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Lunedì 15 ottobre 2018

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Io sono il mio corpo?

Nell’esperienza quotidiana del corpo che noi siamo, non siamo mai padroni del nostro corpo. Il nostro corpo ci sfugge da tutte le parti”. Sono parole dello psicoterapeuta Massimo Recalcati, esperto in patologie del comportamento alimentare, pronunciate nel corso di una conferenza sul mito contemporaneo del sentirci padroni del nostro corpo. E invece il corpo ci sfugge. Lo fa attraverso la malattia, per esempio,  che mostra che non abbiamo il governo assoluto del nostro corpo. Lo fa attraverso il fatto che il nostro corpo è un corpo che “gli altri vedono” e da questo punto di vista il corpo ci sfugge da tutte le parti ancora di più. Il corpo è sempre corpo visto dall’altro. È un’esperienza molto forte questa, soprattutto nelle ragazze, per le quali il passaggio dal corpo infantile e bambino, dal corpo senza sesso a un corpo che acquista forma sessuale e diventa oggetto dello sguardo e del desiderio, può essere delicato. Molte ragazze non riescono a fare questo passaggio: accettare che il proprio corpo possa essere visto/desiderato dall’altro. Molte ragazze scelgono dunque la via dell’anoressia, che è un “burqa” del corpo, un modo per renderlo invisibile all’altro. Il rapporto col corpo è complesso perché il corpo ha un doppio statuto: “io sono e sento”  il mio corpo ma “non ho” la proprietà del mio corpo. Il mito contemporaneo della “religione del corpo” cancella invece lo statuto di  estraneità del nostro corpo e afferma che invece ciascuno può fabbricarsi da sé il proprio corpo e diventarne padrone assoluto. È il grande mito della chirurgia estetica o della scelta del seme a partire dalle qualità potenziali del suo DNA. La nostra cultura è ossessionata dal controllo del corpo e dall’ansia del suo decadimento e ritiene doveroso ricorrere ad artifici per nascondere i segni irreversibili del tempo e mostrare di poterli controllare. Avere un buon rapporto col proprio corpo significa invece non pretendere di diventarne padroni e lasciare che il corpo parli la sua lingua. Il corpo umano infatti non ha bisogno solo di nutrimento ma è domanda di presenza “presente” dell’altro. Il bambino che viene al mondo ha bisogno del latte della mamma, ma è anche grido nella notte che chiede una risposta per trasformarsi da grido in domanda. “Sono al buio e grido, ma se tu parli è come se si accendesse la luce” (Massimo Recalcati). La vita si nutre di parole e la parola che conta è la parola che fa sentire che la voce dell’altro è ascoltata. Il desiderio tipicamente umano di essere nutriti da un altro desiderio, dalle parole, dalla presenza può far capire che cosa entri in gioco in certe anoressie infantili, in bambine dai 4 ai 12 anni, sottoposte ad alimentazione forzata perché vogliono morire. Il loro corpo scheletrico testa e interroga il desiderio dell’altro (genitori), dicendo “se io non mangio, se muoio, se scompaio, la tua vita sarà la stessa, continuerai a vivere senza di me?” Le storie di queste bambine confermano che ciò che dà vita al corpo è il contatto col desiderio dell’altro. Dimentichiamo questa verità affettiva fondamentale e facciamo invece del corpo un idolo, un feticcio: diete, ossessione salutista, concezione standardizzata della bellezza. Corpi in serie, corpi autosufficienti, che bastano a se stessi.Ciascun corpo invece è vite storta di cui valorizzare il nodo e la stortura, è corpo fatto per l’incontro, è corpo che parla e a cui parlare. (Su La Guida in edicola le quattro pagine dell’inserto “Zero20” sono dedicate al tema del rapporto dell’adolescente con il proprio corpo.).

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