editoriale
Caino e Abele (Ai generated - Foto Pixabay)
Il dibattito sulla pena di morte in Europa si è orientato sempre più chiaramente verso la sua esclusione (anche se resta in vigore in tanti stati in caso di guerra), mentre sembra più aspro negli Usa. Anche da noi, peraltro, di fronte ad alcuni delitti più efferati l’opzione, almeno in dibattiti da bar (ma spesso anche da televisione), non sembra del tutto esclusa.
Se si guarda al mondo biblico, soprattutto del Primo Testamento (vangeli e lettere praticamente non affrontano la questione), l’impressione è di una notevole incoerenza, che ci riporta anche al modo corretto con cui leggere la Bibbia e utilizzarne gli stimoli.
Non sono pochi, infatti, i reati per i quali nella legislazione biblica è prevista la pena di morte. Nello stesso tempo, però, alcune pagine dell’inizio del libro della Genesi paiono andare in una direzione molto diversa.
Ripartiamo allora dalla considerazione che i libri e i passi biblici non hanno tutti la stessa importanza, ma “pesano” diversamente. Molto spesso il rilievo di un libro o di un brano lo cogliamo anche intuitivamente (non è difficile capire che le genealogie di 1 Cr 1-8 siano meno significative del Decalogo!), ma esistono anche criteri letterari che aiutano a suggerire la maggiore importanza di alcuni brani. Tra questi criteri, uno dei più generici e per noi però difficile da intuire, è che ciò che è più importante viene prima. È un’indicazione che non ci verrebbe naturale, perché culturalmente noi siamo al limite abituati a riservare alla fine le considerazioni più definitive e rilevanti.
Il fatto che nel libro della Genesi si sia deciso di porre all’inizio alcuni capitoli (1-11) che non riguardano esclusivamente gli ebrei, ma l’umanità intera, dice che al Dio della Bibbia interessa non solo il rapporto con il “suo” popolo, ma ancora più profondamente con tutti gli esseri umani. E ciò che è inserito in quei primi capitoli è più fondamentale anche della storia della salvezza.
A quei primi capitoli appartiene anche il racconto del primo omicidio, che è poi un fratricidio (Gen 4), l’uccisione di Abele da parte di Caino. A noi non interessa qui l’intero episodio, molto complesso e articolato, ma ciò che succede dopo, l’accusa divina dell’assassinio, segnalato dal fatto che sia il sangue stesso di Abele, come se avesse una voce, a gridare dalla terra (Gen 4,10). Dio parla anche di una maledizione (v. 11) che non parrebbe però provenire da Dio, ma dalla terra stessa, che infatti non darà più a Caino i suoi frutti.
La reazione di Caino pare di consapevolezza del gesto, o almeno delle sue conseguenze: «Tu mi scacci da questa terra», «dovrò nascondermi davanti a te», «chiunque mi incontrerà mi ucciderà» (v. 14). È Caino stesso ad invocare su di sé la liceità del suo assassinio. Ed è Dio, a questo punto, a intervenire vietando che l’assassino venga assassinato, imponendogli anzi un segno «perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse» (v. 15). Non è, chiaramente, una giustificazione del fratricidio, ma la scelta di tutelare la vita anche al di sopra della legittima punizione.
È un Dio che tiene alla vita umana più che a tutto il resto, come è evidente anche almeno dalla consegna lasciata dopo il diluvio, quando il Signore concede, per la prima volta, di poter uccidere animali per nutrirsi (Gen 9,3; in Gen 1,29-30 tutti erano vegetariani), pur mantenendo il gesto simbolico di astensione dal sangue, sede della vita, che appartiene a Dio (Gen 9,4). La vita degli esseri umani, però, resta intangibile (9,5), al punto che quello è l’unico precetto morale a cui sono tenuti anche gli animali.
Ci vorrà tempo prima che questa percezione, unita anche alla considerazione tutta culturale per la dignità umana, si trasformasse in norme legali, che sono sempre culturalmente situate. Ma la centralità della vita umana per il Dio biblico era fuori discussione già da molto presto, e senza condizioni: non la vita del giusto o del buono, ma la vita di qualunque essere umano, a prescindere da tutto il resto.
L’uccisione di Abele da parte di Caino e il dibattito sulla pena di morte
29 settembre 2024
Cuneo
Caino e Abele (Ai generated - Foto Pixabay)
Il dibattito sulla pena di morte in Europa si è orientato sempre più chiaramente verso la sua esclusione (anche se resta in vigore in tanti stati in caso di guerra), mentre sembra più aspro negli Usa. Anche da noi, peraltro, di fronte ad alcuni delitti più efferati l’opzione, almeno in dibattiti da bar (ma spesso anche da televisione), non sembra del tutto esclusa.
Se si guarda al mondo biblico, soprattutto del Primo Testamento (vangeli e lettere praticamente non affrontano la questione), l’impressione è di una notevole incoerenza, che ci riporta anche al modo corretto con cui leggere la Bibbia e utilizzarne gli stimoli.
Non sono pochi, infatti, i reati per i quali nella legislazione biblica è prevista la pena di morte. Nello stesso tempo, però, alcune pagine dell’inizio del libro della Genesi paiono andare in una direzione molto diversa.
Ripartiamo allora dalla considerazione che i libri e i passi biblici non hanno tutti la stessa importanza, ma “pesano” diversamente. Molto spesso il rilievo di un libro o di un brano lo cogliamo anche intuitivamente (non è difficile capire che le genealogie di 1 Cr 1-8 siano meno significative del Decalogo!), ma esistono anche criteri letterari che aiutano a suggerire la maggiore importanza di alcuni brani. Tra questi criteri, uno dei più generici e per noi però difficile da intuire, è che ciò che è più importante viene prima. È un’indicazione che non ci verrebbe naturale, perché culturalmente noi siamo al limite abituati a riservare alla fine le considerazioni più definitive e rilevanti.
Il fatto che nel libro della Genesi si sia deciso di porre all’inizio alcuni capitoli (1-11) che non riguardano esclusivamente gli ebrei, ma l’umanità intera, dice che al Dio della Bibbia interessa non solo il rapporto con il “suo” popolo, ma ancora più profondamente con tutti gli esseri umani. E ciò che è inserito in quei primi capitoli è più fondamentale anche della storia della salvezza.
A quei primi capitoli appartiene anche il racconto del primo omicidio, che è poi un fratricidio (Gen 4), l’uccisione di Abele da parte di Caino. A noi non interessa qui l’intero episodio, molto complesso e articolato, ma ciò che succede dopo, l’accusa divina dell’assassinio, segnalato dal fatto che sia il sangue stesso di Abele, come se avesse una voce, a gridare dalla terra (Gen 4,10). Dio parla anche di una maledizione (v. 11) che non parrebbe però provenire da Dio, ma dalla terra stessa, che infatti non darà più a Caino i suoi frutti.
La reazione di Caino pare di consapevolezza del gesto, o almeno delle sue conseguenze: «Tu mi scacci da questa terra», «dovrò nascondermi davanti a te», «chiunque mi incontrerà mi ucciderà» (v. 14). È Caino stesso ad invocare su di sé la liceità del suo assassinio. Ed è Dio, a questo punto, a intervenire vietando che l’assassino venga assassinato, imponendogli anzi un segno «perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse» (v. 15). Non è, chiaramente, una giustificazione del fratricidio, ma la scelta di tutelare la vita anche al di sopra della legittima punizione.
È un Dio che tiene alla vita umana più che a tutto il resto, come è evidente anche almeno dalla consegna lasciata dopo il diluvio, quando il Signore concede, per la prima volta, di poter uccidere animali per nutrirsi (Gen 9,3; in Gen 1,29-30 tutti erano vegetariani), pur mantenendo il gesto simbolico di astensione dal sangue, sede della vita, che appartiene a Dio (Gen 9,4). La vita degli esseri umani, però, resta intangibile (9,5), al punto che quello è l’unico precetto morale a cui sono tenuti anche gli animali.
Ci vorrà tempo prima che questa percezione, unita anche alla considerazione tutta culturale per la dignità umana, si trasformasse in norme legali, che sono sempre culturalmente situate. Ma la centralità della vita umana per il Dio biblico era fuori discussione già da molto presto, e senza condizioni: non la vita del giusto o del buono, ma la vita di qualunque essere umano, a prescindere da tutto il resto.