editoriale
Se il primo pesante impatto sull’Italia e sull’Europa della guerra in Medio Oriente, generata dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, con l’uccisione del suo leader Khamenei, è di tipo economico, come segnala l’impennata del costo del gas e dei prodotti energetici con le prevedibili conseguenze negative sull’economia, c’è per il nostro Paese un secondo impatto, più importante ancora, sul piano politico e geopolitico.
Emblematica è la vicenda del ministro, nostro conterraneo, Guido Crosetto, bloccato a Dubai nel momento esatto in cui partiva la tempesta di fuoco sull’Iran, seguita dalla immediata risposta iraniana diretta a colpire i confinanti Paesi del Golfo, amici degli americani di cui ospitano basi militari e con cui fanno affari.
Potrebbe essere considerata soltanto una sfortunata casualità, come accaduto a migliaia di altri italiani. Se non fosse che Crosetto non è un italiano qualsiasi, è il ministro della Difesa. Come tale è incomprensibile che non fosse informato minuto per minuto dell’evolversi delle tensioni. Che non fosse in contatto costante con gli uffici del suo ministero, i servizi segreti (non ne sapevano niente?!) e con il governo nel quale occupa uno dei ruoli più importanti e delicati (e di cui, va detto a suo merito, è anche uno dei più stimati). Invece è accaduto proprio questo. Crosetto ha anche chiesto scusa e provato a spiegare il perché di questa sua assenza: “posso aver sbagliato come ministro, ma lì c’erano i miei figli”. Ma senza risultare convincente.
La sua disavventura è la dimostrazione disarmante, di quali siano i rapporti reali tra il governo italiano e quello statunitense. Tra Meloni e Trump. L’attacco all’Iran è avvenuto senza alcun preavviso al governo italiano, se non a operazioni ormai in svolgimento. Segno che gli americani, a dispetto di asseriti rapporti privilegiati, in realtà del governo italiano non si fidano per niente. Per Trump l’Italia è uno dei tanti paesi subalterni, chiamati ad agire seguendo gli interessi e la linea dettata dagli Stati Uniti, accettando nemici e narrative americane senza un proprio orientamento autonomo.
Una subalternità che allontana sempre più l’Italia dagli altri paesi europei. Che non si distinguono nemmeno loro per capacità di opporsi ai diktat trumpiani, ma che restano in ogni caso l’unica possibile alternativa ad un isolamento internazionale che non porta benefici né per l’economia né per la democrazia e la pace.
La vicenda Crosetto, come quella dei dazi, dimostra quanto poco conti l’Italia da sola sullo scacchiere internazionale. E non consola constatare come anche gli altri Paesi europei, se considerati singolarmente, non contino molto di più. Ben altro sarebbe il peso politico ma anche economico e militare se ad agire compattamente all’unisono fossero tutti i paesi che fanno parte dell’Unione Europea. Oggi non è così che avviene. I governi nazional-populisti, come quello italiano, in questa situazione tacciono imbarazzati e non prendono posizione. Il risultato è l’autocondanna all’insignificanza. Eppure è sempre più evidente che soltanto in quella veste europea un paese come l’Italia potrà assumere ruolo e peso nei nuovi assetti del mondo che si profila, tra guerre, dittature e democrature, strapotere delle tecnologie senza legge e dei loro padroni senza scrupoli.
Il caso Crosetto e il peso dell’Italia
08 marzo 2026
Cuneo
Se il primo pesante impatto sull’Italia e sull’Europa della guerra in Medio Oriente, generata dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, con l’uccisione del suo leader Khamenei, è di tipo economico, come segnala l’impennata del costo del gas e dei prodotti energetici con le prevedibili conseguenze negative sull’economia, c’è per il nostro Paese un secondo impatto, più importante ancora, sul piano politico e geopolitico.
Emblematica è la vicenda del ministro, nostro conterraneo, Guido Crosetto, bloccato a Dubai nel momento esatto in cui partiva la tempesta di fuoco sull’Iran, seguita dalla immediata risposta iraniana diretta a colpire i confinanti Paesi del Golfo, amici degli americani di cui ospitano basi militari e con cui fanno affari.
Potrebbe essere considerata soltanto una sfortunata casualità, come accaduto a migliaia di altri italiani. Se non fosse che Crosetto non è un italiano qualsiasi, è il ministro della Difesa. Come tale è incomprensibile che non fosse informato minuto per minuto dell’evolversi delle tensioni. Che non fosse in contatto costante con gli uffici del suo ministero, i servizi segreti (non ne sapevano niente?!) e con il governo nel quale occupa uno dei ruoli più importanti e delicati (e di cui, va detto a suo merito, è anche uno dei più stimati). Invece è accaduto proprio questo. Crosetto ha anche chiesto scusa e provato a spiegare il perché di questa sua assenza: “posso aver sbagliato come ministro, ma lì c’erano i miei figli”. Ma senza risultare convincente.
La sua disavventura è la dimostrazione disarmante, di quali siano i rapporti reali tra il governo italiano e quello statunitense. Tra Meloni e Trump. L’attacco all’Iran è avvenuto senza alcun preavviso al governo italiano, se non a operazioni ormai in svolgimento. Segno che gli americani, a dispetto di asseriti rapporti privilegiati, in realtà del governo italiano non si fidano per niente. Per Trump l’Italia è uno dei tanti paesi subalterni, chiamati ad agire seguendo gli interessi e la linea dettata dagli Stati Uniti, accettando nemici e narrative americane senza un proprio orientamento autonomo.
Una subalternità che allontana sempre più l’Italia dagli altri paesi europei. Che non si distinguono nemmeno loro per capacità di opporsi ai diktat trumpiani, ma che restano in ogni caso l’unica possibile alternativa ad un isolamento internazionale che non porta benefici né per l’economia né per la democrazia e la pace.
La vicenda Crosetto, come quella dei dazi, dimostra quanto poco conti l’Italia da sola sullo scacchiere internazionale. E non consola constatare come anche gli altri Paesi europei, se considerati singolarmente, non contino molto di più. Ben altro sarebbe il peso politico ma anche economico e militare se ad agire compattamente all’unisono fossero tutti i paesi che fanno parte dell’Unione Europea. Oggi non è così che avviene. I governi nazional-populisti, come quello italiano, in questa situazione tacciono imbarazzati e non prendono posizione. Il risultato è l’autocondanna all’insignificanza. Eppure è sempre più evidente che soltanto in quella veste europea un paese come l’Italia potrà assumere ruolo e peso nei nuovi assetti del mondo che si profila, tra guerre, dittature e democrature, strapotere delle tecnologie senza legge e dei loro padroni senza scrupoli.