con questo articolo Angelo Fracchia, biblista, inizia la collaborazione con La Guida) Nel dibattito politico, lo sappiamo, alcuni temi ritornano periodicamente, a volte anche a sproposito. Uno di questi riguarda il modo di gestire l’immigrazione in Italia. Siamo consapevoli che si tratti di una questione epocale, che ci ha visti in pochi anni passare da stato di emigrazione a paese di immigrazione (e oggi, si direbbe, principalmente di passaggio). Ma al di là di tante considerazioni che altri potrebbero impostare molto meglio di me, a volte mi colpisce la virulenza con cui posizioni di chiusura e respingimento vengono motivate con argomentazioni religiose. Al di là della legittimità di tante posizioni politiche, su questo si può provare a dire, da biblista, qualcosa di più argomentato. Anche perché nel Primo Testamento non mancano pagine che ci possono sembrare molto dure e decise, con l’invito a sterminare tutto ciò che appartiene ai popoli presenti nella terra promessa: questo viene chiesto a Giosuè (Gs 5-6; 8,2.27) e prima di lui a Mosè (Dt 7,2; 20,17). E quella discriminazione sembra addirittura essere data per scontata da Gesù: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini» (Mt 7,27). Qui entriamo anche in un discorso più ampio, che è il modo con cui leggere la Bibbia. Una lettura diretta, immediata, che prenda ciò che viene detto e lo applichi direttamente al nostro mondo, è problematica sia perché quelle parole non sono state scritte oggi nel nostro contesto culturale, sia perché si contraddicono con altre parole. Quindi? Che cosa dobbiamo fare? Rassegnarci a non usarla? Ciò che c’è da fare è ciò che applichiamo anche nella nostra vita: se andiamo a contare, la maggior parte delle parole che diciamo in una settimana sono banalità. Spesso, addirittura, non sono cose che pensiamo davvero. Ma se mi trovo a scambiare due parole al bar con una persona mai vista prima e che probabilmente non vedrò più, ci starò anche a dire “Ma sì, l’importante è la salute!”, anche se poi magari non lo penso. Anche noi, però, riconosciamo che alcune parole, dette in contesti particolari, valgono di più e sono più autentiche. Succede lo stesso con la Bibbia. Ad esempio, quegli inviti a sterminare tutto esistono, ma non sono poi così numerosi. E soprattutto sono contraddetti nei libri stessi che sembrano ribadirli: nel libro di Giosuè, ad esempio, si citano una serie di popolazioni sterminate (cananei, ittiti, perizziti, evei, gebusei) che o non sono citate da nessun altra fonte storica mai, tanto che sembrano essere inventati, oppure continueranno a essere presenti nella terra di Canaan (cananei, ittiti, gebusei). Insomma, non solo chi conosceva la storia, ma anche chi leggeva solo i libri biblici, poteva farsi venire molti dubbi, o dirsi che “Sì, in teoria avremmo dovuto distruggere tutti, ma poi non l’abbiamo fatto”. Ma tra le tante pagine che si potrebbero citare e che invitano all’accoglienza e all’amore dell’estraneo («perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto»: Lv 19,34), una è probabilmente più sconcertante. Amos è un profeta di Giuda che ha predicato a Samaria (quindi in un altro stato, per quanto simile e vicino) durante l’VIII secolo a.C., in un’epoca in cui il regno del nord, Israele, era relativamente ricco. Siamo molto prima di qualunque apertura universalistica: l’esilio e il “secondo Isaia” sono ancora inimmaginabili. Eppure Amos rimprovera i suoi contemporanei ricorrendo a immagini arditissime: «Non siete forse per me come i figli di Kush, o figli di Israele? Non ho forse condotto Israele fuori dal paese d’Egitto, i filistei da Caftor e gli aramei da Qir?» (Am 9,7). L’allusione all’uscita dall’Egitto è facile, rimanda a Mosè e all’Esodo, mito fondante di Israele. Ma, quasi mescolati, Amos aggiunge anche un accenno ai “figli di Kush”, ossia agli etiopi, popolazione nera, camita, lontana nel sud, assolutamente trascurabili per tutto il resto della Bibbia. E poi accenna al fatto di aver fatto insediare nel loro paese anche gli aramei, seminomadi guardati con disprezzo e spesso sconfitti dagli ebrei, e addirittura i filistei, antichi giuratissimi nemici. Come se nulla fosse, in tempi estremamente lontani, il “Dio di Israele” sostiene di essersi preso cura anche di popolazioni trascurabili o addirittura nemiche degli ebrei. Prima che si iniziasse a riflettere con serietà sull’originalità di Israele, il suo Dio sosteneva già di essere Dio di tutti, anche di coloro che non lo conoscono, e di averli a cuore allo stesso modo: israeliti, etiopi, filistei, aramei, italiani, somali, marocchini, libici, senegalesi…    
Italia Religione Respingimento Immigrazione Pirtomaso Bergesio