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Mercoledì 12 dicembre 2018

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Visto con voi: “La bohème” al Regio

La Guida - Visto con voi: “La bohème” al Regio

Quando “La bohème” andò in scena per la prima volta (al Teatro Regio di Torino, direttore d’orchestra Arturo Toscanini giovanissimo: era il 1° febbraio 1896), il critico de “La Stampa” stroncò il capolavoro di Puccini come un passo falso del musicista di Lucca. “Non lascerà grande traccia nella storia del nostro teatro lirico”, scrisse infatti Carlo Bersezio,  previsione presto smentita dai fatti: il melodramma divenne presto ed è tuttora una delle opere più amate e rappresentate. La sfortunata vicenda d’amore tra un poeta squattrinato, Rodolfo, e una ricamatrice altrettanto indigente, Mimì (che alla fine morirà di tubercolosi come la Violetta de “La traviata”), piacque e piace per la bellezza dei dialoghi cantati e delle arie (“Che gelida manina”, “Sì, mi chiamano Mimì”, “Vecchia zimarra”), la modernità già quasi novecentesca del linguaggio musicale usato e il realismo dell’ambientazione (il Quartier Latin parigino del 1830), che sembra interessare a Puccini più che la stessa storia.120 anni dopo, “La bohème” è tornata al Teatro Regio per l’inaugurazione  –  il 12 ottobre – della stagione 2016-17  in un nuovo allestimento curato da Àlex Ollé, lo stesso regista che ha curato la “Norma” della Royal Opera House, di cui si è parlato qui in occasione della proiezione nei cinema di mezzo mondo della replica del 26 settembre scorso.Se però nelle scelte sopra le righe che hanno ispirato la messinscena dell’opera di Bellini, Ollé non ha fatto dimenticare il suo curriculum (è un pilastro del collettivo catalano di teatro sperimentale “La Fura dels Baus”), in questa regia pucciniana non ha proposto, invece, nulla di drastico o controcorrente ma “solo” un’attualizzazione dell’opera. Per lui il ruolo e le caratteristiche che aveva nell’Ottocento un luogo come il Quartier Latin, concentrato allora di artisti e studenti non proprio danarosi,  ora è ricoperto da luoghi periferici, spesso multietnici e multiculturali.  Aiutato dal suo scenografo di fiducia (Alfons Flores, lo stesso della “Norma”), ha trasferito così la storia in mezzo a casermoni anonimi, in appartamenti freddi e insalubri come nell’Ottocento, in locali non proprio per famiglie e in una piazza che sembra quella di Belleville, oggi uno dei luoghi più meticci di Parigi, in un giorno di mercato.Di conseguenza, anche il costumista Lluc Castells ha scelto per i cantanti, il coro e le comparse (prostitute, venditori ambulanti e spazzini con tanto di gilet fosforescente) i vestiti a basso costo che ci s’immagina di vedere indosso agli abitanti di una “banlieue” di una metropoli del XXI secolo.Apparentemente forzata, l’operazione ha invece funzionato, rendendo credibile lo spostamento temporale e mostrando nuovi aspetti d’attualità di un’opera che, tutto sommato, racconta le vite precarie di un gruppo di giovani non ancora troppo disincantati.Grazie alla potente direzione dell’Orchestra del Regio affidata a Gianandrea Noseda, la messinscena è divertente, emozionante e commovente (molto commovente) come ci si aspetta, d’altronde, da “La bohème”.Chi può, non se la perda. Ci sono ancora quattro repliche: martedì 18 alle 15 (con il secondo cast, in cui svetta il Rodolfo di Iván Ayón Rivas), mercoledì 19 (primo cast) e giovedì 20 (secondo cast) alle 20 e, infine, domenica 23 alle 15 (ancora con il primo cast).

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