cultura
La sconfitta della morte, “ultimo nemico”, tra promessa e attesa
15 aprile 2022
Cuneo
I venti di guerra, pur facendosi sentire in modo sempre più intenso, sono ancora lontani. Al momento essi riempiono le pagine della carta stampata e occupano spazi sempre più rilevanti in programmi radio-televisivi di informazione che hanno trovato in questa tragica attualità un tema da esplorare in modo ad un tempo minuzioso e sincopato. E tuttavia il rombo dei cacciabombardieri, il devastante sopraggiungere dei missili, le sirene che avvertono dell’imminente pericolo e soprattutto il cumulo di cadaveri e di macerie che la guerra si lascia alle spalle restano per noi qualcosa che, pur essendosi fatto più prossimo, fortunatamente non ci ha ancora coinvolto in prima persona.
Certo la possibilità di una “terza guerra mondiale”, quella che fino ad appena pochi giorni fa veniva considerata come una sorta di ipotesi remota ed irrealistica, sembra essersi fatta più concreta. Le trattative tra Russia e Ucraina, vanificate da azioni militari nelle quali a prevalere sono efferatezza ed orrore, sembrano essersi arrestate su un binario morto. E la situazione determinatasi, anziché favorire il confronto e l’interlocuzione tra le parti, sembra aver sortito un irrigidimento di posizioni il cui sclerotizzarsi si sta traducendo nel dissolversi di quel dialogo che, in una fase come questa, rappresenta l’unica speranza di addivenire perlomeno ad un cessate il fuoco. Evidenziando così, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la totale impotenza della diplomazia europea, costretta a lasciare ad Erdogan il boccino di una partita tanto esplosiva da rischiare di coinvolgere, in una forma più o meno ampia, lo stesso vecchio continente.
Sarà questo clima, evidentemente teso ad evocare più il venerdì santo che non la domenica della resurrezione, a dominare la festività della pasqua. Quella con la quale il mondo cristiano, da quasi due millenni, continua a celebrare la sconfitta della morte da parte della vita operata da Cristo proprio con la sua risurrezione. «Dov’è, o morte – esulta san Paolo nello scorgere in questo evento dirompente della storia il seme di un futuro radicalmente diverso per gli uomini e le donne di ogni tempo – la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?». Questa esultanza, perlomeno a prima vista, potrebbe sembrare quantomeno fuori luogo: la morte – almeno così sembrano suggerirci gli eventi bellici cui in questi giorni stiamo assistendo come più o meno coinvolti osservatori – non solo non sembra essere stata spazzata via dalla risurrezione di Cristo, ma pare invece continuare a giocare un ruolo da protagonista. Un ruolo reso forse ancor più rilevante dalla svolta disumana e feroce dei fatti registrati in Ucraina nei giorni scorsi, il cui effetto è quello di costringerci a prendere atto di quanto sia ingenuo pensare alla guerra in termini capaci di farne affiorare un qualche aspetto umano. I bambini coinvolti nei bombardamenti, le donne divenute oggetto di stupri collettivi, gli anziani strappati alle loro case e alla loro stessa vecchiaia, le famiglie in fuga prese di mira e colpite proprio a un passo da una pur provvisoria salvezza ci dicono di una morte il cui potere non solo sembra permanere, ma addirittura pare farsi ogni giorno più solido, quasi come se la passione e la risurrezione di Cristo nulla avessero cambiato.
In realtà l’esultanza di san Paolo per la risurrezione di Cristo, che pur emerge con forza dai suoi scritti, risulta profondamente realista e non nasconde né a sé stesso né ai cristiani cui scrive che la coloritura di questa vittoria di Cristo sulla morte è e resta quella della speranza: «Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché, se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e, come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. E l’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte». E proprio questo costituirsi della morte come “ultimo nemico” ne spiega il suo permanere, drammaticamente operativo e atrocemente lacerante, al di là e nonostante la sconfitta definitiva annunciata, fin dai primi scritti cristiani, come inflittagli da Cristo stesso. Sebbene cioè l’effetto più clamoroso della risurrezione del Figlio dell’uomo sia rappresentato proprio dalla messa in scacco risolutiva della morte, oltre che del peccato che ne rappresenta la causa, il suo sparire di scena non appartiene né al passato né al presente, ma esclusivamente al futuro. La luce della pasqua dunque non significa affatto, per gli uomini e le donne del nostro tempo, essere sottratti all’ombra oscura della morte. Essa continua cioè ad adombrare ed offuscare lo splendore della risurrezione. Che, sebbene effettivamente avvenuta, richiede di essere “creduta”, al di là delle apparenze dell’irriducibile dilagare del potere della morte.