editoriale

Il Dio biblico e la responsabilità della persona: ognuno è responsabile per sé, non per le azioni della propria famiglia

01 febbraio 2026

Cuneo

Dio biblico (pixabay) (Foto Pixabay) La nuora di Maria e Pasquale, Federica, era scomparsa il 9 gennaio. Dieci giorni dopo se ne è ritrovato il cadavere; il marito in via di separazione, dopo aver a lungo tentato di negare, ha ammesso l’assassinio. Il 24 gennaio Maria e Pasquale vengono ritrovati senza vita nel loro cortile di casa, probabilmente suicidi. Dietro il gesto potrebbe esserci la vergogna per il delitto del figlio, rafforzata dai giudizi pesanti sui social anche nei confronti dei genitori. Non c’è nessuna intenzione qui di ricostruire la vicenda (per quel che può ancora servire, è compito degli inquirenti) né di prendere una qualunque delle parti. Mi soffermo in realtà su un aspetto che può anche essere secondario ma che condiziona le vite di molti di noi, sia pure per fortuna in contesti molto meno drammatici. Contesti nei quali le azioni di nostri familiari orientano (in male, ma persino in bene) il giudizio di chi abbiamo intorno. O in cui siamo noi a giudicare le persone a partire dalle loro famiglie. Il mondo biblico, e in questo caso soprattutto quello profetico, è debitore a un grande flusso religioso del concetto della responsabilità personale delle azioni. Si tratta di un’idea che dovrebbe essere enormemente più chiara al nostro mondo individualista (anche se evidentemente non lo è abbastanza) ma che suonava particolarmente difficile da accogliere per il mondo culturale da cui nasce la Bibbia. E non ripeteremo mai abbastanza che quello sfondo culturale è decisivo per capire che cosa la Bibbia pretenda di dirci. Capita infatti spesso di trovare usata la Bibbia come repertorio di regole: “devi fare così”, “devi evitare quello” “perché lo dice il Vangelo”. Questo approccio è di tipo fondamentalista, in qualche modo sottintende che ci sia un grande regolatore e giudice del mondo (Dio) che valuta in base all’osservanza formale di regole che restano uguali ovunque e sempre nel mondo. Questa ipotesi ci metterebbe di fronte ad un Dio decisamente prolisso o ripetitivo, per giustificare una mole così grande di scritti sacri, e peraltro abbastanza incoerente da prospettare tante regole diverse in contemporanea. E, ancora, tanti scritti che non contengono regole. È più corretto notare che la Bibbia ci propone costantemente una relazione tra Dio e l’essere umano, e non esiste relazione che non si adatti al contesto e che, addirittura, cambi con il mutare delle condizioni di vita. Se vogliamo quindi intuire che cosa gli autori biblici avevano compreso della relazione con Dio, bisogna capire su che sfondo affermavano ciò che dicevano. Lo sfondo di gran parte del Primo Testamento (ma spesso anche del Nuovo) è di una dimensione civile organizzata per gruppi umani: famiglie, clan, tribù. Il singolo non è significativo. Quando una persona semita del VI secolo a.C. ne incontrava un’altra, la prima domanda sottintesa era chi dei due fosse più importante (l’idea era di una forte gerarchia tra gli esseri viventi), e l’importanza di una persona dipendeva in realtà dall’importanza del clan. Se io sono il rappresentante meno significativo del mio clan, che però è più forte del tuo, io conto più di te. In questo mondo è evidente che le colpe (o i meriti) di una persona si riverberavano inevitabilmente su tutto il gruppo umano. È su questo sfondo che vengono anche elaborate le promesse a Davide (“i tuoi discendenti siederanno sul tuo trono per sempre”) o a Mosè nel decalogo (“mantengo la mia benevolenza per mille generazioni”). Ed è a questo mondo che i profeti arrivano a dire: «Vi lamentate che i padri hanno mangiato frutta acerba e i figli hanno sentito il tannino nei denti. Avete ragione: d’ora in poi ognuno riceverà la ricompensa per le sue azioni: sentirà il tannino chi mangia frutta acerba». Non si trattava di una intuizione da poco: a decidere del mio rapporto con Dio non era più il modo con cui re e sacerdote conducevano le loro missioni, ma il mio modo di vivere, la mia decisione, a chi decidevo di prestare fiducia. Ma si era trattato, appunto, di una intuizione, che ognuno fosse responsabile per sé, non scontasse le pene o godesse dei vantaggi delle azioni passate della propria famiglia. E, chiaramente, di una intuizione che non si limitava a varare delle leggi nuove per i fedeli del Dio della Bibbia, ma che indicava come i profeti avevano capito che agisse e pensasse Dio, verso tutti.
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