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Lunedì 17 giugno 2024

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Bovesano a processo per resistenza e minacce ai Carabinieri

L'episodio avvenne una sera di novembre 2020, il 33enne era ubriaco e poi si calmò, consegnando spontaneamente i propri documenti

La Guida - Bovesano a processo per resistenza e minacce ai Carabinieri

Boves – “Era un periodo di forte tensione per le condizioni di salute di mia figlia e per la perdita del lavoro a causa del Covid, ma non era mia intenzione essere violento con i Carabinieri, era solo uno sfogo”: con queste parole M. S., 33enne bovesano, ha spiegato al giudice il motivo della sfuriata che lo vide protagonista la sera dell’11 novembre 2020 con due pattuglie di Carabinieri e il personale del 118 accorsi su chiamata della suocera, impaurita dall’atteggiamento dell’uomo che, in preda a una crisi di nervi, le aveva spaccato con un pugno il vetro della porta di casa. Quando arrivò la prima pattuglia di Carabinieri, l’uomo li insultò e minacciò dicendo “scendete e prendetemi a schiaffi, facciamo subito a botte così posso ammazzarvi, vi taglio la gola”. Mentre diceva queste parole si avvicinava ai militari faccia a faccia tendendo però sempre le mani dietro la schiena. Aggressivo anche con i sanitari del 118, ci volle un po’ di tempo prima che la profonda sbornia cominciasse a esaurire il proprio effetto tanto da consentire all’uomo di calmarsi e riprendere a ragionare: “Ci chiese scusa ed era pentito per i toni e le parole che aveva pronunciato – aveva riferito in aula uno dei Carabinieri intervenuti – e ci ha consegnato spontaneamente i documenti”. Nelle sue conclusioni il pubblico ministero ha rilevato la condotta ostile e minacciosa dell’uomo dovuta a uno stato di alterazione cui era seguita la confessione liberatoria per la preoccupazione sullo stato di salute della figlia. L’accusa ha anche rilevato la parziale incapacità di intendere e volere dell’uomo che dopo qualche mese è entrato in cura presso la neuropsichiatria dell’Asl; per questo ha chiesto una condanna a tre mesi di reclusione. Richiesta rigettata dalla difesa dell’uomo che ha rilevato una condotta provocatoria ma mai effettivamente minacciosa, uno sfogo dovuto a un contesto familiare poco felice cui però è seguito l’inizio della cura, avviata qualche mese dopo a causa del Covid. Per questo è stata chiesta l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato. La decisione è stata rinviata al 30 gennaio prossimo (immagine generica).

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