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19 luglio 2026

montagna

Il Norat, la borgata di Roccabruna dove abitavano persone straordinarie

Le storie dei suoi abitanti raccolte e salvate dall'oblio dal dottor Renato Lombardo

Cinzia Dutto 18 luglio 2026

Roccabruna

Ci sono persone che invece di regalarti un oggetto ti regalano un luogo. È successo con il dottor Renato Lombardo. Durante una lunga chiacchierata mi ha fatto conoscere il Norat, storica borgata di Roccabruna, non attraverso una cartina o un libro di storia ma con gli occhi di chi ha saputo ascoltare per una vita intera i racconti dei suoi abitanti.

Ed è proprio così che è iniziato questo viaggio.

In realtà, tutto era cominciato molti anni prima. Negli anni Ottanta il dottor Lombardo lavorava come medico tra Castelmagno, Campomolino e la Valle Grana. Fu proprio allora che conobbe Giacomo, un anziano del Norat che aveva perso la vista. Durante l’inverno veniva ospitato a Campomolino grazie a Gianni De Matteis, una figura che molti ricordano come un autentico pioniere del volontariato in montagna. Attorno a Giacomo nacque spontaneamente un gruppo di amici che ogni giovedì sera si ritrovava a cena con lui. Li chiamavano semplicemente “quelli del giovedì”.

C’era chi andava per tenergli compagnia, chi per ascoltare i suoi racconti, chi perché, dopo una giornata di lavoro, trovava in quella cucina un luogo dove sentirsi a casa. Il dottor Lombardo aveva un altro obiettivo: cercava storie.

E Giacomo ne aveva una quantità.

Raccontava delle persone del Nurat, delle famiglie, dei soprannomi, dei mestieri, delle fatiche, degli emigranti, delle feste, dei drammi e delle piccole gioie quotidiane. Ogni sera riaffiorava un ricordo diverso e il medico iniziò a raccogliere quel patrimonio di memorie. Quando Giacomo si trasferì nella casa di riposo di San Pietro di Monterosso e venne a mancare, il dottor Lombardo capì che non poteva lasciare disperdere tutto ciò che aveva ascoltato. Intensificò le interviste agli anziani della borgata, confrontò i ricordi, cercò documenti e fotografie, fino a dare vita a un libro dedicato al Norat.

«Non sono le storie degli eroi - spiega - Sono le storie di una borgata di montagna. Per questo sono straordinarie.»

Il dottor Lombardo sorride mentre sfoglia il suo libro. «Qui dentro c’è tutto quello che so del Norat. Le storie grandi, ma anche quelle piccole.» Ed è proprio questo a colpire. Perché la storia di una borgata non è fatta soltanto di date e documenti, ma di uomini e donne che hanno vissuto, amato, lavorato e spesso lasciato queste montagne per cercare fortuna altrove. Basta sfogliare qualche pagina per incontrare famiglie intere partite verso la Francia, giovani diventati camerieri a Nizza, padri che hanno sacrificato una vita per costruire un futuro ai figli e nonni che hanno tramandato ricordi destinati a sopravvivere solo grazie alla memoria.

Per raggiungere Norat, ora, bisogna lasciare la strada principale e salire lungo il versante fino a quando la valle si apre davanti agli occhi. La borgata compare quasi all’improvviso, raccolta e armoniosa. Case in pietra, tetti in lose, archi, cortili, piccoli passaggi che sembrano collegare ancora oggi una famiglia all’altra. Non è un luogo che cerca di stupire. È uno di quei posti che si fanno conoscere lentamente.

Oggi il Norat è curato, vivo, abitato soprattutto durante la bella stagione. Le case restaurate convivono con quelle che conservano ancora i segni del tempo. Le finestre fiorite raccontano che qualcuno continua ad amare questo luogo e a tornarci appena possibile. Durante la festa della borgata le strade tornano a riempirsi di persone. Chi è nato qui, anche se vive lontano, sente ancora il bisogno di ritornare. Eppure il Norat che oggi appare tranquillo e raccolto era, un tempo, uno dei luoghi più importanti dell’intero territorio.

Pochi lo sanno, ma durante il Marchesato di Saluzzo il Norat rappresentava una sorta di capitale morale dell’attuale Roccabruna. Nei documenti più antichi il territorio non veniva identificato con il nome del capoluogo come lo conosciamo oggi, ma attraverso il Norat, che contava circa cinquecento abitanti. Un numero importante per una borgata di montagna.

Era un piccolo paese nel paese. C’era la chiesa, c’era il parroco, c’era la scuola, c’erano le osterie. Si coltivavano il frumento e la canapa. C’erano persone che tessevano, altre che allevavano gli animali, altre ancora che lavoravano la terra. La borgata era praticamente autosufficiente. Quasi tutto ciò che serviva per vivere veniva prodotto lì.

Lo spirito di comunità era una delle ricchezze più grandi. Quando, negli anni Trenta, si decise di costruire l’acquedotto che avrebbe portato l’acqua alle borgate del Norat e della Margaria, ogni famiglia avrebbe dovuto contribuire alle spese. Una di loro, però, non poteva permetterselo. Matteo Acchiardi, il padre di Giacomo, non esitò a mettere mano al portafoglio e coprì personalmente la quota mancante. Un gesto semplice, quasi naturale per quei tempi, che racconta meglio di qualsiasi descrizione cosa significasse vivere in una comunità dove il bene di uno diventava il bene di tutti.

Lassù, le giornate iniziavano all’alba. Le donne si dividevano tra la casa, gli animali e i campi. Gli uomini salivano nei prati con la falce sulle spalle. I bambini crescevano imparando presto il valore del lavoro e conoscevano ogni sentiero che collegava le borgate della valle. Le porte delle case rimanevano aperte e, quando qualcuno aveva bisogno di una mano, non serviva chiedere. I vicini arrivavano.

Era una vita dura, certo. Ma era anche una comunità nella quale ciascuno aveva un posto preciso. Anche i piccoli gesti diventavano ricordi da tramandare. Giacomo raccontava che suo nonno Giovanni, da giovane, aveva l’abitudine di riempirsi le tasche di castagne secche prima di andare alle veglie nelle stalle. Le regalava alle ragazze del paese, come fossero dolci preziosi. Pare che proprio una manciata di castagne sia bastata per conquistare Anna, la donna che sarebbe diventata sua moglie. Sono dettagli apparentemente insignificanti, eppure raccontano un modo di vivere in cui anche le cose più semplici avevano un valore enorme.

Passeggiando oggi tra le case è difficile immaginare quanto fosse animata questa borgata. Eppure, basta ascoltare i racconti del dottor Lombardo perché quelle vie tornino improvvisamente a popolarsi.

Tra tutte le storie raccolte una lascia senza parole. Sembra impossibile pensare che una borgata di montagna abbia dato i natali a uno dei più grandi calcolatori umani dell’età moderna.

Proprio al Norat, infatti, nacque quello che molti considerano il più grande calcolatore umano dell’età moderna, Giacomo Inaudi. Da bambino partì con il fratello maggiore per la Provenza. Era praticamente analfabeta. Non sapeva leggere né scrivere i numeri, ma possedeva un dono fuori dal comune. Durante le fiere osservava i contadini che non riuscivano a fare i conti ed iniziò ad aiutarli facendo i calcoli per loro mentalmente. Con il tempo quella capacità diventò straordinaria. Veniva invitato a esibirsi davanti a professori e studiosi. Ma il Norat non ha regalato soltanto un genio della matematica. Le sue storie parlano anche di emigrazione, sacrifici e destini che si sono incrociati con la grande Storia.

E poi c’è la storia che sembra uscita da un film. Anche questa parte dal Norat.

Matteo Acchiardi era uno dei tanti uomini del Norat emigrati in Francia. Per decenni il mestiere del cameriere rappresentò una delle principali opportunità di lavoro per gli abitanti della borgata. Come tanti giovani della valle, il ragazzo lasciò la propria casa per cercare fortuna. Fece il cameriere sulla Costa Azzurra, poi a Parigi, successivamente a Londra. Infine arrivò l’occasione che avrebbe dovuto cambiargli la vita: l’imbarco sul Titanic diretto verso l’America. Ad aspettarlo c’era la donna che amava. Prima della partenza lei gli regalò una spilla come portafortuna, promettendosi che al suo ritorno si sarebbero sposati.

Quel ritorno non ci fu mai. Il Titanic affondò nelle acque dell’Atlantico e con lui scomparve anche il giovane del Nurat. Secondo i racconti tramandati quella spilla sarebbe stata ritrovata durante il recupero degli oggetti appartenuti ai passeggeri del transatlantico.

Anche il padre di Giacomo aveva conosciuto il peso dell’emigrazione. Per quasi quarant’anni lavorò come cameriere a Nizza. Quando, nel 1939, le prime avvisaglie della guerra lo costrinsero a tornare definitivamente in Italia, portò con sé i risparmi di una vita. Pensava di aver messo al sicuro il futuro della sua famiglia. Invece la svalutazione cancellò in poco tempo il valore di quel denaro. Giacomo ricordava ancora quel momento: vide il padre prendere il fascio di banconote, ormai diventate carta senza valore, e gettarlo nel fuoco del camino. «Fu l’unica volta che lo vidi piangere», raccontava. Una scena che vale più di tante pagine di storia per capire cosa significasse essere emigranti in quegli anni.

Forse è proprio questo che rende speciale il Norat. Non soltanto le sue case o il panorama. Sono le persone. Sono i loro sogni, i sacrifici, le partenze, i ritorni mancati, i piccoli gesti quotidiani che, messi uno accanto all’altro, costruiscono la vera storia del Norat.

Persone che hanno attraversato il mondo partendo da un pugno di case in pietra. Persone capaci di lasciare un segno nella storia pur rimanendo sconosciute ai più. Persone che, senza il lavoro paziente del dottor Renato Lombardo, sarebbero probabilmente finite nell’oblio.

«Prima cercavo io le storie. Poi sono state loro a cercare me.» Quella frase, detta dal medico, torna a risuonare mentre lascio il Norat. Perché è vero. Le storie, quando qualcuno è disposto ad ascoltarle davvero, trovano sempre il modo di farsi raccontare. Ed è forse questo il dono più prezioso che questa borgata continua a fare a chi decide di fermarsi. Non soltanto mostrare le sue antiche case, ma ricordarci che i luoghi diventano straordinari grazie alle persone che li hanno abitati.

Forse è proprio questo il valore del lavoro del dottor Renato Lombardo. Fare il medico gli ha aperto le porte delle case. Fare il cacciatore di storie gli ha aperto quelle della memoria. Con il tempo non era più lui a fare domande. Erano gli anziani della valle a fermarlo, a cercarlo, a dirgli: «Dottore, devo raccontarle una cosa». Così un patrimonio che rischiava di andare perduto è arrivato fino a noi.

E il Norat, da questo punto di vista, è davvero un luogo fortunato.

Il cameriere del Titanic, Matteo Acchiardi

Il matematico Giacomo Inaudi

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