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17 luglio 2026

editoriale

Governo battuto alla Camera sulla nuova legge elettorale

Una riforma imposta che non è una priorità per gli Italiani

Ezio Bernardi 19 luglio 2026

Cuneo

Le riforme non portano bene a Giorgia Meloni. Alla pesante sconfitta subita a marzo sul referendum sulla giustizia, martedì 14 luglio si è aggiunta la batosta sulla riforma della legge elettorale. Alla Camera, il Governo si è visto bocciare l’emendamento più significativo che aveva presentato per reintrodurre le preferenze sulla scheda elettorale. Politicamente si tratta di uno schiaffo ben più pesante del voto referendario, perché a sfiduciarla sono stati parlamentari della sua stessa maggioranza. I numeri sono risicati, ma impietosi: 187 favorevoli e 188 contrari. Nel segreto dell’urna sono stati i franchi tiratori, una trentina di deputati della maggioranza, a votare contro il Governo. In appoggio al voto contrario delle opposizioni.

Anche in questo caso, come al referendum, Giorgia Meloni ci aveva “messo la faccia”, certa di vincere compattando tutti i suoi e mettendo contemporaneamente a nudo le divergenze del Campo largo. Anche questa volta ha sbagliato i conti: a spaccarsi è stata la sua maggioranza mentre le minoranze si sono compattate.

Cosa accadrà ora?

Le opposizioni chiedono a gran voce le dimissioni del Governo e il ritorno alle urne, considerando che la maggioranza non è più tale. La destra, colta di sorpresa, è andata in confusione e va a caccia dei “traditori” da ricercare tra gli esponenti della Lega di Salvini e di Forza Italia, ma anche tra le donne parlamentari che non gradivano la riduzione delle quote a loro riservate prevista dai meccanismi definiti sulla nuova scheda elettorale. Giorgia Meloni, dopo aver accusato le opposizioni, ha riconosciuto di avere un problema in casa e si è riservata un tempo di “riflessione”. Di qui in avanti il pallino resta nelle sue mani ma non può derubricare quel voto contrario a un semplice incidente di percorso, perche è un segnale chiaro di sfiducia verso la premier. Difficile per lei sostenere che quanto accaduto non cambi gli equilibri della sua maggioranza. Non è da escludere quindi che da tutto ciò possa nascere una crisi di governo, anche se è altamente improbabile che accada. Perché nessuno nella maggioranza, nemmeno Vannacci, ha un reale interesse al voto anticipato. Tutti preferiscono mantenersi la poltrona parlamentare più a lungo possibile.

Per quanto riguarda il cammino della legge elettorale, la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze mette in discussione l’impalcatura dell’intero testo base. Le votazioni alla Camera sono già riprese, ma si vedrà nei prossimi giorni se il percorso della riforma si interromperà, lasciando l’Italia con l’attuale legge elettorale, quella che ha consentito a Meloni la schiacciante vittoria di quattro anni fa, oppure proseguirà il suo iter magari con ulteriori aggiustamenti e sorprese. Sarà comunque un percorso accidentato, perché sono previste decine di emendamenti e il voto finale da votare a scrutinio segreto. E lì i franchi tiratori potrebbero tornare a colpire. Soprattutto là dove si introducono norme controverse e discutibili, come l’altissimo premio di maggioranza per chi superasse il 42% dei voti e l’indicazione preventiva del candidato premier. La cui indicazione, per Costituzione, spetta esclusivamente al Presidente della Repubblica.

Più interessante è chiedersi come è perché il governo Meloni sia nuovamente finito in un tunnel dal quale, comunque vada, non uscirà bene e costretto a fare i conti con le sempre più evidenti spaccature e diffidenze tra i partiti della sua coalizione.

I giochini politici e le forzature dimostrano una volta ancora che non ci sono leggi elettorali o sistemi che rendano stabile un esecutivo quando viene meno la lealtà tra gli alleati e quando manca il dialogo con le opposizioni. Voler cambiare e imporre le regole del gioco con il voto della sola maggioranza, come avvenuto per la riforma della giustizia e ora per la legge elettorale, oltre che una forzatura non rispettosa delle minoranze finisce per diventare autolesionistico. E se è vero che una parte delle responsabilità sono da attribuire anche alle opposizioni scarsamente disponibili alla trattativa e più inclini all’ostruzionismo, è vero però che un dialogo costruttivo lo può mettere sul tavolo soltanto chi è stato chiamato a governare. Secondo il principio democratico della partecipazione, non per imporre la dittatura della maggioranza senza tener in alcun conto le posizioni delle minoranze.

Ma c’è anche un secondo aspetto da considerare. Agli italiani che devono fare i conti ogni giorno con il costo della spesa in forte crescita, i salari fermi, il potere d’acquisto in diminuzione, le liste d’attesa che rendono impossibile l’accesso alla sanità pubblica, non si può raccontare che una nuova legge elettorale è più importante di tutto questo.


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