Il dono delle pistole di Erdogan e i limiti del potere politico
L’idea, espressa simbolicamente dal dono delle armi, che il potere politico sia svincolato dalle norme valide per gli altri, non trova fondamento
Angelo Fracchia 19 luglio 2026
L’8 luglio si è chiuso ad Ankara un incontro tra i paesi aderenti alla NATO. In situazioni diplomatiche di questo tipo è consuetudine, non universale ma abbastanza diffusa, che ci si scambino anche doni come piccolo gesto di cortesia reciproca. Come facciamo tutti noi con i nostri doni, il tentativo può anche essere quello di veicolare in qualche modo qualcosa di sé o del rapporto che ci lega: in questo caso, una caratteristica dello stato che ospita oppure il motivo dell’incontro. Quasi sempre tali scambi di doni non vengono neppure riferiti dai giornalisti, perché sono consueti e decisamente meno importanti del motivo per cui ci si è incontrati o si è parlato.
Nell’occasione citata, però, il dono ha fatto scalpore, in quanto il presidente turco Erdogan ha fatto avere a ognuno dei capi di stato intervenuti una pistola personalizzata con il nome e sei proiettili. La scelta ha inevitabilmente suscitato polemiche, messo in imbarazzo i politici intervenuti, che hanno reagito in tanti modi diversi, tra chi ha accolto il dono, chi lo ha rifiutato, chi ha lasciato in Turchia solo i proiettili, chi ha precisato che l’arma sarebbe stata messa in condizione di non sparare, e così via.
A noi qui interessa ciò che ci può dire il simbolo in sé. Un revolver a sei colpi, come quello donato, è chiaramente un’arma personale: poteva rimandare alla crescente importanza dell’industria bellica turca, o forse al simbolico impegno NATO di rafforzare i propri armamenti... addirittura al bisogno, dentro a queste scelte politiche, di difendersi dai propri nemici personali o politici (meglio non approfondire i limiti del potere secondo Erdogan). Tradisce in ogni modo l’idea di una politica che può considerare la violenza uno strumento possibile di gestione del potere. D’altronde, si trattava di un vertice NATO, organizzazione di difesa ma militare, e che gli stati si assumano il privilegio di gestire la violenza è ovvio.
Alle critiche arrivate dal lato ecclesiale si sarebbe potuto rispondere che in fondo anche la Bibbia è piena di immagini di un Dio violento che difende il suo popolo proteggendolo in guerra, uccidendo i nemici e invocandone lo sterminio totale.
Abbiamo già ragionato sul senso della violenza soprattutto (ma non solo) nel Primo Testamento: il contesto culturale non prevedeva trattati internazionali, la violenza tra gruppi umani era diffusissima, al punto che un protettore doveva innanzitutto essere potente in guerra, per garantire una difesa efficace. Poi, di fatto, la presenza di numerosi “stranieri” nel territorio dell’Israele antico e diversi appelli nella legge e nei profeti a custodirli lasciava pensare che quel principio di sterminio dei popoli “altri” non fosse stato applicato. Non è un tema semplice e vale sempre la pena tornare a trattarlo.
Ma qui, di nuovo, ci interessa qualcosa di più specifico, ed è l’autorità riservata ai “re”. Il mondo antico, e soprattutto quello biblico, dava quasi per scontato che una qualche forma di organizzazione sociale passasse dall’istituzione monarchica, che solitamente non era regolamentata da alcuno statuto: ciò che accadeva nel regno dipendeva dalla volontà del re. Ecco perché anche Gesù, quando intende alludere a ciò che farebbe Dio nella storia se non fosse condizionato dalla libertà altrui, parla di «regno di Dio» o «regno dei cieli».
Ebbene, il Primo Testamento, persino quando parla di re modello (Davide, Salomone, Giosia...), ribadisce che non sono padroni di tutto, che hanno dei limiti. Davide viene castigato con un’epidemia quando ha l’idea di un censimento (per valutare quanto fosse forte), Salomone è rimproverato per le troppe mogli e il suo conseguente indulgere anche verso altri culti... Stiamo parlando di tempo che non era propenso a moderare il potere regale e che anzi pensava che un re forte fosse una garanzia di forza per il suo stato, la sua società, al punto che si coglie nella mediazione regale uno degli strumenti di fedeltà d’Israele al patto con Dio, perché sarebbe stato il re a condurre i suoi verso le strade divine, se necessario con la forza. Eppure, si ribadisce in più modi che non esiste un potere umano assoluto, neppure quello del re.
In forma più occasionale è lo stesso pensiero del più smaliziato Nuovo Testamento, dove a criticare re sono Giovanni Battista e persino Gesù, quando dà a Erode della «volpe» (Lc 13,32), che per il mondo semita non era simbolo di furbizia, ma di opportunismo e slealtà.
L’idea, espressa simbolicamente dal dono delle pistole, che il potere politico sia in qualche modo svincolato dalle norme valide per gli altri, soprattutto per quanto riguarda la violenza, non potrebbe trovare motivazioni bibliche.