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“Resterò legato alla mia terra. Essere il prete è bello: si condividono dolori, gioie, scelte, amicizie”
11 agosto 2025
Cuneo
Don Marco Gallo è nato il 29 settembre 1977 a Savigliano, ora abita a Saint Germain des Prés, parrocchia di Parigi: “Sono figlio di Spirito Gallo, ingegnere delle telecomunicazioni e di Agnese Bergese, ostetrica affettuosa, ora pensionati. Da bambino sono cresciuto in provincia di Milano, giocavo molto con mia sorella Paola; poi all’oratorio, o quando tornavamo in Piemonte nel mulino di mio nonno a Ruffia, con i miei cugini. I miei mi hanno trasmesso l’amore per la vita parrocchiale, per lo studio e la politica, la cura della casa, la curiosità di imparare le lingue e conoscere il mondo”.
Le scuole?
Ho frequentato la scuola primaria in provincia di Milano, poi il liceo classico a Saluzzo, teologia a Fossano, e poi fino al dottorato in teologia dei sacramenti a Sant’Anselmo di Roma, con una licenza in liturgia a Parigi.
Cosa sognava da bambino?
Da bambino volevo essere maestro. In oratorio però c’era un viceparroco, don Angelo, capace di incantarci con i suoi racconti! Tutti si sentivano a casa. Ho pensato allora: ecco il mestiere più bello del mondo! Poi ho scoperto che non è solo un mestiere, ma è amore...
I suoi ricordi del seminario?
Sono entrato in seminario a Saluzzo nel 1991: eravamo in 14 seminaristi (con don Michelangelo Priotto, don Osvaldo Malerba e don Marco Testa come superiori). Sono stati anni sereni e molto belli! Nel 1998 sono partito per il Camerun: due anni intensi con don Claudio Margaria e don Andrea Borello. Anche le esperienze di servizio in parrocchia sono state per me fondamentali: a Piasco, poi a Paesana e nell’Oratorio don Bosco a Saluzzo. Sono stato ordinato nel 2004 a Saluzzo, in Duomo, da monsignor Giuseppe Guerrini.
Ora che va a fare a Parigi, e con quale stato d’animo?
Sono stato nominato direttore dell’Institut supérieur de Liturgie all’università cattolica. Lì si formano teologi della liturgia da tutto il mondo: saranno formatori o ricercatori nelle loro diocesi. Collaboro con questo istituto dal 2013, e l’anno scorso con mia grande sorpresa sono stato eletto direttore! La liturgia è una disciplina decisiva: quando una comunità perde gusto per le celebrazioni, perde se stessa e Dio. Sono entusiasta di poter vivere questo servizio, anche se lasciare Verzuolo è doloroso.
Cosa pensa di trovare?
Collaboro in università con docenti brillanti, l’ambiente è molto vivace! Gli studenti vengono da molti Paesi diversi: il contesto è internazionale. Vivrò in parrocchia con altri quattro preti. In Francia il cattolicesimo è in subbuglio: cala progressivamente in numeri, ma si rialza con migliaia di battesimi giovanili. Anche questo contesto sarà significativo.
Dicono che potrebbe essere un primo passo... per farla vescovo: che ne pensa?
Penso che questo sto facendo è uno dei tanti passi del mio cammino di persona credente, come cittadino del mondo a servizio della Chiesa. Il compito dei vescovi è ben diverso da quello dei formatori e dei ricercatori.
Quanti anni è stato parroco a Verzuolo e Costigliole?
Sono arrivato nel 2014 a Verzuolo, prima come vice, poi parroco ‘in solidum’ dal 2018 con don Luca e don Claudio Margaria, per cinque parrocchie. Mi sono occupato però soprattutto di Verzuolo. È stato un onore, un’esperienza intensa, ricca. Fare il prete è bellissimo: si condividono dolori, gioie, scelte, amicizie. Il Vangelo lo si scopre così, anche da preti.
Le spiace lasciare il Saluzzese?
Più di quanto pensassi! Celebrare l’ultima Messa è stato struggente. Pensavo: a Parigi non troverò tutto questo affetto. Resterò legato alla mia terra, alla mia famiglia, alla mia cara diocesi.
Un ricordo bello e la fatica più grande?
Non è retorica, ma coincidono nello stesso periodo, quello della pandemia da Covid. Ho vissuto un tempo di fraternità intensa con don Luca, don Claudio, con le comunità. Ma anche un dolore profondissimo: abbiamo celebrato 74 funerali in poco più di un mese, tra novembre e dicembre 2020. Bisogna sapere che a Verzuolo in un anno ordinario se ne fanno 55. Erano tutte persone portate via in ambulanza, mai più riviste in viso dai loro cari, che erano ammessi a ritirare una bara già chiusa. Questo dolore ripetuto mi ha messo a terra, mi sembrava che non ce ne stesse più nel cuore. Allora ci siamo sentiti parte della vita di queste famiglie, che sono anche le nostre.
La soddisfazione più grande?
Quando ascolto e quando mi sento ascoltato senza giudizi. È ciò che cerco di essere come prete: il ministero si esercita più con le orecchie che con le parole. E ho un buon maestro: il mio amico Carletto che ha vissuto tanti anni con me, capace di essere affettuoso e gioioso anche in momenti complicati. Lui ha la sindrome di Down e ha una capacità di coinvolgersi nel presente che ha molto da dirci.
Che cosa pensa di Papa Francesco? È stato ascoltato dai politici?
Francesco è stato un dono immenso, lo ricordo con commozione e gratitudine. Gli dobbiamo tanto: aperture, linguaggio semplice, gesti profetici. Ma il mondo oggi sembra amare rappresentanti molto diversi.
Il mondo di oggi le piace?
Mi rattristano amaramente le ingiustizie, le guerre, la furbizia di chi froda. Ma mi piace la possibilità d’incontro tra le culture. Credo nel Dio che vincerà il male.
Cosa è importante per lei?
Ricominciare sempre.
Il primo pensiero al mattino?
Prego sempre a memoria con gli occhi chiusi il mio salmo preferito: il 131, è il salmo dell’infanzia spirituale felice!