Adriano Trebotti, che vive a Borgaretto (vicino al castello di Stupinigi) è nato il 6 marzo 1942 a Venasca e ha una memoria invidiabile, senza sbavature: “I miei genitori erano poverissimi. Mio padre Massimo faceva il negoziante di vitelli con il suo fratellastro, perché era stato adottato. Mia mamma Margherita arrivava dalla campagna e andava a lavare i panni nelle famiglie: io sono figlio unico, perché un mio fratellino, Bruno, nel 1938, era morto quando aveva dieci mesi e dieci giorni, di cosa non l’ho mai saputo. Mia mamma mi diceva che era un bambino molto sveglio e Bruno è il mio angelo custode e me lo sento vicino”.
La sua infanzia?
Fino a 8 anni, giocavo con le biglie, le pietre, a nascondino, a palla prigioniera. Ricordo bene la mia maestra Santina delle Elementari, formidabile: era la moglie di Cristoforo Bogetti. In classe eravamo una trentina e con la maestra Santina ho sempre mantenuto negli anni successivi ottimi rapporti.
All’Asilo invece c’erano le suore, ricordo suor Urbana, la più tremenda! I tavoli lunghi avevano dei buchi dove si infilavano le scodelle. Un giorno han portato la minestra di ceci, che non mi piaceva e non l’avevo mangiata. Quando suor Urbana se ne è accorta, mi ha dato uno schiaffone. Il giorno dopo, i ceci li avevo messi in tasca, per non mangiarli! Mi ero macchiato i pantaloni e arrivato a casa... lo schiaffo me lo sono preso da mia mamma, che aveva pensato che mi ero fatto la pipì addosso!
Da bambino cosa sognava di fare?
Allora non c’era nessuna prospettiva! Nel 1950 mia mamma aveva rilevato una rivendita di pane in piazza Martiri (dove oggi c’è la ‘Panetteria dell’arco’), con le scatole di cartone ammassate e un bancone. Un negozio ‘povero’. Lei, grande lavoratrice, era una commerciante nata e mio papà andava a prendere in bici a Piasco, d’estate e d’inverno: una cesta di pane e una di grissini sopra e due borse di pane appese al manubrio della bici, tutti i giorni. Mia mamma aveva molto lavoro perché era onesta: allora c’erano tre tipi di caffè, messi in tre latte diverse. Ma lei non lo mescolava mai, come facevano invece altri commercianti: e la gente questo lo sapeva. E poi era un’artista a tagliare il Parmigiano: e mio padre poi faceva il grattugiato, per non buttare via niente!
Ricorda il Pastificio di Giovanni Bogetti?
Certo! Mia mamma comprava la pasta Bogetti, la figlia Paola (già mancata) era mia compagna di scuola. La sorella Wanda la ricordo bene, e così l’altra sorella Maria Luisa. La storia del giovane fratello Mauro Bogetti, ucciso dalla ‘cicogna delle SS’ nel 1944, invece me l’hanno raccontata.
Dopo le Elementari che ha fatto?
L’avviamento commerciale e poi sono andato a studiare a Torino in una scuola tecnica per motoristi. Poi ho frequentato la scuola degli allievi della Fiat e ho sempre lavorato alla sperimentazione dei motori diesel per i camion, per oltre 40 anni. Nel 1997 sono andato in pensione, ma poi ho lavorato come consulente fino al 2003.
Lei perchè nella sua vita ha sempre mantenuto i contatti con Venasca?
Perchè qui ho le mie radici! Perchè c’era da dare una mano in negozio nei fine settimana, le vacanze estive le abbiamo sempre trascorse a Venasca e poi dopo la pensione in valle Varaita sono sempre ritornato, e qui ho tanti amici.
La sua famiglia?
Mia moglie Pia l’avevo conosciuta a ballare a Brossasco. Ci siamo sposati il 15 ottobre 1967 a Villanovetta, poi con la ‘Fiat 1100” abbiamo fatto il viaggio di nozze a Roma. Abbiamo due figli, Massimo ed Elena che sono una grande soddisfazione, e così i nostri nipoti. Mia moglie purtroppo è gravemente malata e oggi è ospite in una struttura per i malati di Alzheimer di Luserna San Giovanni. Non è facile, ma abbiamo la coscienza a posto: perché abbiamo provato di tutto per provare a curarla. Andiamo a trovarla tutte le settimane e là è ben seguita.
In cosa crede?
Credo in Dio, penso che ci sia e mi sono sempre impegnato in parrocchia a Borgaretto, su più fronti. Mia moglie Pia aveva un bella voce e cantava nel coro parrocchiale: le piaceva tantissimo. Papa Francesco è una bravissima persona, potrebbe sistemare la Chiesa di Roma, ma non riesce a farlo per i troppi problemi che ci sono. Fa fatica e secondo me ha tanti nemici in Vaticano, che vivono intorno a lui. Amo il Papa perché è un uomo umile, ha i poveri nel cuore, ha un carattere allegro: ma oggi lo vedo stanco.
Lei a 81 anni pensa alla morte?
Ci penso, ma non ho paura di morire: è il passaggio per andare a vivere meglio. Sono contento della vita che ho fatto, ma non vorrei rivivere un’altra volta.
Adriano, cosa è importante per lei?
Io metto al primo posto l’onestà e la famiglia.
La valle Varaita?
Ieri era molto popolata e le borgate abitate da tante famiglie: oggi sono vuote. La gente si aiutava, oggi tutto è cambiato in peggio e sono saltati i rapporti umani. Oggi la valle non la vedo bene: e credo che non riuscirà a tirarsi su, perché non è mai riuscita portare avanti un turismo invernale adeguato. Il turismo estivo non basta.
paesi
Adriano Trebotti, che vive a Borgaretto (vicino al castello di Stupinigi) è nato il 6 marzo 1942 a Venasca e ha una memoria invidiabile, senza sbavature: “I miei genitori erano poverissimi. Mio padre Massimo faceva il negoziante di vitelli con il suo fratellastro, perché era stato adottato. Mia mamma Margherita arrivava dalla campagna e andava a lavare i panni nelle famiglie: io sono figlio unico, perché un mio fratellino, Bruno, nel 1938, era morto quando aveva dieci mesi e dieci giorni, di cosa non l’ho mai saputo. Mia mamma mi diceva che era un bambino molto sveglio e Bruno è il mio angelo custode e me lo sento vicino”.
La sua infanzia?
Fino a 8 anni, giocavo con le biglie, le pietre, a nascondino, a palla prigioniera. Ricordo bene la mia maestra Santina delle Elementari, formidabile: era la moglie di Cristoforo Bogetti. In classe eravamo una trentina e con la maestra Santina ho sempre mantenuto negli anni successivi ottimi rapporti.
All’Asilo invece c’erano le suore, ricordo suor Urbana, la più tremenda! I tavoli lunghi avevano dei buchi dove si infilavano le scodelle. Un giorno han portato la minestra di ceci, che non mi piaceva e non l’avevo mangiata. Quando suor Urbana se ne è accorta, mi ha dato uno schiaffone. Il giorno dopo, i ceci li avevo messi in tasca, per non mangiarli! Mi ero macchiato i pantaloni e arrivato a casa... lo schiaffo me lo sono preso da mia mamma, che aveva pensato che mi ero fatto la pipì addosso!
Da bambino cosa sognava di fare?
Allora non c’era nessuna prospettiva! Nel 1950 mia mamma aveva rilevato una rivendita di pane in piazza Martiri (dove oggi c’è la ‘Panetteria dell’arco’), con le scatole di cartone ammassate e un bancone. Un negozio ‘povero’. Lei, grande lavoratrice, era una commerciante nata e mio papà andava a prendere in bici a Piasco, d’estate e d’inverno: una cesta di pane e una di grissini sopra e due borse di pane appese al manubrio della bici, tutti i giorni. Mia mamma aveva molto lavoro perché era onesta: allora c’erano tre tipi di caffè, messi in tre latte diverse. Ma lei non lo mescolava mai, come facevano invece altri commercianti: e la gente questo lo sapeva. E poi era un’artista a tagliare il Parmigiano: e mio padre poi faceva il grattugiato, per non buttare via niente!
Ricorda il Pastificio di Giovanni Bogetti?
Certo! Mia mamma comprava la pasta Bogetti, la figlia Paola (già mancata) era mia compagna di scuola. La sorella Wanda la ricordo bene, e così l’altra sorella Maria Luisa. La storia del giovane fratello Mauro Bogetti, ucciso dalla ‘cicogna delle SS’ nel 1944, invece me l’hanno raccontata.
Dopo le Elementari che ha fatto?
L’avviamento commerciale e poi sono andato a studiare a Torino in una scuola tecnica per motoristi. Poi ho frequentato la scuola degli allievi della Fiat e ho sempre lavorato alla sperimentazione dei motori diesel per i camion, per oltre 40 anni. Nel 1997 sono andato in pensione, ma poi ho lavorato come consulente fino al 2003.
Lei perchè nella sua vita ha sempre mantenuto i contatti con Venasca?
Perchè qui ho le mie radici! Perchè c’era da dare una mano in negozio nei fine settimana, le vacanze estive le abbiamo sempre trascorse a Venasca e poi dopo la pensione in valle Varaita sono sempre ritornato, e qui ho tanti amici.
La sua famiglia?
Mia moglie Pia l’avevo conosciuta a ballare a Brossasco. Ci siamo sposati il 15 ottobre 1967 a Villanovetta, poi con la ‘Fiat 1100” abbiamo fatto il viaggio di nozze a Roma. Abbiamo due figli, Massimo ed Elena che sono una grande soddisfazione, e così i nostri nipoti. Mia moglie purtroppo è gravemente malata e oggi è ospite in una struttura per i malati di Alzheimer di Luserna San Giovanni. Non è facile, ma abbiamo la coscienza a posto: perché abbiamo provato di tutto per provare a curarla. Andiamo a trovarla tutte le settimane e là è ben seguita.
In cosa crede?
Credo in Dio, penso che ci sia e mi sono sempre impegnato in parrocchia a Borgaretto, su più fronti. Mia moglie Pia aveva un bella voce e cantava nel coro parrocchiale: le piaceva tantissimo. Papa Francesco è una bravissima persona, potrebbe sistemare la Chiesa di Roma, ma non riesce a farlo per i troppi problemi che ci sono. Fa fatica e secondo me ha tanti nemici in Vaticano, che vivono intorno a lui. Amo il Papa perché è un uomo umile, ha i poveri nel cuore, ha un carattere allegro: ma oggi lo vedo stanco.
Lei a 81 anni pensa alla morte?
Ci penso, ma non ho paura di morire: è il passaggio per andare a vivere meglio. Sono contento della vita che ho fatto, ma non vorrei rivivere un’altra volta.
Adriano, cosa è importante per lei?
Io metto al primo posto l’onestà e la famiglia.
La valle Varaita?
Ieri era molto popolata e le borgate abitate da tante famiglie: oggi sono vuote. La gente si aiutava, oggi tutto è cambiato in peggio e sono saltati i rapporti umani. Oggi la valle non la vedo bene: e credo che non riuscirà a tirarsi su, perché non è mai riuscita portare avanti un turismo invernale adeguato. Il turismo estivo non basta.
Adriano: il lavoro, la Valle Varaita e quello schiaffo di suor Urbana
23 settembre 2023
Cuneo
Adriano Trebotti, che vive a Borgaretto (vicino al castello di Stupinigi) è nato il 6 marzo 1942 a Venasca e ha una memoria invidiabile, senza sbavature: “I miei genitori erano poverissimi. Mio padre Massimo faceva il negoziante di vitelli con il suo fratellastro, perché era stato adottato. Mia mamma Margherita arrivava dalla campagna e andava a lavare i panni nelle famiglie: io sono figlio unico, perché un mio fratellino, Bruno, nel 1938, era morto quando aveva dieci mesi e dieci giorni, di cosa non l’ho mai saputo. Mia mamma mi diceva che era un bambino molto sveglio e Bruno è il mio angelo custode e me lo sento vicino”.
La sua infanzia?
Fino a 8 anni, giocavo con le biglie, le pietre, a nascondino, a palla prigioniera. Ricordo bene la mia maestra Santina delle Elementari, formidabile: era la moglie di Cristoforo Bogetti. In classe eravamo una trentina e con la maestra Santina ho sempre mantenuto negli anni successivi ottimi rapporti.
All’Asilo invece c’erano le suore, ricordo suor Urbana, la più tremenda! I tavoli lunghi avevano dei buchi dove si infilavano le scodelle. Un giorno han portato la minestra di ceci, che non mi piaceva e non l’avevo mangiata. Quando suor Urbana se ne è accorta, mi ha dato uno schiaffone. Il giorno dopo, i ceci li avevo messi in tasca, per non mangiarli! Mi ero macchiato i pantaloni e arrivato a casa... lo schiaffo me lo sono preso da mia mamma, che aveva pensato che mi ero fatto la pipì addosso!
Da bambino cosa sognava di fare?
Allora non c’era nessuna prospettiva! Nel 1950 mia mamma aveva rilevato una rivendita di pane in piazza Martiri (dove oggi c’è la ‘Panetteria dell’arco’), con le scatole di cartone ammassate e un bancone. Un negozio ‘povero’. Lei, grande lavoratrice, era una commerciante nata e mio papà andava a prendere in bici a Piasco, d’estate e d’inverno: una cesta di pane e una di grissini sopra e due borse di pane appese al manubrio della bici, tutti i giorni. Mia mamma aveva molto lavoro perché era onesta: allora c’erano tre tipi di caffè, messi in tre latte diverse. Ma lei non lo mescolava mai, come facevano invece altri commercianti: e la gente questo lo sapeva. E poi era un’artista a tagliare il Parmigiano: e mio padre poi faceva il grattugiato, per non buttare via niente!
Ricorda il Pastificio di Giovanni Bogetti?
Certo! Mia mamma comprava la pasta Bogetti, la figlia Paola (già mancata) era mia compagna di scuola. La sorella Wanda la ricordo bene, e così l’altra sorella Maria Luisa. La storia del giovane fratello Mauro Bogetti, ucciso dalla ‘cicogna delle SS’ nel 1944, invece me l’hanno raccontata.
Dopo le Elementari che ha fatto?
L’avviamento commerciale e poi sono andato a studiare a Torino in una scuola tecnica per motoristi. Poi ho frequentato la scuola degli allievi della Fiat e ho sempre lavorato alla sperimentazione dei motori diesel per i camion, per oltre 40 anni. Nel 1997 sono andato in pensione, ma poi ho lavorato come consulente fino al 2003.
Lei perchè nella sua vita ha sempre mantenuto i contatti con Venasca?
Perchè qui ho le mie radici! Perchè c’era da dare una mano in negozio nei fine settimana, le vacanze estive le abbiamo sempre trascorse a Venasca e poi dopo la pensione in valle Varaita sono sempre ritornato, e qui ho tanti amici.
La sua famiglia?
Mia moglie Pia l’avevo conosciuta a ballare a Brossasco. Ci siamo sposati il 15 ottobre 1967 a Villanovetta, poi con la ‘Fiat 1100” abbiamo fatto il viaggio di nozze a Roma. Abbiamo due figli, Massimo ed Elena che sono una grande soddisfazione, e così i nostri nipoti. Mia moglie purtroppo è gravemente malata e oggi è ospite in una struttura per i malati di Alzheimer di Luserna San Giovanni. Non è facile, ma abbiamo la coscienza a posto: perché abbiamo provato di tutto per provare a curarla. Andiamo a trovarla tutte le settimane e là è ben seguita.
In cosa crede?
Credo in Dio, penso che ci sia e mi sono sempre impegnato in parrocchia a Borgaretto, su più fronti. Mia moglie Pia aveva un bella voce e cantava nel coro parrocchiale: le piaceva tantissimo. Papa Francesco è una bravissima persona, potrebbe sistemare la Chiesa di Roma, ma non riesce a farlo per i troppi problemi che ci sono. Fa fatica e secondo me ha tanti nemici in Vaticano, che vivono intorno a lui. Amo il Papa perché è un uomo umile, ha i poveri nel cuore, ha un carattere allegro: ma oggi lo vedo stanco.
Lei a 81 anni pensa alla morte?
Ci penso, ma non ho paura di morire: è il passaggio per andare a vivere meglio. Sono contento della vita che ho fatto, ma non vorrei rivivere un’altra volta.
Adriano, cosa è importante per lei?
Io metto al primo posto l’onestà e la famiglia.
La valle Varaita?
Ieri era molto popolata e le borgate abitate da tante famiglie: oggi sono vuote. La gente si aiutava, oggi tutto è cambiato in peggio e sono saltati i rapporti umani. Oggi la valle non la vedo bene: e credo che non riuscirà a tirarsi su, perché non è mai riuscita portare avanti un turismo invernale adeguato. Il turismo estivo non basta.