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Giovedì 20 giugno 2024

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Reddito di cittadinanza nonostante l’obbligo di firma: condannato

Un arresto nell'agosto 2020, a novembre la richiesta di sostegno economico nonostante il provvedimento: due anni di reclusione per un 49enne cuneese

La Guida - Reddito di cittadinanza nonostante l’obbligo di firma: condannato

Cuneo – Ad agosto 2020 era stato tratto in arresto a Torino e sottoposto dal giudice per le indagini preliminari alla misura cautelare dell’obbligo di firma. Il provvedimento lo escludeva dalla possibilità di percepire il reddito di cittadinanza ma nel novembre successivo M. N., cuneese 49enne, presentò lo stesso la propria domanda tramite il patronato e per circa sei mesi ricevette il reddito per un totale di circa 2.400 euro. Una irregolarità di cui si accorsero al comando provinciale dei Carabinieri di Cuneo quando, scorrendo i nomi dei beneficiari della misura di sostegno economico, saltò fuori il nome di M. N., sottoposto a misura cautelare e quindi escluso dal beneficio: “Scorrendo quell’elenco ho trovato il nome di M. N. che era sottoposto all’obbligo di firma presso la nostra caserma”, aveva riferito in aula il tenente Giovanni Forte, a capo del Norm di Cuneo. Secondo la difesa la domanda era stata presentata in buona fede perché l’imputato non aveva ben compreso la domanda che gli era stata rivolta dall’addetto del patronato al momento di barrare la casella del riquadro F, quella relativa a eventuali misure cautelari. In aula aveva effettivamente deposto l’impiegato del patronato, il quale aveva spiegato che, visualizzando il modulo solo sul terminale, sono gli impiegati che leggono le domande ai cittadini che presentano domanda: “Noi leggiamo le domande e dato che sono lunghe e complesse gliele spieghiamo in termini semplici”. Nel caso del riquadro F il testimone aveva riferito al giudice che solitamente ai cittadini viene chiesto se hanno un familiare in carcere o ai domiciliari. Una spiegazione che secondo la difesa avrebbe indotto l’uomo in errore pensando si riferisse ai suoi familiari e non a se stesso, dando così una risposta negativa. “Anche il dichiarante è un componente del nucleo familiare – ha sostenuto il pubblico ministero Alessandro Borgotallo – e quindi l’imputato era consapevole del fatto che stava dichiarando il falso”. Sul fatto che la domanda fosse stata posta in modo non corretto ha replicato l’avvocato Leonardo Roberi: “Gli è stato chiesto qualcosa di diverso rispetto a ciò che doveva essere chiesto e lui ha risposto in maniera corretta a una domanda sbagliata. Lo stesso impiegato del patronato riteneva che le misure cautelari si limitassero al carcere o agli arresti domiciliari”, concludendo con la richiesta di esclusione dalla punibilità per mancanza di elemento soggettivo. Una tesi non accolta però dalla giudice che ha condannato l’imputato a due anni di reclusione, pena minima prevista per questo reato.

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