cultura
Politiche che aiutino chi è ai margini a ritrovare dignità
10 aprile 2022
Cuneo
Mentre il mondo guarda con estrema preoccupazione alle vicende della guerra in Ucraina, gli osservatori più attenti stanno oramai realizzando che, per uscire dai guai in cui siamo finiti, è necessario elaborare nuove strategie e nuove forme di composizione dei conflitti.
Le logiche tradizionali della diplomazia e gli stessi canoni di dialogo e confronto sono da rivedere alla luce dei mutati assetti economici, politici e sociali.
Stesso discorso vale per gli equilibri economici interni, che senza dubbio saranno (e in parte sono già) pesantemente condizionati dalla crisi Ucraina, preceduta da due difficilissimi anni di pandemia.
Si tratta, evidentemente, di temi strettamente legati tra loro.
Tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento l’economista italiano Vilfredo Pareto ha elaborato una teoria economica che ha portato a identificare quello che viene definito l’ottimo paretiano; si tratta di una situazione in cui, dopo aver tentato ogni forma di riorganizzazione possibile, non è più possibile migliorare le condizioni di alcun soggetto economico senza che peggiorino le condizioni di un altro soggetto economico. Evidentemente, con questo tipo di approccio, ogni politica redistributiva è fortemente limitata, poiché (estremizzando il pensiero di Pareto) se non è possibile chiedere sacrifici a chi possiede di più in vista dell’aumento del benessere di chi sta peggio, ciò significa che alcuni principi fondamentali dello stato sociale ne risulterebbero compromessi.
Questo profilo del pensiero paretiano risente di un errore di fondo e che sta nel voler considerare l’economia come una disciplina pura e dissociata dalle scienze sociali. L’ottimo paretiano, infatti, è l’esito di riflessioni teoriche, che non tengono conto di valutazioni di equità.
Oggi è infatti evidente che il benessere di una collettività passa attraverso il benessere dei singoli, e in particolare attraverso quello dei singoli più svantaggiati. Neppure i ricchi o i ricchissimi vivono bene in un contesto sociale eccessivamente segnato dalle disuguaglianze. In modo ancora più evidente, oggi risulta chiaro come i conflitti mettano a repentaglio il benessere di ognuno.
Questo tipo di constatazioni non sono sfuggite a John Rawls, economista e filosofo politico statunitense che visse e operò nel secolo scorso. Secondo Rawls, il giudizio che può e deve essere dato su una società deve essere formulato partendo dal punto di vista dei più poveri. Senza arrivare a conclusioni che possano essere definite “socialiste”, Rawls afferma che il benessere della collettività aumenta quando migliorano le condizioni dei più poveri. Fino a che punto sia lecito e opportuno reindirizzare le risorse di chi ha di più verso chi ha di meno è poi una questione che può avere le soluzioni più diverse e che ha condotto alcuni a elaborare teorie egualitarie pure.
Ciò che interessava all’economista americano era l’equità anche a scapito dell’efficienza, seppure in un ambito di rispetto per le libertà individuali.
Tra i tratti di maggiore interesse del pensiero di Rawls, c’è anche quello di reinserire la riflessione economica all’interno delle scienze umane e delle scienze sociali, sviluppando un approccio che prendeva in considerazione aspetti di natura economica, politica, filosofica, giuridica, psicologica e sociologica. Le azioni economiche non possono essere dissociate da tutto il resto, così come il governo dell’economia non può non passare attraverso scelte politiche di carattere generale, che tengano conto della realtà sociale nel suo complesso.
L’attualità del pensiero di Rawls, inoltre, sta nell’intuizione di coniugare l’analisi dei fatti economici con lo studio del contesto internazionale. Era il 1993 quando apparve un articolo che poi diventò un saggio dal titolo “Il diritto dei popoli”. Si tratta di un’opera dove si afferma che la politica internazionale non può essere pura anarchia e neppure prevaricazione, ma preziosa opportunità di dialogo tra culture diverse, fino a dove il dialogo è possibile.
Le sfide di oggi, in fondo, sono proprio queste: trovare spazi di dialogo dove pare che non ce ne siano e individuare politiche, azioni e meccanismi che aiutino chi è ai margini a ritrovare la propria dignità.
Non si tratta di buoni propositi o di fantasie per ingenui, ma di questioni concrete che incidono e incideranno sempre più sulla quotidianità di tutti noi.