Riosecco “Rousec” in valle Grana dove le anime restano e i Ribero si ritrovano
Una borgata a 1.030 metri con poche case in pietra, per lo più abbandonate, e "La Tano dei Sarvanot" di Cinzia e Thiago
Cinzia Dutto 11 luglio 2026
Ci sono anime che non se ne vanno mai davvero. Restano nei luoghi dove sono nate, anche quando il corpo non è più lì. Rimangono tra le pietre che hanno toccato ogni giorno, nei sentieri percorsi centinaia di volte, nelle finestre che hanno continuato ad aprire stagione dopo stagione e nelle storie raccontate così a lungo da diventare parte del paesaggio. A volte basta arrivare in un luogo per accorgersi che qualcuno continua ad abitarlo.
È la sensazione che si prova salendo a Riosecco “Rousec”, valle Grana, 1030 m. slm.
La strada si arrampica lentamente tra i boschi e si dirige verso un piccolo vallone laterale, lasciandosi alle spalle il rumore della piccola cittadina di Pradleves. Poi, quasi all’improvviso, la borgata appare tra il verde. Poche case di pietra, il silenzio interrotto soltanto dal vento, una piccola cappella e tutto intorno la montagna che sembra custodire quel luogo con una delicatezza antica. Molte case sono abbandonate, pochissime sono abitate solo d’estate.
Mi sono fermata subito alla cappella di San Giuseppe. C’era una lapide, semplice, senza monumenti né parole solenni. Ricorda Elio Ribero.
Molti la leggono e proseguono. Ma se si vuole conoscere la storia si capisce che quella pietra non racconta una fine. Racconta un’eredità.


Perché, in fondo, Riosecco è la storia di un uomo che ha dedicato tutta la vita a impedire che una borgata venisse dimenticata e di una nipote che, quasi senza accorgersene, ha raccolto il suo testimone.
La cappella davanti alla quale oggi una lapide lo ricorda non è lì soltanto perché appartiene alla storia del paese. È uno dei segni più concreti del suo amore.
Quando all’inizio degli anni Novanta decise di organizzare il primo raduno delle famiglie Ribero sparse nel mondo, Elio disse che prima di fare festa bisognava ricordare chi non c’era più. La cappella era ormai consumata dal tempo. Insieme alla moglie Serena e a altri volontari la restaurò, sistemò il tetto, fece ricostruire l’altare e riportò vita in quel piccolo edificio che per generazioni aveva accompagnato battesimi, matrimoni e funerali.
Il 7 luglio 1991 più di trecento persone arrivarono a Riosecco. C’erano famiglie provenienti dalla Francia, dall’Argentina, dalla Nuova Caledonia e da tante regioni italiane. Persone che portavano lo stesso cognome ma che, spesso, non si erano mai conoscte.
Prima degli abbracci, del pranzo, della musica e della grande tavolata, entrarono tutti in quella cappella. Era il modo con cui Elio ricordava che una famiglia non è fatta soltanto da chi c’è, ma anche da chi ci ha preceduti.

Forse quel bisogno di custodire la memoria era nato molto prima. Elio Ribero venne al mondo il 9 settembre 1941. Aveva appena nove mesi quando suo padre Spirito, alpino della Divisione Cuneense, partì per la campagna di Russia. Non sarebbe più tornato. Cresciuto dalla madre Lucia e dalla nonna Domenica, imparò presto che la montagna sapeva essere generosa, ma non faceva sconti a nessuno.
La guerra lasciò ferite profonde anche a Riosecco. I partigiani passavano tra queste borgate e i tedeschi rispondevano con violenza. Elio raccontava spesso il giorno in cui arrivarono accusando alcune donne di aiutare la Resistenza. Tra loro c’era anche sua madre. La spinsero contro un muro. Lui era poco più che un bambino e cercava disperatamente di raggiungerla. Fu sua nonna a fermarlo, mettendosi davanti a lui e chiedendo ai soldati di uccidere lei al suo posto.
La madre si salvò. La borgata no.
Le famiglie furono costrette a portare fuori gli animali, l’unica vera ricchezza che possedevano. Poi arrivò il fuoco. Ancora oggi alcune travi annerite ricordano quei giorni.
Finita la guerra arrivò la vita quotidiana, che spesso era altrettanto dura.
Per andare a scuola Elio scendeva fino a Pradleves lungo il sentiero. D’inverno la neve era così alta che usava la cartella di cartone come una slitta. Durava poco, perché il cartone si bagnava subito, ma bastava per trasformare quel viaggio in un piccolo gioco.
Il pane si cuoceva raramente e bisognava conservarlo con cura. Le sere si trascorrevano nelle stalle, dove gli anziani raccontavano storie di masche mentre gli animali scaldavano l’ambiente. Erano racconti che Elio non dimenticò mai e che spesso condivideva con Cinzia, sua nipote, a cui ha trasmesso l’amore per quel posto che lo aveva visto nascere.
A tredici anni lasciò Riosecco per il collegio di Saluzzo. Quel distacco gli pesò moltissimo, ma gli permise di imparare un mestiere. Diventò laccatore e restauratore. Aprì una propria attività, lavorò per importanti aziende del saluzzese, restaurò mobili antichi, opere d’arte e persino le cassette di sicurezza del caveau della Banca San Paolo di Torino.
Eppure ogni fine settimana tornava qui. Perché Riosecco non era soltanto il luogo dove era nato. Era il luogo che sentiva di dover proteggere.
Negli anni vide le famiglie partire una dopo l’altra. Molti emigrarono in Francia lasciando le case così com’erano, con i piatti ancora sulla tavola, i vestiti negli armadi, i calendari appesi alle pareti. Come se pensassero di tornare poco tempo dopo.
Non tornarono quasi mai.
Quelle case, invece di spaventare Cinzia, sua nipote, la affascinavano. Da bambina giocava all’esploratrice, trascorreva le vacanze in quel luogo che si era ormai spento. Entrava nei ruderi cercando oggetti dimenticati, mentre il nonno la rimproverava perché aveva paura che un tetto potesse crollarle addosso.
Oggi sorride raccontandolo.
Allora non poteva immaginare che un giorno avrebbe scelto di vivere proprio lì.
Mentre la borgata si svuotava, Elio faceva il contrario. Intervistava gli anziani, consultava gli archivi comunali e parrocchiali, ricostruiva alberi genealogici e acquistava ruderi. Sfogliava guide telefoniche per rintracciare tutti i Ribero sparsi nel mondo.
Creò l’Associazione Famiglie Ribero e Discendenti. Organizzò per oltre vent’anni il raduno delle famiglie. Fece collocare una croce sul monte Ribè. Restaurò una Madonna in rame.
Aiutato da sua mamma, nonna Serena, riuscì a creare, un ostello della gioventù e un piccolo rifugio con ristoro improvvisato, con le sue forze, con la sua ostinazione e la sua creatività. Alcuni ricordano ancora il cartello con la sua immagine, sulla strada, che invitava le persone a raggiungere Riosecco.
Ogni suo progetto aveva un unico obiettivo: impedire che Riosecco morisse. Poi arrivò il gennaio del 2020.
Per Cinzia il tempo sembrò fermarsi. Nel giro di pochi mesi perse prima il nonno Elio e poi papà Massimo. Due pilastri della sua vita se ne andarono quasi insieme.
Lei, intanto, viveva lontano dalla montagna. Dopo gli studi si era trasferita a Torino, aveva costruito una carriera nel settore immobiliare, lavorando tra Torino e Milano, occupandosi di business plan e analisi finanziarie. Era la vita che aveva scelto. O almeno così credeva.
Poi arrivarono il Covid, i lutti, le domande. Quelle che non lasciano dormire. Quelle che costringono a chiedersi se la direzione presa sia davvero quella giusta.

Accanto a lei c’è sempre stato Thiago. Sono insieme da 19 anni. Due anime affini.
Lui è brasiliano, arrivato in Italia quando aveva 6 anni, oggi ingegnere meccanico. Si sono conosciuti da adolescenti e hanno costruito insieme ogni scelta importante.
Quando Cinzia gli disse che sentiva il bisogno di tornare a Riosecco, non trovò resistenza. Trovò una mano tesa. Iniziarono lentamente. Prima i fine settimana passati a sistemare le camere. Poi i sentieri. Poi i muri, gli arredi recuperati e sistemati.
La mamma di Cinzia, aveva iniziato da tempo ad affittare qualche stanza. Fu il primo seme, il resto arrivò poco alla volta.

Oggi qui c’è “La Tano dei Sarvanot” dove c’è cucina e ospitalità. Cinzia accoglie gli ospiti in quella che preferisce chiamare osteria più che ristorante.
I piatti sono quelli della cucina piemontese, semplici, sinceri, legati al territorio e ai ricordi di famiglia, con qualche interpretazione personale. Ci sono piatti vegetariani, vegani, della tradizione. Nel menù, però, c’è un piatto che non manca mai: “gli gnocchi di nonna Serena”
Sono molto più di una ricetta. Sono il modo con cui una famiglia continua a sedersi alla stessa tavola, anche quando qualcuno non c’è più.
All’inizio Cinzia aveva paura. Ripeteva spesso: “Io non sono una cuoca”.
Così iniziò preparando la cena soltanto agli ospiti delle camere. Poi la voglia di far diventare quel posto il modo di vivere di montagna la porta ad aprire la piccola osteria che gestisce.
Anche Thiago ha trovato il suo posto in questa storia. Ogni mattina parte prestissimo per raggiungere Torino, dove continua a lavorare come ingegnere meccanico. Ogni sera percorre la strada al contrario. Potrebbe fermarsi in città, sarebbe più semplice, eppure torna sempre qui, perché, dice, questa ormai è casa. Nel weekend, lascia il computer spento e i progetti si fermano, per diventare oste insieme a Cinzia. Quando apre la porta agli ospiti li accoglie sempre allo stesso modo.
“Benvenuti a Riosecco”. Non è una frase imparata. È il suo modo di dire: adesso siete a casa nostra.
Gli ultimi residenti hanno lasciato questo posto negli anni ‘70. Questa giovane coppia è tornata ad abitare Riosecco stabilmente, dopo anni che nessuno lo aveva mai nemmeno pensato. Hanno ancora tanti sogni nel cassetto questi due ragazzi, ma quello che più hanno nel cuore è di trovare altri residenti che possano fermarsi stabilmente.
Prima di andare via rivolgo a Cinzia un’ultima domanda.
“Se tuo nonno fosse qui, seduto a questo tavolo, che cosa gli diresti?”
Sorride.
“Gli direi prima di tutto grazie. Perché mi ha lasciato qualcosa su cui fondare la mia nuova vita”. Poi resta in silenzio per qualche istante.
“E gli chiederei se è orgoglioso di questa nipote”.
Guardo la sedia accanto a lei. È vuota.
Eppure faccio fatica a immaginarla davvero vuota.
Mi piace pensare che Elio sia ancora lì, seduto in un angolo, ad ascoltare le risate che riempiono di nuovo la borgata, a vedere gli escursionisti fermarsi, gli ospiti entrare nelle camere, i sentieri tornare a essere percorsi e sua nipote continuare, con semplicità e amore, ciò che lui aveva iniziato tanti anni prima.
Credo che non avrebbe nemmeno bisogno di rispondere. Perché il suo orgoglio è già tutto intorno a lei.
È nelle finestre illuminate di Riosecco.
È nel profumo degli gnocchi di nonna Serena.
È nel “Benvenuti a Riosecco” con cui Thiago accoglie ogni ospite.
È in una borgata che, grazie alle sue radici e al coraggio di chi ha scelto di restare, ha ricominciato a vivere.
È in una sala accogliente per mangiare e un dehor vista montagne che rende l’esperienza unica.
È nel sogno di due ragazzi che a pochi chilometri da Pradleves hanno portato avanti una storia di famiglia e non hanno lasciato morire una borgata alpina.
