(foto Agensir)
Erano trascorsi solo pochi giorni dall’annuncio della straripante vittoria elettorale di Vladimir Putin che un attentato terroristico di grandi proporzioni ha improvvisamente insanguinato Mosca e messo in evidenza un’incredibile falla nella sicurezza russa. Più di 130 vittime, centinaia di feriti e nuovi inquietanti interrogativi sulle responsabilità e sugli autori della strage.
In un contesto di guerra che dura ormai da due anni e dove non appare all’orizzonte il minimo segnale di dialogo, di negoziato o di tregua e dove solo le armi hanno diritto di parola, l’attentato ha fatto comprensibilmente correre un ulteriore brivido di paura nell’escalation in corso del conflitto.
A rivendicare tuttavia e rapidamente l’attentato, è stato lo Stato islamico del Khorasan (Isis-K), ramo dello Stato islamico, operativo nell’Asia centrale e in particolare in Afghanistan dal 2014. L’obiettivo principale è l’antico sogno di ricostruire un esteso Califfato nell’Asia meridionale e centrale, governato dalle leggi della sharia. Un Califfato comprendente l’Afghanistan, il Pakistan, parte dell’Iran, ma anche alcune ex Repubbliche sovietiche, quali il Turkmenistan, il Tagikistan e l’Uzbekistan. Una rivendicazione che in un secondo tempo precisava che “l’attacco si inserisce nel contesto di una guerra tra lo Stato Islamico e i Paesi che combattono l’Islam”.
Non è quindi la prima volta che la Russia è vittima di simili attentati legati al terrorismo islamico; si pensi in particolare ai conflitti interni nel Caucaso del Nord, in Cecenia, in Daghestan e in Inguscezia, al sequestro collettivo nel 2002 al Teatro Dubrovka di Mosca, alla strage di Beslan nel 2004, a quella all’aeroporto di Domodedovo nel 2011 e a tutta una serie di altri attentati nel corso degli ultimi anni, fino alle recenti informazioni dei servizi di intelligence occidentali fornite a Mosca su probabili attacchi in preparazione. Un avvertimento ignorato o sottovalutato dai servizi di sicurezza russi, concentrati sull’unico e immediato nemico ucraino.
Si delinea così un quadro in cui la Russia in intensa guerra ad occidente, deve fare i conti anche con la fragilità delle sue frontiere orientali e con la rinnovata minaccia degli attacchi terroristici da parte di uno Stato islamico in inquietante risveglio. Un risveglio che, per quanto riguarda in particolare la Russia, sembrerebbe ricollegarsi a remoti e recenti interventi militari e in particolare al sostegno dato al regime di Bachar al Assad in Siria proprio nella lotta contro lo Stato islamico e altri ribelli.
Non solo, ma negli ultimi anni, l’ISIS K, risvegliato soprattutto dal ritiro degli USA dall’Afghanistan, dall’intreccio di relazioni che si sono create fra talebani e Russia e in lotta contro gli sciiti iraniani, hanno già compiuto diversi attacchi terroristici anche in Iran, come ad esempio quello perpetrato, vicino a Teheran, lo scorso gennaio con decine di vittime civili.
Sebbene Putin abbia attribuito, a mezze parole, la responsabilità della strage al gruppo terroristico, senza per questo cancellare i dubbi sull’Ucraina, resta il fatto che l’attentato di Mosca apre, non solo per la Russia, ma anche per l’Occidente e l’Europa in particolare, un nuovo fronte di guerra, insidioso e imprevedibile, un pericolo quasi dimenticato nel grande caos globale che stiamo vivendo. Una grave preoccupazione per l’Unione, ancora fragile e divisa sulla sua sicurezza futura e con la grande responsabilità di difendere con vigore i suoi valori di democrazia e di pace.
editoriale
(foto Agensir)
Erano trascorsi solo pochi giorni dall’annuncio della straripante vittoria elettorale di Vladimir Putin che un attentato terroristico di grandi proporzioni ha improvvisamente insanguinato Mosca e messo in evidenza un’incredibile falla nella sicurezza russa. Più di 130 vittime, centinaia di feriti e nuovi inquietanti interrogativi sulle responsabilità e sugli autori della strage.
In un contesto di guerra che dura ormai da due anni e dove non appare all’orizzonte il minimo segnale di dialogo, di negoziato o di tregua e dove solo le armi hanno diritto di parola, l’attentato ha fatto comprensibilmente correre un ulteriore brivido di paura nell’escalation in corso del conflitto.
A rivendicare tuttavia e rapidamente l’attentato, è stato lo Stato islamico del Khorasan (Isis-K), ramo dello Stato islamico, operativo nell’Asia centrale e in particolare in Afghanistan dal 2014. L’obiettivo principale è l’antico sogno di ricostruire un esteso Califfato nell’Asia meridionale e centrale, governato dalle leggi della sharia. Un Califfato comprendente l’Afghanistan, il Pakistan, parte dell’Iran, ma anche alcune ex Repubbliche sovietiche, quali il Turkmenistan, il Tagikistan e l’Uzbekistan. Una rivendicazione che in un secondo tempo precisava che “l’attacco si inserisce nel contesto di una guerra tra lo Stato Islamico e i Paesi che combattono l’Islam”.
Non è quindi la prima volta che la Russia è vittima di simili attentati legati al terrorismo islamico; si pensi in particolare ai conflitti interni nel Caucaso del Nord, in Cecenia, in Daghestan e in Inguscezia, al sequestro collettivo nel 2002 al Teatro Dubrovka di Mosca, alla strage di Beslan nel 2004, a quella all’aeroporto di Domodedovo nel 2011 e a tutta una serie di altri attentati nel corso degli ultimi anni, fino alle recenti informazioni dei servizi di intelligence occidentali fornite a Mosca su probabili attacchi in preparazione. Un avvertimento ignorato o sottovalutato dai servizi di sicurezza russi, concentrati sull’unico e immediato nemico ucraino.
Si delinea così un quadro in cui la Russia in intensa guerra ad occidente, deve fare i conti anche con la fragilità delle sue frontiere orientali e con la rinnovata minaccia degli attacchi terroristici da parte di uno Stato islamico in inquietante risveglio. Un risveglio che, per quanto riguarda in particolare la Russia, sembrerebbe ricollegarsi a remoti e recenti interventi militari e in particolare al sostegno dato al regime di Bachar al Assad in Siria proprio nella lotta contro lo Stato islamico e altri ribelli.
Non solo, ma negli ultimi anni, l’ISIS K, risvegliato soprattutto dal ritiro degli USA dall’Afghanistan, dall’intreccio di relazioni che si sono create fra talebani e Russia e in lotta contro gli sciiti iraniani, hanno già compiuto diversi attacchi terroristici anche in Iran, come ad esempio quello perpetrato, vicino a Teheran, lo scorso gennaio con decine di vittime civili.
Sebbene Putin abbia attribuito, a mezze parole, la responsabilità della strage al gruppo terroristico, senza per questo cancellare i dubbi sull’Ucraina, resta il fatto che l’attentato di Mosca apre, non solo per la Russia, ma anche per l’Occidente e l’Europa in particolare, un nuovo fronte di guerra, insidioso e imprevedibile, un pericolo quasi dimenticato nel grande caos globale che stiamo vivendo. Una grave preoccupazione per l’Unione, ancora fragile e divisa sulla sua sicurezza futura e con la grande responsabilità di difendere con vigore i suoi valori di democrazia e di pace.
L’attentato a Mosca, lo Stato islamico e il nuovo fronte di guerra
31 marzo 2024
Cuneo
(foto Agensir)
Erano trascorsi solo pochi giorni dall’annuncio della straripante vittoria elettorale di Vladimir Putin che un attentato terroristico di grandi proporzioni ha improvvisamente insanguinato Mosca e messo in evidenza un’incredibile falla nella sicurezza russa. Più di 130 vittime, centinaia di feriti e nuovi inquietanti interrogativi sulle responsabilità e sugli autori della strage.
In un contesto di guerra che dura ormai da due anni e dove non appare all’orizzonte il minimo segnale di dialogo, di negoziato o di tregua e dove solo le armi hanno diritto di parola, l’attentato ha fatto comprensibilmente correre un ulteriore brivido di paura nell’escalation in corso del conflitto.
A rivendicare tuttavia e rapidamente l’attentato, è stato lo Stato islamico del Khorasan (Isis-K), ramo dello Stato islamico, operativo nell’Asia centrale e in particolare in Afghanistan dal 2014. L’obiettivo principale è l’antico sogno di ricostruire un esteso Califfato nell’Asia meridionale e centrale, governato dalle leggi della sharia. Un Califfato comprendente l’Afghanistan, il Pakistan, parte dell’Iran, ma anche alcune ex Repubbliche sovietiche, quali il Turkmenistan, il Tagikistan e l’Uzbekistan. Una rivendicazione che in un secondo tempo precisava che “l’attacco si inserisce nel contesto di una guerra tra lo Stato Islamico e i Paesi che combattono l’Islam”.
Non è quindi la prima volta che la Russia è vittima di simili attentati legati al terrorismo islamico; si pensi in particolare ai conflitti interni nel Caucaso del Nord, in Cecenia, in Daghestan e in Inguscezia, al sequestro collettivo nel 2002 al Teatro Dubrovka di Mosca, alla strage di Beslan nel 2004, a quella all’aeroporto di Domodedovo nel 2011 e a tutta una serie di altri attentati nel corso degli ultimi anni, fino alle recenti informazioni dei servizi di intelligence occidentali fornite a Mosca su probabili attacchi in preparazione. Un avvertimento ignorato o sottovalutato dai servizi di sicurezza russi, concentrati sull’unico e immediato nemico ucraino.
Si delinea così un quadro in cui la Russia in intensa guerra ad occidente, deve fare i conti anche con la fragilità delle sue frontiere orientali e con la rinnovata minaccia degli attacchi terroristici da parte di uno Stato islamico in inquietante risveglio. Un risveglio che, per quanto riguarda in particolare la Russia, sembrerebbe ricollegarsi a remoti e recenti interventi militari e in particolare al sostegno dato al regime di Bachar al Assad in Siria proprio nella lotta contro lo Stato islamico e altri ribelli.
Non solo, ma negli ultimi anni, l’ISIS K, risvegliato soprattutto dal ritiro degli USA dall’Afghanistan, dall’intreccio di relazioni che si sono create fra talebani e Russia e in lotta contro gli sciiti iraniani, hanno già compiuto diversi attacchi terroristici anche in Iran, come ad esempio quello perpetrato, vicino a Teheran, lo scorso gennaio con decine di vittime civili.
Sebbene Putin abbia attribuito, a mezze parole, la responsabilità della strage al gruppo terroristico, senza per questo cancellare i dubbi sull’Ucraina, resta il fatto che l’attentato di Mosca apre, non solo per la Russia, ma anche per l’Occidente e l’Europa in particolare, un nuovo fronte di guerra, insidioso e imprevedibile, un pericolo quasi dimenticato nel grande caos globale che stiamo vivendo. Una grave preoccupazione per l’Unione, ancora fragile e divisa sulla sua sicurezza futura e con la grande responsabilità di difendere con vigore i suoi valori di democrazia e di pace.