editoriale
“Sento profondamente di far parte di questo mondo, un’appartenenza che non riguarda solo le persone”
15 marzo 2025
Cuneo
Renato Lombardo, medico a riposo, è innamorato della montagna e dei montanari: “Sono nato a Dronero il 6 marzo 1950. Pradleves è il mio paese adottivo. Dopo 33 anni vissuti lì, dal 2012 vivo a Caraglio.
I suoi genitori?
“Mio padre Pietro, classe 1921, era tornitore presso una fabbrica di Dronero. Era innamorato del suo lavoro. Mia madre faceva la pettinatrice: poi, con due figli da allevare, fu costretta a fare la casalinga. Giocavo a tutto. Adoravo in particolare il mio teatrino dei burattini con il quale improvvisavo spettacoli, anche senza spettatori! Quando io e mio fratello fummo un po’ grandicelli mio padre mise su una piccola officina dove turnavamo al lavoro con mia madre, da mane a sera. E così terminò la stagione dei giochi”.
Le scuole?
“Ho frequentato le scuole medie a Dronero. Successivamente ho trascorso nel seminario di Saluzzo il periodo del ginnasio e del liceo. ‘Seminarium’ in latino è il vivaio, il semenzaio, per me un luogo felice nel quale è germogliata in me la passione per la letteratura classica, grazie anche a ottimi insegnanti. Tra questi spiccava don Luigi Tento che, quando mi dava un bel voto, smorzava il mio compiacimento ripetendo come una litania: ‘In regno caecorum monoculus est rex’ (Nel regno dei ciechi, chi vede da un occhio è re’). Grazie al fatto di aver conseguito la licenza liceale, ho potuto accedere alla facoltà di Medicina.
Cosa sognava di fare da bambino?
“Mio padre, entusiasta del suo lavoro, avrebbe voluto che rilevassi la sua professione, diventando un bravo tornitore, ma io, complice mia madre, aspiravo a un titolo di studio, magari un diploma magistrale. Poi scelsi di fare il medico. Aspiravo a diventare medico condotto, il medico di comunità, medico a tutto campo a stretto contatto con le persone”.
Dove ha fatto il medico nella sua vita?
“Ho lavorato come tirocinante in Medicina per sei mesi all’ospedale Santa Croce di Cuneo, dove ho avuto ottimi maestri, il dottor Ugo Sturlese in particolare. Sono stato sottotenente medico degli alpini e, dopo il congedo (aprile 2018), grazie all’interessamento del mitico Gianni Dematteis, ho preso la condotta dell’alta Valle Grana, distribuendo la mia presenza in cinque ambulatori, distribuiti sul territorio della valle, in modo da agevolare l’accesso dei miei pazienti.
Io ho sempre sentito l’appartenenza al mondo contadino della montagna. Ho parlato la lingua d’Oc alpina fin dal primo giorno e condiviso il modo di essere delle persone della comunità nella quale ho vissuto: tutto questo è avvenuto senza forzature, proprio in ragione dell’appartenenza”.
Il segreto per essere un buon medico?
“Una giusta dotazione di scienza e tanta disponibilità e capacità di ascolto. Chi è responsabile della salute delle persone deve avere con loro un buon feeling, instaurare con loro un rapporto di condivisione: e questo non lo impari a scuola”.
I politici e la sanità pubblica: cosa ne pensa?
“Non rispondo a questa domanda per non inoltrarmi nel turpiloquio”.
Lei è innamorato della montagna e dei montanari: come mai?
“Per un istintivo, indissolubile senso di appartenenza. Io sento profondamente di far parte di questo mondo e avverto un sentimento di appartenenza che non riguarda solo le persone, ma si allarga a tutte le presenze (vive o inanimate) che vi abitano. Purtroppo da tempo questo mondo è in lento ma inarrestabile disfacimento sociale e ambientale”.
Che ricordi ha degli obiettori arrivati a Castelmagno?
“Quello del collettivo degli obiettori di coscienza di Castelmagno è stato uno dei capolavori di Gianni Dematteis! Era il meglio della meglio gioventù e ha reso un grande servizio alla popolazione di Castelmagno. Conservo tuttora un buon rapporto con gli obiettori che ho avuto la fortuna di conoscere”.
Due montanari che porta nel suo cuore…
“Mi spiace dover scegliere, perché ho il cuore molto affollato di presenze! Mi tocca quasi tirare a sorte. Vediamo chi viene estratto: Iolanda Martini (la figlia del ‘Vento’) e Giacomo Isoardi (‘Jacou Chot’), entrambi di Chiappi di Castelmagno”.
Come mai ama le orchidee alle quali ha dedicato anche uno dei suoi numerosi libri?
“Perché mi piacciono le bellezze di un mondo in difficoltà”.
Il futuro delle nostre montagne come lo vede?
“Fatte le debite eccezioni, credo che potrebbero essere la terra promessa per persone di buona volontà in fuga da luoghi invivibili”.
La sua famiglia?
“Vivo felicemente con la mia compagna. I miei due figli condividono con me l’amore per la montagna. Mia figlia, gira il mondo, ma è domiciliata a Castelmagno. Mio figlio, nel tempo libero, va in giro con il suo organetto diatonico a suonare musica etnica”.
Il mondo di oggi le piace?
“Avendo avuto la fortuna sfacciata di nascere nel posto giusto al momento giusto, ho vissuto nel tempo più felice che ha conosciuto il pianeta Terra. Sono ancora innamorato di quel che resta di quel mondo di allora. Mi rattrista il destino che attende quelli che verranno dopo”.
Cosa mette al primo posto nella sua vita?
“A pari merito, la famiglia e la salute”.