paesi
Piergiorgio Peano
Per i bovesani (e non solo) non ha bisogno di presentazioni: Piergiorgio Peano, classe 1942, è stato sindaco della città dal 1981 al 1989 e non ha mai smesso di dedicarsi alla vita pubblica e comunitaria. Riservato e poco amante della ribalta, cordiale e incline all’ascolto, ha sempre vissuto piuttosto in “mitezza e silenzio” e soltanto in via eccezionale, ha accettato di raccontare la sua Boves, attraverso i ricordi personali e i principali cambiamenti, che l’hanno caratterizzata. Geometra di professione, è stato avviato alla carriera di amministratore dal suo predecessore e maestro Mario Martini, che contribuì all’opera di ricostruzione della città nel Dopoguerra e divenne poi presidente della Provincia e consigliere regionale.
Piergiorgio Peano è l’ideatore e fondatore della Scuola di Pace, nell’83 quando, durante le celebrazioni per il 40° anniversario dell’eccidio di Boves, promise che la città sarebbe diventata sede di tale Scuola. È stato Consigliere Regionale dal 1995 al 2000. Con don Bruno Mondino e Luigi Pellegrino è l’artefice della raccolta delle testimonianze relative ai tragici fatti del 19 settembre 1943, edite in varie pubblicazioni e video. È tra i fondatori ed è l’attuale presidente dell’associazione “Don Bernardi e don Ghibaudo”, costituita con l’obiettivo di custodire la memoria dei due sacerdoti martiri, per i quali ha seguito l’iter che ha portato alla loro beatificazione (avvenuta il 16 ottobre 2022).
Peano, don Bruno, Luigi e Michele Pellegrino, sono stati i primi bovesani a raggiungere Schondorf nell’ottobre 2013, per conoscere la comunità bavarese che ospita nel cimitero comunale la tomba di Joachim Peiper, il maggiore responsabile dell’eccidio di Boves. La vita di Peano inizia poco più di un anno prima di quel 19 settembre ’43 in cui si consumò a Boves il primo eccidio nazifascista in Italia, come racconta: “Sono un bovesano purosangue, nato e vissuto in questa città. La sera del 19 settembre ’43, con la casa in fiamme, mia madre scappò da Boves con me, mio fratello primogenito, di 4 anni e i nostri nonni paterni. Abitavamo in una cascina non lontana dal concentrico e ci allontanammo in aperta campagna. Giunti a Beinette salimmo sulla tradotta diretta a San Michele Mondovì, residenza dei nonni materni, che ci ospitarono per un periodo. La nostra abitazione riportò danni enormi e per alcuni mesi ci stabilimmo nella cucina dei nonni Peano a piano terra; quell’unico locale fungeva anche da dormitorio. La sera dell’incendio mio padre era fuori casa: tornato dalla guerra d’Abissinia, aveva evitato la partenza per la Russia ed essendo muratore, era stato arruolato nel genio militare. In quel periodo si occupavano di abbattere fabbricati che risultavano pericolanti in seguito ai bombardamenti.
Povertà e divertimenti
Gli anni della mia infanzia furono contrassegnati dallo strascico di questi avvenimenti: Boves uscì dalla guerra devastata nella sostanza e negli animi. Rimasero tanta povertà e sofferenza; era normale avere compagni di classe che avevano perso il papà in guerra, molti in Russia. Dopo due figli maschi, nacquero le nostre due sorelle, ad animare la famiglia. Alle elementari, prima dell’inizio delle lezioni, assistevamo ad un pezzo di messa delle ore 8; alle 8.15 puntuali entrava in chiesa il bidello Pietro con una campanellina, richiamo per l’inizio delle lezioni. In massa correvamo, quindi, a scuola, poco distante.
Non esistevano molti diversivi, la vita gravitava attorno a: casa, scuola e oratorio, dove si trovava sempre qualcuno per giocare a pallone. Conservo un bellissimo ricordo di don Giorgio Pepino e don Francesco Bernardi, giovane curato animatore e organizzatore delle partite pomeridiane di calcio. Alle 15 ci richiamavano tutti all’adorazione, un’ora di preghiera al termine della quale si tornava a giocare, ovviamente divisi per sesso. Le femmine avevano la ‘base’ all’asilo Calandri, sorvegliate dalle suore Giuseppine o dalle delegate, suore laiche che facevano assistenza.
Anche l’Azione Cattolica era rigidamente suddivisa in sezione maschile e femminile ed era molto frequentata, offrendo le uniche occasioni di svago. In essa ho intrapreso l’intera carriera crescente in base all’età: Fiamme Bianche, Verdi, Rosse e Aspiranti. Organizzava incontri, dibattiti e gite fuori porta, a cui si aderiva compatti, per uscire dal paese.
Suore Clarisse nel 2016
L’orfanotrofio femminile e le Clarisse
A Boves c’era l’orfanotrofio femminile, che ospitava una trentina di ragazze, provenienti anche da altre regioni, in particolare dalla Liguria. Era gestito dalle suore Giuseppine, che le istruivano, educavano e insegnavano loro l’arte del cucito e del ricamo. Non tutte le ospiti erano davvero orfane, alcune appartenevano a famiglie molto povere, che quindi le affidavano alle cure del brefotrofio. Le ragazzine erano precettate per partecipare alle processioni e ai funerali, oltre che a tutte le messe festive. Fu chiuso negli anni ’60.
Un’altra istituzione bovesana, durata fino a pochi anni fa, fu la congregazione delle Clarisse. Arrivate nel monastero con monsignor Calandri, nel 2021, dopo 150 anni di presenza, hanno lasciato la città per trasferirsi a Bra, a causa dell’ormai esiguo numero di sorelle. Erano rimaste solo 5, di cui alcune di età avanzata e si sono, quindi, unite ad un altro gruppo di consorelle. La gente era molto affezionata alle Clarisse, luogo di spiritualità, ma non completamente chiuso all’esterno: le monache erano rinomate cucitrici e ricamatrici, abili anche a confezionare trapunte e rifare materassi. Pur essendo suore di clausura, attraverso la grata avevano contatti con la comunità civile e, lontano dai riflettori, offrivano vicinanza e preghiere per piccoli e grandi dolori. Avevano un grande orto, che meticolosamente coltivavano per la propria sussistenza. Oggi il convento è stato messo a disposizione della Città dei Ragazzi, operazione che consente di tenere vivo il monastero e il rapporto con la comunità bovesana.
Sacrestano delle Clarisse
Ebbi l’onore di prestare servizio come sacrestano delle Clarisse dai 7 agli 11 anni: frequentavo la 3° elementare, quando un dì mia madre mi comunicò, ovviamente senza interpellarmi in merito, che dal mattino seguente avrei iniziato questo servizio, andando a servire messa alle ore 6. Iniziò così la mia collaborazione con don Delpiero, loro cappellano. Dopo questa messa andavo a casa a far colazione e ripartivo per la messa delle 8, prima di entrare a scuola.
Questa routine si interruppe solo quando iniziai la prima media dai Salesiani, a Cuneo nell’ex Convitto Civico, dove ero ospite e tornavo a casa solo a Natale, Pasqua e in estate. Conservo un bellissimo ricordo di quegli anni: il collegio era molto animato e offriva iniziative ludiche, che a Boves non avrei avuto. Inoltre, dal punto di vista strutturale era anni luce avanti rispetto alle abitazioni, soprattutto di campagna: il convitto era già dotato di bagni e docce; l’ambiente molto ordinato, con pasti abbondanti era lo scenario ideale per lo studio e per lo svago.
Tornai a casa terminata la terza media e frequentai l’Istituto ‘Bonelli’, dove mi diplomai geometra; era già attiva la comoda linea dei pullman Boves-Cuneo, che utilizzai durante le Superiori.
Una città di muratori
Boves è stata da sempre una città di imprese artigiane, in particolar modo di muratori. La conformazione geologica ricca di pietre e roccia calcarea ne sono, certamente, il motivo: ricordo durante l’infanzia le cave e le fornaci di mattoni e calce a Boves e Rivoira, attive fino agli anni ’60.
Tra questi artigiani merita un ricordo Antonio Vassallo, nativo di Nizza, nel 1932 si stabilì a Boves, dove attivò diverse cave e avviò la produzione di piastrelle di alta qualità, destinate anche all’esportazione. Nel ’39, con un socio, costruì una fabbrica di mattoni refrattari. La sua vita terminò tragicamente, insieme al suo parroco, don Giuseppe Bernardi, durante l’eccidio. A testimoniare questo settore manifatturiero, una ciminiera svetta ancora sulla strada per Fontanelle, nei pressi del Maxisconto. Mio nonno paterno era muratore, così come lo furono i suoi tre figli, mio padre Giovanni e i suoi due fratelli. Inizialmente i lavori commissionati erano di modeste entità, come rifacimento di tetti o costruzioni di casette o stalle. Con il boom economico ed edilizio degli anni Sessanta, ebbero modo di esprimersi in costruzioni anche di un certo rilievo. Mio padre raccontava sovente un simpatico aneddoto della sua gioventù: nel ’46-’47 lavorava per un’impresa di Fossano, impegnata in costruzioni a Bagni di Vinadio. Lì albergava durante la settimana e rientrava solo nei week end. Un pomeriggio il suo titolare gli disse: ‘domani mettiti la camicia, che ti mando ad Alba con il camioncino a vedere un lavoro. C’è da sistemare un garage per un tale che si è messo a fare cioccolato’. Quel tale e quel garage erano Michele Ferrero e la sua nascente azienda! Come geometra lavorai anch’io nel settore edile.
Ricordi da sindaco
L’opportunità di esercitare il ruolo di sindaco è stata, per me, un immenso dono del Signore. Ho proseguito il percorso tracciato dai predecessori Enrico Cavallo, il sindaco della ricostruzione, Mario Martini, ancor oggi il personaggio politico di riferimento e Giorgio Biarese, uomo buono, che ha saputo far crescere l’unione tra il paese e le tante frazioni. Durante i miei mandati ho coltivato e apprezzato il silenzio e l’ascolto, a cui ho dedicato molto tempo. Non tutti i problemi necessitano di drastiche soluzioni, talvolta è sufficiente fermarsi a prestare attenzione al vissuto di chi li espone. Una città deve essere ascoltata, per poter essere amata: non si può essere sindaco se non si ama il proprio paese e la propria gente.
Ho sempre sentito forte la responsabilità di essere a servizio e mi sono prodigato affinché la città fosse proiettata fuori dagli stretti confini comunali, per incontrare il mondo.
Empatia e coinvolgimento
Con i miei concittadini ho condiviso gioie e sofferenze; una sera al termine della seduta di Giunta il vigile urbano Angelo mi avverti del ricovero d’urgenza di una ragazza a causa di un incidente. Terminammo l’incontro e seppure fosse tardi, non riuscii a rientrare a casa. Corsi in ospedale, dove vedendo il mio stato di coinvolgimento emotivo, il primario venne a tranquillizzarmi, consentendomi così di rientrare serenamente alla mia abitazione.
Quella da sindaco fu un’esperienza totalizzante, che coinvolse l’intera famiglia; mia moglie Elena e mia figlia Cristina sono stati gli elementi portanti, con cui ho condiviso scelte, soddisfazioni e difficoltà. Non ce l’avrei fatta senza il loro supporto e la loro abnegazione. Ricordo la bellissima squadra con cui ho avuto l’onore di collaborare per perseguire il bene comune. C’è stata una splendida simbiosi tra amministratori e dipendenti comunali, con grande attenzione all’ascolto dei problemi della comunità: mi furono maestri il segretario comunale Saverio Cappotto e il suo vice Beppe Aschero, che mi guidarono con affetto paterno.
Erano anni in cui le relazioni interpersonali avevano un’importanza capitale: amministratori e dipendenti comunali conoscevano l’intera città. Ci si prodigava per la soluzione dei problemi, con sistemi anche naif: durante le nevicate, per esempio, vigili e addetti al servizio di scuolabus all’alba, spontaneamente si recavano al magazzino per montare le catene ai mezzi.
L’importanza del dialogo
All’epoca esistevano sei gruppi consiliari: Dc, Pli, Psdi, Psi, Pc e Rifondazione; trovammo sempre il modus vivendi per lavorare proficuamente, grazie alla conferenza settimanale dei capigruppo, che consentiva a tutti di esprimere il proprio pensiero. Nonostante non esistessero ancora i cellulari, creammo un efficace sistema informativo, che rendesse edotti tutti i consiglieri e i funzionari sulle decisioni della Giunta. Investimmo molto su cultura e settore sociale, fondamentali per far crescere la comunità: potenziammo l’attenzione su scuole, casa di riposo e attività sportive. Furono gli anni in cui approdarono a Boves la comunità di Franco Mondino, Casa Speranza, Soggiorno Aurora e Stella del Mattino, divenuta un fiore all’occhiello nella risposta ai crescenti bisogni sanitari.
Grazie al dialogo riuscimmo anche a licenziare il primo piano regolatore, che condividemmo con cittadini e ragazzi nelle scuole, ottenendo spunti interessanti.
Grandi soddisfazioni derivarono anche dall’ascolto e confronto con i ragazzi di Rivoira e i ragazzi dell’Olmo. I primi erano un gruppo di discoli, che si divertiva a indispettire i compaesani imbrattando muri o spostando segnali stradali. I secondi, che mutuarono l’appellativo dal loro abituale luogo di ritrovo, appunto piazza dell’Olmo, erano accesi protestatori. Un lunedì mattina, giunto in Comune fui invitato a raggiungere la piazza, dove, dall’albero pendeva un cartello con su scritto: ‘Sindaco, è mancata la luce e manca l’acqua. È tutto uno schifo!’. Aggiunsi sul cartello: ‘Avete ragione! Vorrei parlare con voi, troviamoci!’. Non ero molto fiducioso, invece a mezzogiorno, tre di loro erano a casa mia per concordare data e luogo dell’incontro. Fu una bellissima serata, inizio dei colloqui costruttivi che seguirono.
Proprio per risolvere i problemi legati all’acqua, nacque con Giuseppe Menardi, ex sindaco di Cuneo, la collaborazione che portò ai primi consorzi e alla creazione dell’Acda.
Boves - Piazza dellOlmo negli anni Sessanta
Flash bovesani
Impossibile elencare tutti i cambiamenti della città, dalla nuova scuola elementare alla realizzazione del campo sperimentale delle Albertasse a Mellana, curato da Michele Baudino per lo sviluppo e la ricerca delle produzioni agricole, in particolare fragola e fagiolo. All’epoca non esistevano i finanziamenti Pnrr o statali, ma si operava tramite mutui contratti con la Cassa depositi e prestiti, se le condizioni di bilancio lo consentivano. Riuscimmo a sviluppare parecchie opere. Boves poteva fregiarsi di due grandi fortune: la Cassa Rurale che finanziava e le Clarisse che pregavano!
Le frazioni e i loro comitati
Boves conta una decina di frazioni molto vivaci e attive con feste e momenti di aggregazione. All’epoca dei miei mandati da sindaco, la chiesa parrocchiale di Rivoira mancava di una navata: il parroco, don Bruno Meineri, mi chiese aiuto per ottenere l’autorizzazione alla sua costruzione. Prendemmo appuntamento con l’allora presidente della Provincia Giovanni Quaglia, essendo il sedime stradale proprietà di tale Amministrazione. Durante l’incontro, mi venne l’idea di chiederne la sprovincializzazione, con passaggio al Comune. L’assenso fu immediato e nacque così la terza navata mancante. La collaborazione di operai e muratori frazionisti fu indescrivibile; un mattino don Bruno mi telefonò incredulo dicendomi: ‘Oggi ci sono più persone che piastrelle da posare sul pavimento!’.
Fontanelle non fu da meno: desiderosi di un campo di calcio, giovani e ragazzi lavorarono alacremente, anche durante le ferie estive, costruendo pure gli spogliatoi, con il materiale fornito dal comune, ma donando la loro manodopera. Erano certamente tempi diversi, con legislazione e modalità operative non replicabili oggi.
Le frazioni sono anche luoghi di forte richiamo spirituale: il santuario secolare di Madonna dei Boschi, la Regina della Pace a Fontanelle, la Medaglia miracolosa di Mellana e la Comunità di accoglienza di Sant’Antonio sono segni e simboli di un’autentica religiosità della gente del posto.
Per non dimenticare
Negli anni del dopoguerra non si parlava molto di quanto era successo: c’era troppo dolore e solo voglia di andare avanti e ricominciare. Anche i miei genitori non amavano rivangare quanto avevano vissuto. Poi man mano con il passare degli anni, i tempi sono maturati per rielaborare gli avvenimenti e si è metabolizzato che occorre ricordare per non dimenticare. Boves è orgogliosamente maestra in commemorazioni, grazie anche all’associazione ‘Don Giuseppe Bernardi e don Mario Ghibaudo’, nata nell’ambito della parrocchia San Bartolomeo. È stata costituita nel giugno 2011 con lo scopo di dare adeguata memoria ai due sacerdoti martiri e alle altre 22 vittime, morte durante l’eccidio del 19 settembre ‘43. Oltre ad aver sostenuto la causa di beatificazione dei due martiri, ha lo scopo di promuoverne la conoscenza e far vivere il loro messaggio. Nel 2013 ha dato inizio ad un cammino di fraternità e di riconciliazione con la parrocchia di Schondorf am Ammersee in Baviera, che ha stimolato un percorso analogo da parte delle rispettive amministrazioni comunali, sfociato nel 2021 con il gemellaggio.
Boves non solo ha saputo ricostruire, ma ha intrapreso sentieri di pace per erigere ponti di amicizia e di solidarietà proprio là dove le vicende storiche avevano aperto fratture profonde: una filosofia improntata al motto ‘Si vis pacem para pacem’, piuttosto che ‘Si vis pacem para bellum’.
Boves è tutto questo e molto altro ancora: il paese che ho nel cuore e in cui vedo tuttora una dimensione estremamente umana e intrisa di volontariato. Non esiste più la realtà contadina e domestica del passato, ma sopravvive una comunità legata a valori importanti”.
Gemellaggio Boves-Codego
Piergiorgio Peano, la vivacità e la forza solidale di Boves
11 aprile 2026
Cuneo
Piergiorgio Peano
Per i bovesani (e non solo) non ha bisogno di presentazioni: Piergiorgio Peano, classe 1942, è stato sindaco della città dal 1981 al 1989 e non ha mai smesso di dedicarsi alla vita pubblica e comunitaria. Riservato e poco amante della ribalta, cordiale e incline all’ascolto, ha sempre vissuto piuttosto in “mitezza e silenzio” e soltanto in via eccezionale, ha accettato di raccontare la sua Boves, attraverso i ricordi personali e i principali cambiamenti, che l’hanno caratterizzata. Geometra di professione, è stato avviato alla carriera di amministratore dal suo predecessore e maestro Mario Martini, che contribuì all’opera di ricostruzione della città nel Dopoguerra e divenne poi presidente della Provincia e consigliere regionale.
Piergiorgio Peano è l’ideatore e fondatore della Scuola di Pace, nell’83 quando, durante le celebrazioni per il 40° anniversario dell’eccidio di Boves, promise che la città sarebbe diventata sede di tale Scuola. È stato Consigliere Regionale dal 1995 al 2000. Con don Bruno Mondino e Luigi Pellegrino è l’artefice della raccolta delle testimonianze relative ai tragici fatti del 19 settembre 1943, edite in varie pubblicazioni e video. È tra i fondatori ed è l’attuale presidente dell’associazione “Don Bernardi e don Ghibaudo”, costituita con l’obiettivo di custodire la memoria dei due sacerdoti martiri, per i quali ha seguito l’iter che ha portato alla loro beatificazione (avvenuta il 16 ottobre 2022).
Peano, don Bruno, Luigi e Michele Pellegrino, sono stati i primi bovesani a raggiungere Schondorf nell’ottobre 2013, per conoscere la comunità bavarese che ospita nel cimitero comunale la tomba di Joachim Peiper, il maggiore responsabile dell’eccidio di Boves. La vita di Peano inizia poco più di un anno prima di quel 19 settembre ’43 in cui si consumò a Boves il primo eccidio nazifascista in Italia, come racconta: “Sono un bovesano purosangue, nato e vissuto in questa città. La sera del 19 settembre ’43, con la casa in fiamme, mia madre scappò da Boves con me, mio fratello primogenito, di 4 anni e i nostri nonni paterni. Abitavamo in una cascina non lontana dal concentrico e ci allontanammo in aperta campagna. Giunti a Beinette salimmo sulla tradotta diretta a San Michele Mondovì, residenza dei nonni materni, che ci ospitarono per un periodo. La nostra abitazione riportò danni enormi e per alcuni mesi ci stabilimmo nella cucina dei nonni Peano a piano terra; quell’unico locale fungeva anche da dormitorio. La sera dell’incendio mio padre era fuori casa: tornato dalla guerra d’Abissinia, aveva evitato la partenza per la Russia ed essendo muratore, era stato arruolato nel genio militare. In quel periodo si occupavano di abbattere fabbricati che risultavano pericolanti in seguito ai bombardamenti.
Povertà e divertimenti
Gli anni della mia infanzia furono contrassegnati dallo strascico di questi avvenimenti: Boves uscì dalla guerra devastata nella sostanza e negli animi. Rimasero tanta povertà e sofferenza; era normale avere compagni di classe che avevano perso il papà in guerra, molti in Russia. Dopo due figli maschi, nacquero le nostre due sorelle, ad animare la famiglia. Alle elementari, prima dell’inizio delle lezioni, assistevamo ad un pezzo di messa delle ore 8; alle 8.15 puntuali entrava in chiesa il bidello Pietro con una campanellina, richiamo per l’inizio delle lezioni. In massa correvamo, quindi, a scuola, poco distante.
Non esistevano molti diversivi, la vita gravitava attorno a: casa, scuola e oratorio, dove si trovava sempre qualcuno per giocare a pallone. Conservo un bellissimo ricordo di don Giorgio Pepino e don Francesco Bernardi, giovane curato animatore e organizzatore delle partite pomeridiane di calcio. Alle 15 ci richiamavano tutti all’adorazione, un’ora di preghiera al termine della quale si tornava a giocare, ovviamente divisi per sesso. Le femmine avevano la ‘base’ all’asilo Calandri, sorvegliate dalle suore Giuseppine o dalle delegate, suore laiche che facevano assistenza.
Anche l’Azione Cattolica era rigidamente suddivisa in sezione maschile e femminile ed era molto frequentata, offrendo le uniche occasioni di svago. In essa ho intrapreso l’intera carriera crescente in base all’età: Fiamme Bianche, Verdi, Rosse e Aspiranti. Organizzava incontri, dibattiti e gite fuori porta, a cui si aderiva compatti, per uscire dal paese.
Suore Clarisse nel 2016
L’orfanotrofio femminile e le Clarisse
A Boves c’era l’orfanotrofio femminile, che ospitava una trentina di ragazze, provenienti anche da altre regioni, in particolare dalla Liguria. Era gestito dalle suore Giuseppine, che le istruivano, educavano e insegnavano loro l’arte del cucito e del ricamo. Non tutte le ospiti erano davvero orfane, alcune appartenevano a famiglie molto povere, che quindi le affidavano alle cure del brefotrofio. Le ragazzine erano precettate per partecipare alle processioni e ai funerali, oltre che a tutte le messe festive. Fu chiuso negli anni ’60.
Un’altra istituzione bovesana, durata fino a pochi anni fa, fu la congregazione delle Clarisse. Arrivate nel monastero con monsignor Calandri, nel 2021, dopo 150 anni di presenza, hanno lasciato la città per trasferirsi a Bra, a causa dell’ormai esiguo numero di sorelle. Erano rimaste solo 5, di cui alcune di età avanzata e si sono, quindi, unite ad un altro gruppo di consorelle. La gente era molto affezionata alle Clarisse, luogo di spiritualità, ma non completamente chiuso all’esterno: le monache erano rinomate cucitrici e ricamatrici, abili anche a confezionare trapunte e rifare materassi. Pur essendo suore di clausura, attraverso la grata avevano contatti con la comunità civile e, lontano dai riflettori, offrivano vicinanza e preghiere per piccoli e grandi dolori. Avevano un grande orto, che meticolosamente coltivavano per la propria sussistenza. Oggi il convento è stato messo a disposizione della Città dei Ragazzi, operazione che consente di tenere vivo il monastero e il rapporto con la comunità bovesana.
Sacrestano delle Clarisse
Ebbi l’onore di prestare servizio come sacrestano delle Clarisse dai 7 agli 11 anni: frequentavo la 3° elementare, quando un dì mia madre mi comunicò, ovviamente senza interpellarmi in merito, che dal mattino seguente avrei iniziato questo servizio, andando a servire messa alle ore 6. Iniziò così la mia collaborazione con don Delpiero, loro cappellano. Dopo questa messa andavo a casa a far colazione e ripartivo per la messa delle 8, prima di entrare a scuola.
Questa routine si interruppe solo quando iniziai la prima media dai Salesiani, a Cuneo nell’ex Convitto Civico, dove ero ospite e tornavo a casa solo a Natale, Pasqua e in estate. Conservo un bellissimo ricordo di quegli anni: il collegio era molto animato e offriva iniziative ludiche, che a Boves non avrei avuto. Inoltre, dal punto di vista strutturale era anni luce avanti rispetto alle abitazioni, soprattutto di campagna: il convitto era già dotato di bagni e docce; l’ambiente molto ordinato, con pasti abbondanti era lo scenario ideale per lo studio e per lo svago.
Tornai a casa terminata la terza media e frequentai l’Istituto ‘Bonelli’, dove mi diplomai geometra; era già attiva la comoda linea dei pullman Boves-Cuneo, che utilizzai durante le Superiori.
Una città di muratori
Boves è stata da sempre una città di imprese artigiane, in particolar modo di muratori. La conformazione geologica ricca di pietre e roccia calcarea ne sono, certamente, il motivo: ricordo durante l’infanzia le cave e le fornaci di mattoni e calce a Boves e Rivoira, attive fino agli anni ’60.
Tra questi artigiani merita un ricordo Antonio Vassallo, nativo di Nizza, nel 1932 si stabilì a Boves, dove attivò diverse cave e avviò la produzione di piastrelle di alta qualità, destinate anche all’esportazione. Nel ’39, con un socio, costruì una fabbrica di mattoni refrattari. La sua vita terminò tragicamente, insieme al suo parroco, don Giuseppe Bernardi, durante l’eccidio. A testimoniare questo settore manifatturiero, una ciminiera svetta ancora sulla strada per Fontanelle, nei pressi del Maxisconto. Mio nonno paterno era muratore, così come lo furono i suoi tre figli, mio padre Giovanni e i suoi due fratelli. Inizialmente i lavori commissionati erano di modeste entità, come rifacimento di tetti o costruzioni di casette o stalle. Con il boom economico ed edilizio degli anni Sessanta, ebbero modo di esprimersi in costruzioni anche di un certo rilievo. Mio padre raccontava sovente un simpatico aneddoto della sua gioventù: nel ’46-’47 lavorava per un’impresa di Fossano, impegnata in costruzioni a Bagni di Vinadio. Lì albergava durante la settimana e rientrava solo nei week end. Un pomeriggio il suo titolare gli disse: ‘domani mettiti la camicia, che ti mando ad Alba con il camioncino a vedere un lavoro. C’è da sistemare un garage per un tale che si è messo a fare cioccolato’. Quel tale e quel garage erano Michele Ferrero e la sua nascente azienda! Come geometra lavorai anch’io nel settore edile.
Ricordi da sindaco
L’opportunità di esercitare il ruolo di sindaco è stata, per me, un immenso dono del Signore. Ho proseguito il percorso tracciato dai predecessori Enrico Cavallo, il sindaco della ricostruzione, Mario Martini, ancor oggi il personaggio politico di riferimento e Giorgio Biarese, uomo buono, che ha saputo far crescere l’unione tra il paese e le tante frazioni. Durante i miei mandati ho coltivato e apprezzato il silenzio e l’ascolto, a cui ho dedicato molto tempo. Non tutti i problemi necessitano di drastiche soluzioni, talvolta è sufficiente fermarsi a prestare attenzione al vissuto di chi li espone. Una città deve essere ascoltata, per poter essere amata: non si può essere sindaco se non si ama il proprio paese e la propria gente.
Ho sempre sentito forte la responsabilità di essere a servizio e mi sono prodigato affinché la città fosse proiettata fuori dagli stretti confini comunali, per incontrare il mondo.
Empatia e coinvolgimento
Con i miei concittadini ho condiviso gioie e sofferenze; una sera al termine della seduta di Giunta il vigile urbano Angelo mi avverti del ricovero d’urgenza di una ragazza a causa di un incidente. Terminammo l’incontro e seppure fosse tardi, non riuscii a rientrare a casa. Corsi in ospedale, dove vedendo il mio stato di coinvolgimento emotivo, il primario venne a tranquillizzarmi, consentendomi così di rientrare serenamente alla mia abitazione.
Quella da sindaco fu un’esperienza totalizzante, che coinvolse l’intera famiglia; mia moglie Elena e mia figlia Cristina sono stati gli elementi portanti, con cui ho condiviso scelte, soddisfazioni e difficoltà. Non ce l’avrei fatta senza il loro supporto e la loro abnegazione. Ricordo la bellissima squadra con cui ho avuto l’onore di collaborare per perseguire il bene comune. C’è stata una splendida simbiosi tra amministratori e dipendenti comunali, con grande attenzione all’ascolto dei problemi della comunità: mi furono maestri il segretario comunale Saverio Cappotto e il suo vice Beppe Aschero, che mi guidarono con affetto paterno.
Erano anni in cui le relazioni interpersonali avevano un’importanza capitale: amministratori e dipendenti comunali conoscevano l’intera città. Ci si prodigava per la soluzione dei problemi, con sistemi anche naif: durante le nevicate, per esempio, vigili e addetti al servizio di scuolabus all’alba, spontaneamente si recavano al magazzino per montare le catene ai mezzi.
L’importanza del dialogo
All’epoca esistevano sei gruppi consiliari: Dc, Pli, Psdi, Psi, Pc e Rifondazione; trovammo sempre il modus vivendi per lavorare proficuamente, grazie alla conferenza settimanale dei capigruppo, che consentiva a tutti di esprimere il proprio pensiero. Nonostante non esistessero ancora i cellulari, creammo un efficace sistema informativo, che rendesse edotti tutti i consiglieri e i funzionari sulle decisioni della Giunta. Investimmo molto su cultura e settore sociale, fondamentali per far crescere la comunità: potenziammo l’attenzione su scuole, casa di riposo e attività sportive. Furono gli anni in cui approdarono a Boves la comunità di Franco Mondino, Casa Speranza, Soggiorno Aurora e Stella del Mattino, divenuta un fiore all’occhiello nella risposta ai crescenti bisogni sanitari.
Grazie al dialogo riuscimmo anche a licenziare il primo piano regolatore, che condividemmo con cittadini e ragazzi nelle scuole, ottenendo spunti interessanti.
Grandi soddisfazioni derivarono anche dall’ascolto e confronto con i ragazzi di Rivoira e i ragazzi dell’Olmo. I primi erano un gruppo di discoli, che si divertiva a indispettire i compaesani imbrattando muri o spostando segnali stradali. I secondi, che mutuarono l’appellativo dal loro abituale luogo di ritrovo, appunto piazza dell’Olmo, erano accesi protestatori. Un lunedì mattina, giunto in Comune fui invitato a raggiungere la piazza, dove, dall’albero pendeva un cartello con su scritto: ‘Sindaco, è mancata la luce e manca l’acqua. È tutto uno schifo!’. Aggiunsi sul cartello: ‘Avete ragione! Vorrei parlare con voi, troviamoci!’. Non ero molto fiducioso, invece a mezzogiorno, tre di loro erano a casa mia per concordare data e luogo dell’incontro. Fu una bellissima serata, inizio dei colloqui costruttivi che seguirono.
Proprio per risolvere i problemi legati all’acqua, nacque con Giuseppe Menardi, ex sindaco di Cuneo, la collaborazione che portò ai primi consorzi e alla creazione dell’Acda.
Boves - Piazza dellOlmo negli anni Sessanta
Flash bovesani
Impossibile elencare tutti i cambiamenti della città, dalla nuova scuola elementare alla realizzazione del campo sperimentale delle Albertasse a Mellana, curato da Michele Baudino per lo sviluppo e la ricerca delle produzioni agricole, in particolare fragola e fagiolo. All’epoca non esistevano i finanziamenti Pnrr o statali, ma si operava tramite mutui contratti con la Cassa depositi e prestiti, se le condizioni di bilancio lo consentivano. Riuscimmo a sviluppare parecchie opere. Boves poteva fregiarsi di due grandi fortune: la Cassa Rurale che finanziava e le Clarisse che pregavano!
Le frazioni e i loro comitati
Boves conta una decina di frazioni molto vivaci e attive con feste e momenti di aggregazione. All’epoca dei miei mandati da sindaco, la chiesa parrocchiale di Rivoira mancava di una navata: il parroco, don Bruno Meineri, mi chiese aiuto per ottenere l’autorizzazione alla sua costruzione. Prendemmo appuntamento con l’allora presidente della Provincia Giovanni Quaglia, essendo il sedime stradale proprietà di tale Amministrazione. Durante l’incontro, mi venne l’idea di chiederne la sprovincializzazione, con passaggio al Comune. L’assenso fu immediato e nacque così la terza navata mancante. La collaborazione di operai e muratori frazionisti fu indescrivibile; un mattino don Bruno mi telefonò incredulo dicendomi: ‘Oggi ci sono più persone che piastrelle da posare sul pavimento!’.
Fontanelle non fu da meno: desiderosi di un campo di calcio, giovani e ragazzi lavorarono alacremente, anche durante le ferie estive, costruendo pure gli spogliatoi, con il materiale fornito dal comune, ma donando la loro manodopera. Erano certamente tempi diversi, con legislazione e modalità operative non replicabili oggi.
Le frazioni sono anche luoghi di forte richiamo spirituale: il santuario secolare di Madonna dei Boschi, la Regina della Pace a Fontanelle, la Medaglia miracolosa di Mellana e la Comunità di accoglienza di Sant’Antonio sono segni e simboli di un’autentica religiosità della gente del posto.
Per non dimenticare
Negli anni del dopoguerra non si parlava molto di quanto era successo: c’era troppo dolore e solo voglia di andare avanti e ricominciare. Anche i miei genitori non amavano rivangare quanto avevano vissuto. Poi man mano con il passare degli anni, i tempi sono maturati per rielaborare gli avvenimenti e si è metabolizzato che occorre ricordare per non dimenticare. Boves è orgogliosamente maestra in commemorazioni, grazie anche all’associazione ‘Don Giuseppe Bernardi e don Mario Ghibaudo’, nata nell’ambito della parrocchia San Bartolomeo. È stata costituita nel giugno 2011 con lo scopo di dare adeguata memoria ai due sacerdoti martiri e alle altre 22 vittime, morte durante l’eccidio del 19 settembre ‘43. Oltre ad aver sostenuto la causa di beatificazione dei due martiri, ha lo scopo di promuoverne la conoscenza e far vivere il loro messaggio. Nel 2013 ha dato inizio ad un cammino di fraternità e di riconciliazione con la parrocchia di Schondorf am Ammersee in Baviera, che ha stimolato un percorso analogo da parte delle rispettive amministrazioni comunali, sfociato nel 2021 con il gemellaggio.
Boves non solo ha saputo ricostruire, ma ha intrapreso sentieri di pace per erigere ponti di amicizia e di solidarietà proprio là dove le vicende storiche avevano aperto fratture profonde: una filosofia improntata al motto ‘Si vis pacem para pacem’, piuttosto che ‘Si vis pacem para bellum’.
Boves è tutto questo e molto altro ancora: il paese che ho nel cuore e in cui vedo tuttora una dimensione estremamente umana e intrisa di volontariato. Non esiste più la realtà contadina e domestica del passato, ma sopravvive una comunità legata a valori importanti”.
Gemellaggio Boves-Codego