paesi
Giuseppe Marro detto “Gepin”, è figlio dei giardinieri dei conti Galleani presso la tenuta di Palazzasso.
Chi è Giuseppe Marro?
Sono nato 90 anni fa nel mese di giugno. Vivo con mia moglie a Caraglio dal lontano 1960. Dal 1932 al 1960 ho vissuto nella tenuta dei conti Galleani d’Agliano a Palazzasso. I miei genitori per settant’anni sono stati giardinieri a palazzo; già i miei nonni erano mezzadri della casata Galleani d’Agliano.
Come è stata la sua infanzia?
Spensierata, vissuta in un contesto molto vivace: tante famiglie numerose vivevano all’interno delle mura del palazzo. Ognuno aveva il suo ruolo: chi badava al bestiame, chi al giardino e agli animali da cortile, chi era addetto alle cucine, chi curava i cavalli. C’era il fattore Giuseppe Turco che si occupava degli acquisti e delle vendite. La domenica venivano celebrate le messe: anche i preti vivevano a palazzo, ricordo bene don Lerda e don Martini. In seguito fu costruita la chiesa parrocchiale: fu lo stesso don Martini il promotore e l’artefice di questa bella iniziativa. Il 1° dicembre del 1952 si ebbe il riconoscimento civile della chiesa parrocchiale di S. Anna. La domenica si giocava a palla tutti insieme: c’erano Mario Marino e Giuseppe Combale, soprannominato “Ninu bambin”, che suonavano la “fisa”. Era una realtà allegra, piena di vita: condividevi ogni cosa come una grande famiglia. Si portava a macinare il grano per poter fare il pane. Ogni otto giorni si accendeva il forno: la prima volta richiedeva più fascine per portarlo in temperatura, per tanto, si facevano i turni per l’accensione. C’era il pozzo che abbeverava tutte le famiglie e gli animali. Veniva ammazzavo il maiale del quale non si sprecava nulla. Ricordo che nelle cantine, c’era una stanza molto ampia adibita allo stoccaggio delle patate.
Per voi bambini il palazzo non aveva segreti…
Sì, noi conoscevamo bene ogni meandro. Ricordo il salone dei “parigini”, ampio e bello; all’ultimo piano la camera di Don Bosco, amico del conte. Frequentavamo la cucina dove c’erano le sorelle Manfrin: Pina la cuoca e Rina la cameriera. Erano venete. Pina era molto simpatica, scherzava sempre. Ricordo che una volta disse a mio papà che nei sotterranei viveva un uomo con la barba lunga: lui era coraggioso e senza timore scese a vedere.
E la scuola?
A palazzo si frequentavano le tre prime classi della scuola elementare, mentre la quarta e la quinta si frequentavano nella cascina dell’ingegnere Chiappale. Ricordo la maestra Angela Ottenga che viveva a Caraglio mentre il maestro Ferruccio Cardone veniva in bicicletta da Cuneo. Capitava che a volte dormisse da noi.
Era usuale uscire dalla tenuta?
Mio papà andava in bicicletta a Caraglio molto raramente: in cascina c’era tutto quello che serviva per vivere. Raggiungeva la città per acquistare i vestiti dalla “Varenga” (la signora Varengo), per il barbiere e per poche altre cose.
Cosa ricorda della guerra?
Un giorno un partigiano è entrato nella tenuta armato di pistola, di mitra e con una bomba a mano in bocca: sosteneva che a palazzo c’erano delle armi, nascoste dal conte con la complicità del giardiniere. Mio padre riuscì a rabbonirlo dimostrando che non c’erano armi. Prima di andare via, ci invitò a casa sua a Torino. I fratelli di papà erano scappati dall’esercito e si erano rifugiati in casa nostra: io bambino, controllavo l’arrivo dei tedeschi per permettere loro di fuggire in caso di necessità. Dopo la guerra noi bambini giocavamo con i proiettili e le bombe a mano. Alcuni persero arti e occhi. Mia nonna trovò in una siepe un deposito di bombe a mano e pensando fossero delle scatolette di conserva, le raccolse tutte nel suo grembiale. Mio padre intervenne scongiurando una disgrazia. Il conte Giuseppe era maggiore di cavalleria per tanto, con lo sbandamento, il parco della tenuta in pochi giorni si ritrovò ad ospitare molti cavalli. La guerra è una brutta cosa: un ricordo cruento mi ha segnato per tutta la vita e ancora oggi faccio fatica a raccontare. C’erano due fratelli che vivevano nei pressi di Palazzasso: uno fascista e l’altro partigiano. Durante la guerra quando il partigiano è sceso a valle per cercare cibo, il fratello l’ha denunciato facendolo uccidere dai suoi. Finita la guerra, i partigiani hanno cercato vendetta: il fratello fascista è stato massacrato con i bastoni nel nostro cortile e finito con un colpo di pistola.
Che ricordi ha della famiglia Galleani?
Un bel ricordo e un rapporto consolidato nel tempo. Anche adesso che a palazzo vive Andrea, figlio di Giuseppe mi sento di casa. Capita a volte che io e Francesca, moglie di Andrea, passeggiamo nella tenuta e io le racconto dei tempi andati. Sono cresciuto giocando con i figli del conte Giuseppe Pio: Luigi, Giuseppe, Marilena ed Anna. Il conte Giuseppe Pio e la moglie Andreina in estate soggiornavano a palazzo mentre in inverno vivevano a Torino. Ricordo che mia madre spesso cucinava per loro. Erano molto affabili. Il conte, durante gli anni della guerra, aveva un’auto con due bombole del gas sul tettino: in inverno il gas gelava per tanto bisognava spingerla per poterla far partire. Mio papà in tempo di guerra, caricava le verdure dell’orto sul “barucin” (carretto trascinato dai cavalli) e alla stazione ferroviaria di Tarantasca consegnava il pacco diretto a Torino per i conti. Il conte Giuseppe Pio si è interessato dei fratelli Bernardi figli di mezzadri: Giacomo e Francesco due ragazzi desiderosi di studiare. Ha permesso loro di studiare a Torino e diventare sacerdoti. Tutti gli anni in occasione dei Santi vado a pregare presso la loro tomba di famiglia a Caraglio.
A settembre si festeggiava Santa Filomena?
Quanti ricordi! Era festa grossa quel giorno. Si celebravano ben cinque messe, si mangiavano prelibatezze. Noi bambini correvamo nei sacchi e venivamo premiato. Era una giornata speciale attesa con trepidazione. In occasione della festa si addobbava l’altare con grandi Angeli e si appendevano dei drappi pregiati. Purtroppo durante gli anni di guerra vennero sospesi i festeggiamenti. Sono ripresi dopo la guerra e tutt’ora a settembre viene festeggiata la Santa protettrice del palazzo.
Quale abbigliamento usavano i conti?
Vestivano come noi nel quotidiano mentre se ricevevano ospiti o in occasione di feste particolari, gli uomini indossavano le “merlusse” (il frac) mentre le donne usavano abiti eleganti.
Potesse, cosa salverebbe di quel mondo?
Salverei tutto. Era una vita lenta fatta di poco, faticosa perché tutto si faceva a mano ma eri libero, nessuno ti comandava, non dovevi fare i conti con la fretta, con le necessità a volte superflue di questa società. I giorni erano scanditi dalla luce del sole. Eravamo poveri di cose ma ricchi di tempo. Era una vita fatta di relazioni umane: condividevi tutto, bastava poco per ridere ed essere contenti. Inoltre, eravamo in un contesto, direi privo di solitudine: complicità, giochi all’aria aperta, fatiche condivise. Momenti belli e brutti sempre tutti insieme. Il mondo è cambiato troppo in fretta.
Giuseppe Marro, detto “Gepin”, e la vita d’un tempo nella tenuta dei conti Galleani d’Agliano a Palazzasso
28 marzo 2026
Cuneo
Giuseppe Marro detto “Gepin”, è figlio dei giardinieri dei conti Galleani presso la tenuta di Palazzasso.
Chi è Giuseppe Marro?
Sono nato 90 anni fa nel mese di giugno. Vivo con mia moglie a Caraglio dal lontano 1960. Dal 1932 al 1960 ho vissuto nella tenuta dei conti Galleani d’Agliano a Palazzasso. I miei genitori per settant’anni sono stati giardinieri a palazzo; già i miei nonni erano mezzadri della casata Galleani d’Agliano.
Come è stata la sua infanzia?
Spensierata, vissuta in un contesto molto vivace: tante famiglie numerose vivevano all’interno delle mura del palazzo. Ognuno aveva il suo ruolo: chi badava al bestiame, chi al giardino e agli animali da cortile, chi era addetto alle cucine, chi curava i cavalli. C’era il fattore Giuseppe Turco che si occupava degli acquisti e delle vendite. La domenica venivano celebrate le messe: anche i preti vivevano a palazzo, ricordo bene don Lerda e don Martini. In seguito fu costruita la chiesa parrocchiale: fu lo stesso don Martini il promotore e l’artefice di questa bella iniziativa. Il 1° dicembre del 1952 si ebbe il riconoscimento civile della chiesa parrocchiale di S. Anna. La domenica si giocava a palla tutti insieme: c’erano Mario Marino e Giuseppe Combale, soprannominato “Ninu bambin”, che suonavano la “fisa”. Era una realtà allegra, piena di vita: condividevi ogni cosa come una grande famiglia. Si portava a macinare il grano per poter fare il pane. Ogni otto giorni si accendeva il forno: la prima volta richiedeva più fascine per portarlo in temperatura, per tanto, si facevano i turni per l’accensione. C’era il pozzo che abbeverava tutte le famiglie e gli animali. Veniva ammazzavo il maiale del quale non si sprecava nulla. Ricordo che nelle cantine, c’era una stanza molto ampia adibita allo stoccaggio delle patate.
Per voi bambini il palazzo non aveva segreti…
Sì, noi conoscevamo bene ogni meandro. Ricordo il salone dei “parigini”, ampio e bello; all’ultimo piano la camera di Don Bosco, amico del conte. Frequentavamo la cucina dove c’erano le sorelle Manfrin: Pina la cuoca e Rina la cameriera. Erano venete. Pina era molto simpatica, scherzava sempre. Ricordo che una volta disse a mio papà che nei sotterranei viveva un uomo con la barba lunga: lui era coraggioso e senza timore scese a vedere.
E la scuola?
A palazzo si frequentavano le tre prime classi della scuola elementare, mentre la quarta e la quinta si frequentavano nella cascina dell’ingegnere Chiappale. Ricordo la maestra Angela Ottenga che viveva a Caraglio mentre il maestro Ferruccio Cardone veniva in bicicletta da Cuneo. Capitava che a volte dormisse da noi.
Era usuale uscire dalla tenuta?
Mio papà andava in bicicletta a Caraglio molto raramente: in cascina c’era tutto quello che serviva per vivere. Raggiungeva la città per acquistare i vestiti dalla “Varenga” (la signora Varengo), per il barbiere e per poche altre cose.
Cosa ricorda della guerra?
Un giorno un partigiano è entrato nella tenuta armato di pistola, di mitra e con una bomba a mano in bocca: sosteneva che a palazzo c’erano delle armi, nascoste dal conte con la complicità del giardiniere. Mio padre riuscì a rabbonirlo dimostrando che non c’erano armi. Prima di andare via, ci invitò a casa sua a Torino. I fratelli di papà erano scappati dall’esercito e si erano rifugiati in casa nostra: io bambino, controllavo l’arrivo dei tedeschi per permettere loro di fuggire in caso di necessità. Dopo la guerra noi bambini giocavamo con i proiettili e le bombe a mano. Alcuni persero arti e occhi. Mia nonna trovò in una siepe un deposito di bombe a mano e pensando fossero delle scatolette di conserva, le raccolse tutte nel suo grembiale. Mio padre intervenne scongiurando una disgrazia. Il conte Giuseppe era maggiore di cavalleria per tanto, con lo sbandamento, il parco della tenuta in pochi giorni si ritrovò ad ospitare molti cavalli. La guerra è una brutta cosa: un ricordo cruento mi ha segnato per tutta la vita e ancora oggi faccio fatica a raccontare. C’erano due fratelli che vivevano nei pressi di Palazzasso: uno fascista e l’altro partigiano. Durante la guerra quando il partigiano è sceso a valle per cercare cibo, il fratello l’ha denunciato facendolo uccidere dai suoi. Finita la guerra, i partigiani hanno cercato vendetta: il fratello fascista è stato massacrato con i bastoni nel nostro cortile e finito con un colpo di pistola.
Che ricordi ha della famiglia Galleani?
Un bel ricordo e un rapporto consolidato nel tempo. Anche adesso che a palazzo vive Andrea, figlio di Giuseppe mi sento di casa. Capita a volte che io e Francesca, moglie di Andrea, passeggiamo nella tenuta e io le racconto dei tempi andati. Sono cresciuto giocando con i figli del conte Giuseppe Pio: Luigi, Giuseppe, Marilena ed Anna. Il conte Giuseppe Pio e la moglie Andreina in estate soggiornavano a palazzo mentre in inverno vivevano a Torino. Ricordo che mia madre spesso cucinava per loro. Erano molto affabili. Il conte, durante gli anni della guerra, aveva un’auto con due bombole del gas sul tettino: in inverno il gas gelava per tanto bisognava spingerla per poterla far partire. Mio papà in tempo di guerra, caricava le verdure dell’orto sul “barucin” (carretto trascinato dai cavalli) e alla stazione ferroviaria di Tarantasca consegnava il pacco diretto a Torino per i conti. Il conte Giuseppe Pio si è interessato dei fratelli Bernardi figli di mezzadri: Giacomo e Francesco due ragazzi desiderosi di studiare. Ha permesso loro di studiare a Torino e diventare sacerdoti. Tutti gli anni in occasione dei Santi vado a pregare presso la loro tomba di famiglia a Caraglio.
A settembre si festeggiava Santa Filomena?
Quanti ricordi! Era festa grossa quel giorno. Si celebravano ben cinque messe, si mangiavano prelibatezze. Noi bambini correvamo nei sacchi e venivamo premiato. Era una giornata speciale attesa con trepidazione. In occasione della festa si addobbava l’altare con grandi Angeli e si appendevano dei drappi pregiati. Purtroppo durante gli anni di guerra vennero sospesi i festeggiamenti. Sono ripresi dopo la guerra e tutt’ora a settembre viene festeggiata la Santa protettrice del palazzo.
Quale abbigliamento usavano i conti?
Vestivano come noi nel quotidiano mentre se ricevevano ospiti o in occasione di feste particolari, gli uomini indossavano le “merlusse” (il frac) mentre le donne usavano abiti eleganti.
Potesse, cosa salverebbe di quel mondo?
Salverei tutto. Era una vita lenta fatta di poco, faticosa perché tutto si faceva a mano ma eri libero, nessuno ti comandava, non dovevi fare i conti con la fretta, con le necessità a volte superflue di questa società. I giorni erano scanditi dalla luce del sole. Eravamo poveri di cose ma ricchi di tempo. Era una vita fatta di relazioni umane: condividevi tutto, bastava poco per ridere ed essere contenti. Inoltre, eravamo in un contesto, direi privo di solitudine: complicità, giochi all’aria aperta, fatiche condivise. Momenti belli e brutti sempre tutti insieme. Il mondo è cambiato troppo in fretta.