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Un cuneese alla corte di Franco Basaglia: l’avventura triestina di Augusto Debernardi

17 marzo 2024

Cuneo

Franco Basaglia Franco Basaglia Laureato in Sociologia all’Università degli Studi di Trento e diplomato all’Inserm (Institut national de la santé et de la recherche médicale) di Parigi in epidemiologia psichiatrica, dal 1971 Augusto Debernardi è stato componente dell’équipe del professor Franco Basaglia all’Ospedale psichiatrico di Trieste, vivendo al suo fianco la straordinaria avventura della nascita di una nuova concezione di cura della malattia mentale e del graduale superamento dell’istituzione dell’ospedale psichiatrico, così come fino ad allora concepito. Nell’anniversario dei 100 anni dalla nascita del professor Basaglia, Debernardi ripercorrerà a Cuneo, sua città natale, i momenti salienti di questa sua esperienza, cercando di restituire all’uditorio il senso ed il respiro delle innovazioni introdotte da Basaglia e dai suoi collaboratori, nonché l’ampiezza di una visione che essi hanno saputo tradurre in realtà. Una vicenda di cui occorre fare memoria e tesoro, cogliendo appieno i suoi molteplici messaggi e la sua eredità: in primis, la possibilità di assumere una diversa postura nei confronti della malattia mentale e di chi ne è affetto, guardando non soltanto alla diagnosi in sé, ma anche alla dimensione umana, esistenziale e relazionale che si cela dietro ogni paziente, incontrando la persona oltre la malattia. “L’importante - aveva dichiarato Basaglia nel corso di una conferenza tenuta a Rio de Janeiro nel 1979 - è che abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile. Dieci, quindici, vent’anni addietro era impensabile che il manicomio potesse essere distrutto. D’altronde, potrà accadere che i manicomi torneranno ad essere chiusi e più chiusi ancora di prima, io non lo so! Ma, in tutti i modi, abbiamo dimostrato che si può assistere il folle in altra maniera, e questa testimonianza è fondamentale. Non credo che essere riusciti a condurre una azione come la nostra sia una vittoria definitiva. L’importante - concludeva Basaglia - è un’altra cosa, è sapere ciò che si può fare”.

La complessità della figura di Franco Basaglia

“Parlare oggi di Franco Basaglia - spiega il professor Augusto Debernardi - non è facile, perché bisogna sottolineare la sua complessità. Una complessità fatta di formazione scientifica (egli era docente di Neuropsichiatria all’Università di Padova); di passione filosofica verso tutto l’apparato della Fenomenologia e dell’Esistenzialismo; della sua capacità di attingere ai saperi critici e di avere idee controcorrente rispetto alle ideologie dominanti dell’epoca. E più ancora la sua attitudine all’impegno pratico e politico che diede vita ad un sapere concreto, ossia tradotto in realtà, uscendo dai binari della cosiddetta normalità. Franco Basaglia ha certamente palesato due immagini: da un lato, un uomo deciso, assertivo nei confronto degli ostacoli, se vogliamo in termini gramsciani, come colui che riesce a sostituire il pessimismo della ragione con l’ottimismo della pratica. Condizione che permette di superare il pregiudizio. La seconda immagine è quella di un uomo pieno di dubbi che gli fa dire: quando sono davanti ad un uomo nella sua dimensione collettiva e sociale, posso risolvere qualche problema materiale come offrire una casa, degli aiuti diversi. Ma il dolore che opprime l’uomo, la sua angoscia quotidiana nel rapporto con gli altri, non posso risolverlo. Ecco l’angoscia esistenziale fa parte dell’uomo, una contraddizione e l’opposizione alla nostra vita. Inoltre Basaglia ha saputo mettere fra parentesi la malattia: sospendere il diagnosticismo, la propensione a diagnosticare tout court, per mettersi concretamente in relazione con l’altro. Modo di trattare, anche, i sentimenti, le emozioni dell’angoscia”.

Trieste, terreno fertile per la riforma di Basaglia

Il tentativo di Basaglia di superare l’istituzione dell’ospedale psichiatrico non attecchì né a Gorizia né a Parma, dove egli operò, mentre riuscì a Trieste. Quali condizioni resero, dunque, possibile questa operazione? “Da un punto di vista dell’antropologia culturale - risponde Debernardi - bisogna dire che Trieste è una città portuale e, come tale, portatrice di una maggiore tolleranza. Poi è una città di confine: posizionata nell’est dell’Italia, è stata duramente segnata dalle vicende dell’esodo dell’Istria e delle foibe, ferite che nel ’71 erano ancora aperte e sanguinanti. Nel dormitorio pubblico, ad esempio, continuavano ad essere presenti esodati e apolidi: persone che erano fuggite e ancora non avevano trovato una sistemazione. Era, poi, una città nella quale la lingua ufficiale era l’italiano, ma in cui si parlava anche lo sloveno, dal momento che la relativa etnia era molto presente. Sotto il fascismo, però, la lingua slovena era stata proibita e gli stessi cognomi sloveni avevano subito l’italianizzazione, privando della loro identità i cittadini che li portavano. Ecco, all’inizio degli anni Settanta tutte queste vicende e queste tensioni erano ancora ben presenti in città. Sul fronte politico, invece, in quegli anni l’amministrazione provinciale era retta da una giunta di centro-sinistra presieduta da Michele Zanetti, democristiano, persona competente che lasciò carta bianca a Basaglia e gli fu sempre vicino, collaborando con tutte le iniziative che furono messe in campo: dal riconoscere il lavoro per la Cooperativa Lavoratori Uniti, al promulgare le delibere che ci permisero di avere dei fondi e di prefigurare un’assistenza psichiatrica diversa, non incentrata sul manicomio”.

La Cooperativa Lavoratori Uniti

Una delle prime grandi innovazioni introdotte nell’ospedale psichiatrico di Trieste diretto da Basaglia fu la costituzione, nel dicembre del 1972, della CLU, la Cooperativa Lavoratori Uniti, la cui storia verrà ripercorsa nel film proposto durante la serata cuneese del 27 marzo. Di che cosa si trattava? “Facevano parte della CLU  - spiega Debernardi - donne e uomini internati che sino ad allora, in nome dell’ergoterapia, avevano svolto attività di pulizia, lavanderia, trasporto lenzuola dentro le mura dell’istituto. Spalare il carbone per le caldaie, trasportare i rifiuti, la biancheria sporca e poi pulita, fare lavori di fatica per la manutenzione, aiutare nel laboratorio del calzolaio, del materassaio, nella legatoria, in tutti i meandri della cucina e lavanderia erano compiti svolti esclusivamente da pazienti: lavoro concreto, ma non retribuito. Si occupavano  anche del giardinaggio, della cura del verde. Con la nascita della Cooperativa si realizzava uno scambio non vincolato alla moneta, in cui i contraenti erano vincolati da vincoli extraeconomici. Non c’erano, infatti, ancora soldi (il massimo, appunto, della cooperazione). Una libertà terapeutica, però, cominciava a serpeggiare: alle riunioni partecipavano gli stessi lavoratori, molto contenti di ragionare insieme, di elaborare la coscienza e l’identità di lavoratori. Alla fine, fu redatto lo statuto della CLU, anche se incontrammo il rifiuto del Tribunale Commerciale, che pensava che i “matti” non dovessero lavorare. L’ostacolo fu superato grazie alla Provincia, che mise a bilancio i fondi per pagare le persone, riconosciute non più come “matte”, ma come “lavoratori””.

La nascita delle zone psichiatriche

“Oltre alla costituzione della CLU e a molteplici altre inziative, - prosegue Debernardi - nel superamento dell’istituzione manicomio, determinante fu la suddivisione della città di Trieste in zone psichiatriche, sulle quali furono impiantati i Centri di Salute Mentale. Furono individuate cinque zone, con altrettante équipe: ognuna era diretta da un primario con tre altri psichiatri ed una ventina di infermieri. Le risorse professionali asserragliate nel manicomio venivano così pian piano rovesciate nella città. Il nuovo si faceva trasformando l’istituzione e, dunque, tenendo sotto controllo i costi: quando abbiamo chiuso il manicomio, non abbiamo preso soldi in più, ma abbiamo riversato le risorse economiche e umane dell’ospedale psichiatrico sul territorio. Il superamento del manicomio, inoltre, aveva bisogno di centri operativi sulle 24 ore, anche con posti letto per fare fronte a situazioni critiche, che non potevano essere gestite a domicilio”.

Il concetto di “ospite”

“I ricoverati del manicomio furono in seguito riconosciuti come “ospiti” e furono creati le comunità alloggio o i gruppi appartamento. Allo scopo si affittarono in città una ventina di alloggi. Se le abitazioni necessitavano di lavori non eccessivi, essi venivano eseguiti, poi si trovavano gli infermieri che avrebbero preso in carico la struttura: di giorno e, se necessario, anche di notte. Si cercarono sussidi e risorse e si andò anche a studiare tutti i pregressi lavorativi degli ospiti, per vedere se si riusciva ad arrivare alla pensione, magari pagando gli ultimi contributi, o alla pensione sociale: con una minima, in 6/8 persone si poteva pagare l’affitto e vivere fuori dall’istituto. Dalla cucina dell’ospedale, poi, si potevano portare le derrate alimentari, da cucinare nell’appartamento”.

L’eredità di Basaglia

“Basaglia - conclude Debernardi - ha dimostrato che la sofferenza psichica può essere affrontata in maniera diversa, più rispettosa dell’individuo, della sua dignità e della sua libertà. Basaglia oggi è l’inattuale, perché nella contemporaneità teoria e pratica si dividono, invece di incontrare la condizione umana per quello che è. Al contrario, invece, occorre saper vedere la persona al di là della diagnosi. Quello che ci vuole oggi per quest’area è un grande progetto di Salute Mentale, con degli obiettivi e possibilmente di nuovo degli operatori unici: occorre superare la divisione sociale del lavoro, non avere competenze separate tra istituzioni. Oggi, invece, si è preda di specialismi e pragmatismi, conditi da valutazioni finanziarie. Ma Basaglia ha dimostrato che è fattibile... E se è stato fatto una volta, allora si può rifare!”. Augusto Debernardi Augusto Debernardi
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