cultura

Insegnare in carcere, tra umanità e stereotipi

28 agosto 2022

Cuneo

La professoressa dell’Università degli Studi di Torino, Valentina Pazè, insegna Filosofia politica, materia prevista al secondo anno del corso di laurea in Scienze politiche e sociali. Dall’anno accademico 2018/19, non solo tiene lezioni presso l’Università ma, andando oltre il monte ore, insegna ai detenuti della Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino, e da quest’anno anche a quelli del carcere di massima sicurezza “Rodolfo Morandi”, a Saluzzo.  Spesso, il carcere è un luogo lontano dal tempo e dallo spazio, separato e volentieri dimenticato dalla società. Lei e la cultura come siete entrate nei luoghi di detenzione?  All’ingresso, è necessario sottoporsi a controlli, avere un permesso, mostrare la carta d’identità ed il tesserino di riconoscimento e, solo allora, davanti al visitatore, si apre una serie di porte, prima chiuse a chiave. È una cosa che all’inizio, per chi non conosce quel mondo, fa impressione. Presso la casa di reclusione di Torino, c’è il Polo universitario: una sezione colorata, divisa dalle altre, accogliente, con le celle aperte, dove si svolgono le attività didattiche. Tuttavia, seguiamo anche alcuni detenuti che sono in regime di massima sicurezza e, allora, noi docenti teniamo lezioni ed esami nella sezione in cui sono i reclusi. Portare l’Università in carcere è un’iniziativa bella e gratificante: ho incontrato detenuti molto più motivati, appassionati e studiosi rispetto all’universitario medio che, a volte, s’iscrive ad un corso di laurea, pur non avendo interesse, o tenta gli esami senza aprire libro. Spesso, per i detenuti, l’ingresso di un docente in carcere è un evento che cambia la giornata: infatti, ci accolgono calorosamente, ci offrono il caffè e si crea un ambiente piacevole. Sono persone che hanno vissuto diverse traversie e hanno deciso di d’intraprendere un percorso di studi, perché desiderano davvero imparare ed imprimere una svolta alla propria vita. Il corso in carcere è più breve rispetto a quello che tengo in Università: mi limito a tre o quattro lezioni, i detenuti studiano autonomamente i manuali e poi, insieme, partiamo da ciò che non hanno compreso o hanno trovato complesso. Le classi sono piccole, circa cinque o sei studenti, e la mia materia ben si presta a lezioni interattive con momenti di dialogo e di ascolto reciproco, cosa non semplice in Università, con duecento/trecento ragazzi.  C’è una storia di un detenuto che l’ha colpita particolarmente? Ricordo tutti i detenuti che ho incontrato; tuttavia, evito sempre di informarmi sul loro passato: essendo molti di loro condannati a lunghe pene detentive, è semplice intuire perché siano in carcere, ma io non voglio farmi condizionare dalle loro storie. Una vicenda, tuttavia, mi ha davvero colpita: a Saluzzo, tenendo lezioni sulla democrazia, affronto spesso il tema dei meteci, vecchi e nuovi, ossia degli stranieri ingiustamente esclusi dalla cittadinanza e dal diritto di voto, e molti detenuti mi hanno raccontato di avere avuto, come pena accessoria, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.  Lo trovo un paradosso: lì dentro, ci sono persone che stanno maturando una coscienza civile; se la pena ha davvero una funzione rieducativa, perché mantenere questa pena anche dopo al termine della condanna? Mi ha anche colpita la tenacia di un mio laureando che, a luglio, si lamentava del caldo insopportabile che gli impediva di dormire; però, ha continuato a studiare e scriverà una tesi sulla demagogia antica e moderna: infatti, si è appassionato all’etimologia delle parole greche, pur non avendo mai studiato questa lingua e, spesso, mi chiede di suggerirgli letture e non solo per la tesi. Ha mai avuto paura insegnare ai detenuti? No, quello no, ma c’è il rischio di un eccessivo coinvolgimento emotivo: di fronte a persone che soffrono, può scattare il desiderio di svolgere un ruolo salvifico, ma, invece, è bene essere consapevoli dei limiti che abbiamo come docenti. Un detenuto, una volta, mi ha detto: “Non abbandonarmi”, ma non si deve avere l’ansia di svolgere chissà quale ruolo. Vorrei che, in carcere, entrassero altre Istituzioni oltre all’Università. Ad esempio, a Torino, ho visto un pianoforte, ora tutto rotto: mi hanno spiegato che, anni fa, c’erano le lezioni di musica e sarebbe bello riproporle, proprio per rendere significativo il tempo che questi uomini devono trascorrere rinchiusi. Inoltre, sarebbe utile favorire un contatto tra carcere e realtà, affinché la società conosca la condizioni di vita dei detenuti. In questi anni, che cosa le hanno insegnato i detenuti?  La capacità di guardare in faccia le persone e di andare al di là degli stereotipi e della nomea che possono portarsi dietro, dal momento che sono finiti sui giornali per qualche grave reato. Mi sono accorta che i detenuti, in un rapporto diretto, sono persone proprio come noi: sì, hanno sbagliato, ma una relazione è possibile. E ho scoperto anche l’importanza del partire da sè: la questione dell’interdizione ai pubblici uffici me l’hanno spiegata loro che la vivono sulla propria pelle. Sensibilizzare si può, ma non esistono ricette semplici per questa sfida ardua. L’unico modo per abbattere gli stigma è immedesimarsi, avvicinarsi alla realtà di cui si parla, avere una conoscenza diretta e scoprire che chi si trova in quella situazione è un essere umano come te.
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