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Montemale: il torchio, il forno, il rumore dei ricordi e la vita nuova dei nostri giorni

Un paese ancora vivo grazie a chi è rimasto, a chi ha trasformato un'attività di famiglia in un punto di riferimento per la comunità e a chi ha scelto di venire a vivere qui

Cinzia Dutto 26 luglio 2026

Montemale



Tic tac, tic tac.

È il primo rumore che riaffiora nella memoria di chi qui è nato e cresciuto. Non è il suono di una campana, né quello di un torrente. È il vecchio torchio dell’uva, oggi esposto all’ingresso del paese quasi a dare il benvenuto a chi arriva, ma per tanti anni cuore pulsante della vita di Montemale.

“Si sentiva tutta la notte”, raccontano Marcello Ellena e il sindaco Albino Dao.

Il torchio apparteneva alla famiglia Dao ed era l’unico del paese. Durante la vendemmia diventava il punto d’incontro di tutta la comunità. Una famiglia dopo l’altra arrivava con i propri grappoli, aspettava il suo turno, chiacchierava, si dava una mano. E intanto quel “tic tac, tic tac” continuava a scandire le ore fino all’alba.

“Allora quasi tutti avevano una vigna”, ricorda Marcello. Si coltivavano soprattutto Barbera e Neretto e chi aveva qualche filare in più vendeva anche il vino. Oggi quelle vigne sono scomparse. “L’ultima l’ho tolta io, prima di andare militare”, dice con un sorriso che sa un po’ di nostalgia e un po’ di consapevolezza: il mondo è cambiato, e anche la montagna.

Se il torchio era il cuore della vendemmia, il forno era quello della quotidianità.

Anche quello apparteneva alla famiglia Dao e, come il torchio, era a disposizione di tutti. Ogni famiglia arrivava con il proprio impasto e con un fascio di fascine sulle spalle per alimentare il fuoco. Quando il pane era cotto, nessuno se ne andava senza aver lasciato una pagnotta come ringraziamento. Nessuno lo imponeva. Era semplicemente il modo in cui funzionava una comunità che aveva imparato a condividere molto prima che questa parola diventasse di moda.

Seduti davanti alla Trattoria del Castello, Marcello Ellena e Albino Dao si passano i ricordi con la naturalezza di chi li ha raccontati tante volte, ma continua a emozionarsi. “Quando ho iniziato le elementari eravamo ventidue bambini”, ricorda Marcello. Ventidue. Oggi sembra quasi un numero impossibile per un piccolo paese di montagna. Eppure era la normalità. Fino a quella notte in cui il tetto della scuola crollò. Per fortuna l’edificio era vuoto e nessuno si fece male, ma le lezioni dovettero essere trasferite in un altro posto. Lì, però, mancavano persino i servizi igienici.

“Quando dovevamo andare in bagno alzavamo la mano e attraversavamo la strada”, raccontano sorridendo. Il bagno era quello esterno della famiglia Ellena, il papà di Marcello lo metteva a disposizione dei bambini. Oggi sembra quasi incredibile immaginare una scena del genere, ma allora nessuno ci trovava nulla di strano. Era semplicemente un altro modo di aiutarsi. Non c’era un posto per mangiare, nella nuova scuola improvvisata e così, i bambini, con il piatto in mano, mangiavano sulle scale esterne, uno vicino all’altro.

I ricordi continuano senza bisogno di fare domande.

“Le prime banane le abbiamo viste grazie ai seminaristi”, racconta Marcello. Per tanti anni il grande castello di Montemale ospitò i ragazzi del seminario di Genova durante l’estate. Furono loro a portare quei frutti che, per molti bambini, erano qualcosa di completamente sconosciuto.

E poi ci sono le prime sardine. Anche quelle sono legate a un momento preciso. “Le abbiamo mangiate quando abbiamo coperto il tetto della casa, nel 1967”. Oggi una scatoletta di sardine o una banana sembrano cose banali. Allora bastavano a trasformare una giornata qualunque in un ricordo destinato a rimanere tutta la vita.

È curioso come la memoria scelga cosa conservare. Non trattiene i grandi avvenimenti, ma il rumore di un torchio che lavora nella notte, il profumo del pane appena sfornato, il vociare di ventidue bambini in una scuola di montagna, la sorpresa davanti a una banana o il sapore delle prime sardine condivise in una giornata di festa. Si ricordano anche di un curioso servizio navetta che portava i residenti ogni settimana al mercato e doveva fare parecchi giri per accontentare tutti. Forse è proprio così che si misura la ricchezza di un paese.

Quel rumore oggi non accompagna più le notti di Montemale. Il torchio è rimasto, custodito all’ingresso del paese come un testimone silenzioso di ciò che è stato, ma intorno a lui il paese ha continuato a cambiare.

Adagiato sul crinale che divide la Valle Grana dalla Valle Maira, Montemale conta oggi poco più di duecento residenti distribuiti in numerose borgate, molte delle quali nel tempo si sono spopolate o sono diventate seconde case. Eppure basta passeggiare tra le sue vie per capire che qui non si respira rassegnazione.

Negli ultimi anni l’amministrazione ha lavorato molto per rendere il paese sempre più curato e accogliente. Le piazzette, i vicoli, gli scorci panoramici e gli spazi comuni raccontano un borgo che ha scelto di valorizzare la propria identità senza perdere autenticità. “Cerchiamo di renderlo sempre più bello e vivibile”, racconta il sindaco Albino Dao, nato e cresciuto qui. Si percepisce chiaramente quanto sia orgoglioso della sua terra.

Essere sindaco qui, però, significa fare molto più che amministrare.“Bisogna fare un po’ di tutto” dice sorridendo.

E non è soltanto un modo di dire. Qualche giorno prima del nostro incontro, dopo il temporale della notte, alle sette del mattino era già lungo la strada con la motosega per liberare la carreggiata da una pianta caduta. Nei piccoli comuni succede anche questo: il sindaco è il primo a intervenire quando c’è un problema e spesso conosce uno a uno i suoi concittadini.

Montemale, però, non vive solo grazie a chi lo amministra. Vive perché c’è una comunità che continua a crederci. Lo dimostrano le tante iniziative organizzate durante l’anno, grazie anche a una Pro Loco giovane e intraprendente, capace di coinvolgere residenti e visitatori. L’obiettivo è semplice: fare in modo che chi arriva a Montemale non si limiti a passarci, ma abbia voglia di fermarsi.

Il sogno del sindaco è quello di vedere tornare nuove famiglie e di vedere il Castello, oggi abbandonato, sistemato e trasformato in un punto di attrazione per questo piccolo meraviglioso paesino di montagna.



“Abbiamo riqualificato il borgo, c’è persino la fibra, ma servirebbero case in affitto. Le persone dovrebbero poter provare a vivere qui, capire cosa significa abitare in montagna e poi scegliere se farne davvero la propria casa”.

È un desiderio che, ascoltando gli abitanti, sembra appartenere un po’ a tutti. Se oggi Montemale continua a essere un paese vivo, una parte importante del merito passa da una porta che ogni mattina si apre.

È quella del bar-bottega della famiglia Ellena.

Nei piccoli paesi una bottega non è soltanto un negozio. È il posto dove si entra per comprare il pane e si finisce per fermarsi a bere un caffè. Dove si chiedono notizie, si scambiano due parole, si aspetta qualcuno. È uno di quei luoghi che, senza fare rumore, tengono insieme una comunità.

La storia inizia nel 2002. L’allora amministrazione, preoccupata dalla progressiva scomparsa dei servizi, partecipò a un bando contro la desertificazione commerciale. Marcello e la moglie Mirella decisero di raccogliere la sfida. Acquistarono un edificio e aprirono una piccola bottega di alimentari.

“Siamo partiti da lì”, racconta Marcello. Poco alla volta arrivò il bar, con qualche tavolino e un bancone. L’anno successivo sopra alla bottega, non senza qualche timore, aprì anche una piccola trattoria con una ventina di coperti. Mirella frequentò i corsi necessari per mettersi dietro al bancone, imparò un mestiere nuovo e la famiglia iniziò un’avventura che dura ancora oggi. Negli anni il locale è cresciuto insieme a loro. Oggi la Trattoria del Castello dispone di sette camere, cinque delle quali con cucina, e richiama clienti da tutta la provincia, ma anche tanti francesi che, spesso, arrivano fin quassù per ritrovare le proprie origini e ricostruire la storia della loro famiglia. “Quando siamo chiusi - raccontano sorridendo -, la domenica il paese sembra fermarsi”.

Anche i figli hanno scelto di continuare questa storia. Gabriele aveva appena dodici anni quando i genitori aprirono la bottega. Crescendo iniziò ad aiutare in cucina, poi arrivò la scelta dell’alberghiero quasi naturale. “Forse da giovane era il momento di andare un po’ in giro - racconta -. Ma qui c’era lavoro e sono rimasto”.

Oggi è lui a guidare la cucina della trattoria, legata al territorio. La pasta fresca viene preparata in casa, mentre i piatti raccontano la Valle Grana e la Valle Maira attraverso ingredienti come il Castelmagno, le acciughe e i prodotti delle aziende locali. Qualche proposta più creativa non manca, come l’uovo croccante con tuorlo morbido, ma senza perdere di vista quella cucina piemontese che chi arriva a Montemale si aspetta di trovare.



Accanto ai fornelli, però, c’è un’altra passione che la famiglia Ellena ha deciso di valorizzare. È quella per il tartufo nero pregiato, il Tuber melanosporum.

A raccontarlo è Fabrizio Ellena, l’altro fratello che ha cambiato la sua strada per rimare qui, che accompagna spesso gruppi e visitatori alla scoperta di una ricchezza ancora poco conosciuta della Valle Grana.

“Il tartufo qui c’è sempre stato - spiega -. Per anni, però, era poco conosciuto e valorizzato”.

Negli ultimi decenni alcuni appassionati hanno iniziato a credere nelle potenzialità di questo prodotto, realizzando tartufaie con piante micorrizzate e coinvolgendo anche altri proprietari di terreni. È stato un lavoro lungo, fatto di pazienza e di tanta attesa. Il tartufo, infatti, non è un raccolto che si improvvisa: possono servire anni prima che una tartufaia inizi a produrre. Quando arriva, però, regala grandi soddisfazioni. Diversamente dal più famoso tartufo bianco, quello nero sviluppa il meglio del suo profumo in cottura e durante l’inverno diventa uno dei protagonisti della cucina della Trattoria del Castello, dove viene proposto per far conoscere ai clienti una delle eccellenze del territorio. Anche questa, però, è una ricchezza fragile.

“Due anni fa sembrava che le tartufaie avessero finalmente raggiunto una buona maturità produttiva - racconta Fabrizio -. Poi sono arrivate estati sempre più calde e siccitose”.

Il tartufo si forma in primavera e trascorre mesi sottoterra. Temperature elevate e mancanza d’acqua compromettono facilmente la maturazione, rendendo ogni stagione una scommessa. È un altro segno dei cambiamenti che stanno interessando la montagna. Ma è anche la dimostrazione di quanto, a Montemale, si continui a credere nelle proprie risorse, cercando di valorizzarle senza perdere il legame con il territorio.

Tra chi ha deciso di scommettere su Montemale c’è anche Alessia Chiapale.

La sua storia è diversa, ma racconta la stessa voglia di costruire qualcosa in montagna. Per anni quella casa è stata il luogo delle vacanze della sua famiglia. Lei è cresciuta a Roccabruna e, d’estate o nei fine settimana, Montemale era il posto dove rifugiarsi. Suo nonno era il postino. Poi, insieme al marito, è arrivata una scelta che molti avrebbero definito controcorrente: trasformare quella casa nel luogo in cui vivere ogni giorno.

“Era un hobby- racconta - poi è diventato il mio lavoro”.

Oggi realizza e vende le sue creazioni artigianali alimentari e la sua azienda ha un nome davvero curioso “Cappuccetto Rosso” dato da sua figlia che è nata proprio in questo posto, ma sa bene che fare impresa in un piccolo paese richiede anche molta capacità di adattamento. “La parola chiave è muoversi. Se ti sposti, lavori”.

È una frase semplice, ma racconta bene la montagna di oggi. I clienti non arrivano da soli. Bisogna partecipare ai mercatini, creare relazioni, farsi conoscere. Per questo Alessia ha affiancato anche un’altra attività, che le permette di affrontare con maggiore serenità i mesi in cui il turismo rallenta. Eppure, nonostante le difficoltà, rifarebbe la stessa scelta. La sua fortuna, racconta, è poter contare anche sulla rete di persone che anima Montemale. Il bar-bottega della famiglia Ellena è uno di quei punti di riferimento per la vendita dei suoi prodotti e che fanno sentire meno soli e aiutano chi decide di costruire qui il proprio futuro.

In fondo è proprio questo il filo che unisce tutte le storie raccolte in paese. C’è chi è rimasto, come Gabriele e Fabrizio. C’è chi ha trasformato un’attività di famiglia in un punto di riferimento per la comunità. C’è chi, come Alessia, ha scelto di venire a vivere qui e c’è chi non è mai andato via come Marcello, Mirella e Albino.

Prima di lasciare Montemale ripasso davanti al vecchio torchio. È fermo ormai da tanti anni, eppure dopo aver ascoltato questa storia, quel “tic tac, tic tac” sembra ancora riecheggiare tra le case del paese.

Forse il rumore dei ricordi non appartiene al passato. È quello che continua a fare una comunità quando sceglie di tenere aperta una bottega, di accendere i fornelli di una trattoria, di organizzare una festa, di cercare un tartufo o semplicemente di credere che un piccolo paese possa avere ancora un futuro. A Montemale quel rumore non si è mai fermato.






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