editoriale

Perché la festa di Pasqua parla proprio a noi e al nostro tempo

05 aprile 2026

Cuneo

croce (foto Pixabay) (foto Pixabay) Nei tempi di festa si percepiscono come più problematiche e drammatiche le situazioni di tensione e fatica. E, al di là di ciò che ognuno di noi vive personalmente, non si può dire che gli ultimi anni siano pacifici e tranquilli. Certo, razionalmente sappiamo che il fatto che di tante guerre non avessimo notizia non significa che non ci fossero, con tutto il loro strascico di morti, sofferenze, angosce e separazioni. Ma il quadro di questi tempi è oggettivamente pesante e difficile. “Per fortuna” che ormai non percepiamo più la Pasqua come rilevante e umanamente calorosa come il Natale... Eppure... Eppure proprio questi giorni, la festività liturgica che siamo chiamati a celebrare, i brani evangelici che ascoltiamo, dovrebbero essere capaci di stimolarci. Perché a volte riduciamo la risurrezione alla promessa che la nostra vita non finirà. Non è poco, eppure è enormemente meno di ciò che sottintende. Nei vangeli la risurrezione di Gesù è nettamente legata alla passione, infatti il risorto si fa riconoscere mostrando i segni della propria morte. Anzi, dovremmo addirittura dire che la passione stessa è legata all’interpretazione che ne ha offerto Gesù nella sua ultima cena, celebrata su uno sfondo pasquale, rimando che Gesù e i primi cristiani chiaramente riprendono: pane e vino facevano parte di quella celebrazione, l’allusione all’agnello sacrificale è significativa e tutti i vangeli sottintendono lo sfondo della celebrazione pasquale (anche se probabilmente ha ragione Giovanni a sostenere che quella cena si tenne il giorno prima di Pasqua). Si trattava di una festa familiare, eppure Gesù la celebra non con la sua famiglia, ma con i discepoli. È una rottura importante, dice che ciò che noi pensiamo e scegliamo, per Gesù conta più dei legami che ci siamo trovati imposti alla nascita. Eppure, in questo contesto di elezione, quindi inevitabilmente più caloroso e più portato a distinguere i “noi” bravi dagli “altri” perfidi, Gesù annuncia un tradimento. In quella sera, vissuta a Gerusalemme, ossia nel covo dei nemici che infatti poche ore dopo elimineranno il “maestro”, tutto porta verso l’angoscia: la “nostra” separazione dalla “loro” festa, la minaccia del sinedrio, le parole e l’atteggiamento strani di Gesù... Poco dopo, Gesù cerca di ritrovare la propria serenità pregando nel Getsemani insieme a tre discepoli, amici, i chiamati più intimi... che dormono. E nella preghiera accorata verso il Padre, ci dicono Marco e Giovanni, non giunge dal cielo nessun sostegno. Tutto sembra andare male e verso la morte. E morte sarà, lo sappiamo. Morte, tradimento, abbandono, insulti, ingiustizia, violenza... fino addirittura al grido che qualcuno è stato spinto a censurare o spiegare in modo più tranquillizzante: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?». In questo contesto la risurrezione giunge, inattesa (i discepoli stessi faticano a crederci) a indicare alcune cose. Intanto, Gesù aveva ragione: anche lui può averne dubitato e sembra averlo fatto, ma davvero era il servo in cui il Padre si compiaceva. Poi, scopriamo un Dio assolutamente rispettoso della libertà umana, che tollera addirittura che gli esseri umani mettano a morte suo Figlio, il suo unico figlio, che ama (sono le parole che il capitolo 22 di Genesi fa ascoltare ad Abramo, chiamato a sacrificare suo figlio Isacco). Ma, insieme, anche un Dio che, quando l’umanità ha finito di parlare, dice soltanto la vita, e una vita che non si vendica ma che appena può torna dai suoi e come primo saluto garantisce il «Pace a voi». È un risorto che non esce dalla propria storia (si fa riconoscere mostrando i segni dei chiodi) ma che non è più condizionato dalla morte... perché l’ha attraversata, ha ricevuto il dono di andare oltre, di approdare a una vita piena, non negazione di ciò che era stato prima (torna dai suoi...) ma senza il condizionamento della nostra situazione carnale. Insomma, probabilmente la festa di Pasqua dovrebbe parlare proprio a noi, al nostro tempo angosciante e oppressivo. Perché è la promessa che Dio non violenta la storia, lascia che proceda sulle sue strade e secondo le proprie scelte, ma che quando parla dice solo vita e pace. E che la promessa è davvero che la storia non sia sconfessata, ma accompagnata a ricevere in dono la vita piena, oltre la prepotenza e l’ingiustizia ma senza dimenticare ogni singolo essere umano che dentro quelle condizioni ha dovuto vivere. La risurrezione di Gesù, questa modalità di risurrezione, dice che ogni desiderio di giustizia internazionale, di fine delle sofferenze degli oppressi, di libertà di chi vuole vivere, non vedrà un Dio che interviene alla Rambo per sterminare gli ingiusti, ma sarà ascoltato, è già nel cuore di Dio, e un giorno (come e quando non sappiamo) verrà ascoltato e adempiuto.
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