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Mercoledì 19 settembre 2018

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Visto con voi: “L’Orfeo” al Regio

Ultima replica il 21 marzo a Torino per il capolavoro di Monteverdi in un allestimento bellissimo ed emozionante

La Guida - Visto con voi: “L’Orfeo” al Regio

Era il 24 febbraio 1607. Nello stesso periodo in cui più o meno facevano i primi passi il “Macbeth” e il “Re Lear” di Shakespeare, a Mantova, nel Palazzo Ducale dei Gonzaga, debuttava “L’Orfeo” di Claudio Monteverdi. Se non è la prima opera lirica in assoluto della storia (il merito spetta alla “Dafne” di Jacopo Peri, andata in scena dieci anni prima a Firenze), il capolavoro del musicista cremonese, al di là della qualità strettamente musicale, è sicuramente il primo melodramma che è riuscito a creare personaggi veri, psicologicamente credibili, che ancora oggi sono in grado di emozionarci.

Tutti conoscono la storia di amore e morte di Orfeo che discende agli Inferi alla ricerca della sua Euridice, prematuramente scomparsa al culmine della loro bella storia d’amore. Grazie al suo canto e alla sua poesia, riesce a convincere gli dèi a riportarla in vita ma, quando sembra che tutto stia andando per il verso giusto, Orfeo si volta a guardare la sua amata, contravvenendo all’unico divieto impostogli.

Eppure Monteverdi, con la sua musica sublime, rende la vicenda sorprendente, arricchendola di sfumature e di vibrazioni emotive, donandole una modernità imprevedibile. D’altronde, in bilico com’era tra Rinascimento e Barocco, “stile antico” e “stile moderno”, nella sua epoca il Nostro apparve talmente d’avanguardia e innovativo che – per alcuni – sarebbe virtualmente l’antenato della musica contemporanea (di cui, invece, Wagner sarebbe ovviamente il padre).

Comunque sia, è difficile non infatuarsi della sua musica: il problema a quel punto è decidere se si preferiscono i suoi tre melodrammi di cui si sono conservati gli spartiti (“Il ritorno di Ulisse in patria”, “L’incoronazione di Poppea” e -appunto – “L’Orfeo”), la sua musica sacra (fu maestro di cappella di San Marco a Venezia) o uno dei suoi tanti, meravigliosi madrigali, dove in pochi minuti si raggiungono intensità che mozzano letteralmente il fiato (provate ad ascoltare, ad esempio, “Chi vol che m’innamori” per 3 voci e 2 violini, dove s’alternano in modo perfetto gioia e dolore, euforia, senso della fragilità dell’esistenza e inquieti presagi di morte).

Gli appassionati di Monteverdi (o semplicemente coloro che all’opera non cercano solo il déjà vu) aspettavano con ansia il nuovo allestimento de “L’Orfeo” proposto dal Teatro Regio di Torino dal 13 al 21 marzo. Non sono stati delusi.

La regia di Alessio Pizech ha fatto muovere i cantanti, i danzatori (guidati da Isa Traversi) e il Coro tra prati fioriti un po’ hippy e un po’ botticelliani, atmosfere infernali (con tanto di barca di Caronte per il trasporto dei morti), fosse cimiteriali o paesaggi irrorati di pura luce. Il tutto emergeva di volta in volta da uno spazio (creato da Davide Amadei), le cui pareti e il cui pavimento ricordavano gli spettacolari soffitti lignei del Palazzo dei Gonzaga, sede della prima dell’opera.

Bravi i cantanti, tra cui svettavano il formidabile baritono Mauro Borgioni, che ha offerto un Orfeo davvero potente e coinvolgente, il soprano Roberta Invernizzi (la Musica, energica protagonista del Prologo a sipario chiuso, e poi Proserpina), il mezzosoprano Monica Bacelli (prima nel ruolo struggente della Messaggera, che annuncia l’improvvisa morte di Euridice, e poi Speranza, che accompagna Orfeo fino alle porte dell’Ade) e lo spettacolare Caronte, dai lunghi capelli e dalla folta barba, interpretato dal basso Luigi De Donato. Ma non vanno dimenticati Francesca Boncompagni (Euridice, che nel quarto atto muore nuovamente, imprigionata in una gabbia di tronchi secchi), Luca Tittoto (Plutone), gli interpreti dei ruoli minori e soprattutto il notevole e versatile Coro diretto da Andrea Secchi.

L’Orchestra del Regio, accompagnata dagli Strumentisti della Cappella Neapolitana (per la realizzazione del basso continuo) e dall’ Ensemble strumentale La Pifarescha, ha offerto una performance superba sotto la direzione di Antonio Fiorio. Osservare nella buca le meravigliose tiorbe, i cembali e l’arpa tripla era di per sé uno spettacolo splendido. Quando però è iniziata la musica, con quell’intrecciarsi di toni leggeri e gioiosi, malinconia, dolore lancinante, scoramento e ritrovamento della serenità nell’accettazione della realtà della vita, sono cominciati anche lo stupore e la grande commozione. Per tutto il tempo dell’opera. Fino alla stupenda moresca finale e a quei versi conclusivi e catartici: “Così grazia in ciel impetra/chi qua giù provò l’inferno,/e chi semina fra doglie/d’ogni grazia il frutto coglie”.

L’ultima replica de “L’Orfeo” al Regio sarà mercoledì 21 marzo alle ore 20. Se potete, non perdetevelo.

In ogni caso, per chi volesse vederlo o rivederlo, si appunti sull’agenda la data di giovedì 3 maggio, quando dalle 21,15 Rai5 ne trasmetterà la registrazione video.

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