«Ludovico significa “colui che dona o che dà luce”. Questo nome però può essere interpretato, considerando la sua ultima parte, anche come “custode”. La parola greca “icos” è traducibile infatti in latino con “custos”. Ludovico infatti, come dimostrato dalle sue stesse opere, fu un severo custode della parola di Dio. Egli infatti guidò con solerzia il suo esercito in terra e in mare, anche nei momenti più accaniti della battaglia. E per questo la chiesa ne canta le lodi. Egli dunque, come attestato dal suo stesso nome, va considerato come datore di luce e come custode nelle battaglie della vita presente». È con questa immagine piuttosto potente che la Legenda aurea dà inizio alla narrazione della storia di Ludovico IX, re di Francia morto nel 1270 in Tunisia e proclamato santo dalla chiesa nel 1297 dopo essere stato protagonista della VII crociata, che lo vide perdente e liberato da coloro che aveva attaccato solo dietro pagamento di un cospicuo riscatto.
La particolare attenzione che Ludovico IX ebbe per gli ordini mendicanti nati in quest’epoca ad opera di Francesco di Assisi e Domenico di Guzman, tanto intensa da far credere che egli stesso se avesse potuto si sarebbe fatto frate, contribuì a veicolarne un’immagine fortemente legata alla sfera del sacro. Tanto da consentire alla chiesa stessa di identificarlo già in vita come “re cristiano” da proporre come modello anche agli altri sovrani contemporanei e successivi.
Alla fedeltà alla chiesa di Ludovico IX e al suo desiderio di essere anche lui protagonista di una crociata non dovette essere estraneo il ruolo giocato da suo padre nella crociata avviata contro gli Albigesi nel 1226: «Il beato Ludovico, illustre re dei francesi, ebbe come padre un re cristianissimo, anche lui chiamato Ludovico. Egli debellò gli eretici di Albi e della congrega di Tolosa, estirpando le loro erronee dottrine, riconducendoli in Francia e restituendoli a Cristo». Nato nel 1214, poco più che dodicenne, alla morte del padre avvenuta nel 1226, fu costretto a prenderne il posto, venendo incoronato re di Francia il 29 novembre di questo stesso anno nella cattedrale di Reims. Pur salito ufficialmente al trono nei primi anni del suo regno, per volontà del padre, fino alla maggiore età la reggenza fu affidata alla madre: «Così il santo fanciullo, privato di un padre tanto valoroso, rimase sotto la tutela della regina madre Bianca, figlia del re di Castiglia. Fu grazie alla estrema delicatezza della madre che il fanciullo venne educato a rigorosi principi morali e alle scienze letterarie sotto la guida di maestri spirituali appartenenti agli ordini dei frati predicatori e minori». Ecco dunque spiegata la ragione per cui tutta la vita di Ludovico IX finì con l’assumere un tratto profondamente spirituale, che egli continuò a rafforzare proprio consolidando via via il suo rapporto con il mondo domenicano e francescano. Senza che questo lo facesse però mai entrare in contrasto con l’esercizio dei suoi doveri di re, così come essi erano percepiti a quell’epoca.
E se il suo regno fu estremamente lungo, superando ampiamente i quarant’anni, questa fase di formazione sotto la stretta tutela della madre fu indubbiamente decisiva per strutturare il suo carattere e apprendere la capacità di governare. Ed è forse per questo che l’iconografia religiosa, nel rappresentare Ludovico IX, ha sempre dato ampio spazio al momento della sua infanzia, forse con l’intento di evidenziarne la santità precoce e l’assennatezza che ad essa quasi naturalmente pareva accompagnarsi. Così è proprio la figura di un bambino nel cuore della corte quello che vediamo rappresentato nell’affresco del XV secolo conservato nella cappella marchionale del castello di Revello (Fig. 1). Il fulcro di questo dipinto è certamente rappresentato dall’incrociarsi degli sguardi che lega strettamente tra loro il piccolo Ludovico IX e la regina madre. Lo sguardo di quest’ultima, la cui autorevolezza è espressa oltre che dalla sua solenne postura anche dalla corona portata in capo, è rivolto proprio verso il figlio: è lui che la madre tenta di supportare con l’intento di indicargli perentoriamente come comportarsi. Un’indicazione precisa che, tenuto conto della forza gestuale del movimento col quale Bianca di Castiglia punta l’indice della sua mano destra verso il figlio, sembra volerlo ammonire in ordine a ciò che dovrà fare. Ricevendo in tutta risposta, dallo sguardo con cui il piccolo guarda la madre, un assenso pieno a ciò che lei gli sta autorevolmente suggerendo.
Il piccolo Ludovico IX, la cui precoce santità viene espressa dall’aureola appoggiata sul suo capo, non venne però educato al suo futuro ruolo di re soltanto dalla madre. A sorreggerne la crescita, in una prospettiva che lo vide tanto dedito alla parola di Dio «da pervenire al culmine della virtù, astenendosi contemporaneamente da ogni vizio», sono proprio alcuni esponenti di rilievo degli ordini mendicanti. Sono dunque essi, nell’affresco che stiamo esaminando, a trovare posto alle spalle del futuro re: alla sua destra i francescani, vestiti nel saio grezzo che li connota come dediti a “Madonna Povertà”; alle sue spalle i domenicani, il cui composto contegno rimarca il loro essere completamente impegnati nella predicazione ed nello studio con cui essa richiede di essere supportata. Ed è forse proprio per richiamare il ruolo che lo studio rivestì nell’educazione di Ludovico, che egli è rappresentato con nella mano sinistra un piccolo libro chiuso. Non è più un libro, ma invece una corona quella stretta nella mano sinistra da Ludovico in un altro affresco del ciclo dedicato come il precedente alla vita del santo re francese nella cappella marchionale del castello di Revello (Fig. 2). Ed anche in questo caso l’intero dinamismo del dipinto ruota intorno allo sguardo che figlio e madre reciprocamente si rivolgono. E sarà proprio a partire da questo sguardo che si potrà comprendere come il ragazzo, ormai sul punto di accingersi a regnare, continui tuttavia a mettere a frutto il sostegno e gli insegnamenti della madre.
Certo Ludovico non ha più alle sue spalle francescani e domenicani, ma è invece circondato dalla corte che dovrà coadiuvarlo nella gestione del potere regale. E tuttavia il fatto che egli tenga ancora in mano la corona e la madre invece sia assisa in trono regalmente vestita e col capo coronato, dice come il ruolo di quest’ultima non sia affatto concluso e come essa mantenga, sia rispetto al figlio che alla corte, un ruolo di primissimo piano. È invece un Ludovico ormai re, sebbene giovane e dal volto luminoso, quello rappresentato nella cappella dei santi Sebastiano e Fabiano a Brossasco (Fig. 3). E se in questa sua immagine ad affermarne la piena regalità è la corona che porta, la spada su cui poggia la mano sinistra simboleggia la forza con cui egli intese difendere la chiesa, mentre il libro che tiene aperto nella destra indica l’assennatezza che gli derivò dalla sua inconsueta formazione. Proprio questa assennatezza diventa invece centrale nella figura di Ludovico IX inserita in un polittico dell’astigiano Gandolfino da Roreto conservato alla Galleria Sabauda a Torino (Fig. 4). Quello che prima era un bambino obbediente alla madre ora veste i solenni abiti del re di Francia. Lo sfondo oro su cui la sua immagine si staglia, la sua fulgida corona e il brillante scettro che tiene vogliono evocare la luminosità della sua azione come sovrano di Francia. A fare da contraltare alla sua corona tuttavia è l’altra corona, non d’oro ma di spine, che egli tiene in mano: un’evocazione visuale della reliquia della passione, per conservare la quale Ludovico IX fece costruire quella splendida Sainte Chapelle le cui vetrate ancora oggi, a Parigi, sono ammirate ogni anno da milioni di turisti.