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Lunedì 16 luglio 2018

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Che cosa accadrà dopo il 4 marzo? Che cosa ci giochiamo con il voto

Siamo agli ultimi giorni di una campagna elettorale tanto urlata, in Tv e attraverso i social, quanto povera di contenuti.

Buona parte dei leader politici (non tutti, però, va riconosciuto) hanno preferito l’effetto annuncio di promesse mirabolanti e straordinarie. Semplicemente irrealizzabili, oltre che prive di buon senso. Ciò non toglie che il voto del 4 marzo – come tutte le elezioni politiche – sia destinato a incidere profondamente nel futuro del Paese e di ognuno di noi. È fuorviante luogo comune, quello secondo cui con le elezioni non cambia mai nulla

Basterebbe un po’ di memoria storica per prenderne coscienza. Dalle politiche del 2013 ad oggi, l’Italia è molto cambiata. Cinque anni fa, dopo la caduta del governo Berlusconi (2011), ci siamo ritrovati un Paese sull’orlo del baratro sia economico-finanziario che politico, “salvato” dal governo “tecnico” di Mario Monti, con le sue scelte dolorose e impopolari (il decreto “Salva Italia” con la legge Fornero) che oggi tutti disconoscono, ma che quasi tutti i partiti sostennero con convinzione.

Dopo lo scioglimento anticipato delle Camere, dalle urne, il 24-25 febbraio 2013, uscì la “non vittoria” del Pd di Bersani (maggioranza assoluta alla Camera ma non al Senato), che trattò inutilmente con i grillini per tentare una maggioranza Pd-5Stelle. L’accordo si fece tra Pd-Forza Italia con un governo di “larghe intese” con Enrico Letta premier.

Simbolo della paralisi politica e sociale del Paese, in piena crisi economica, è la rielezione, per incapacità a trovare un’alternativa, dell’ottantasettenne Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica. A Letta seguirono i governi Renzi e Gentiloni. Quale che sia il giudizio che ne vogliamo dare, i tre governi sono stati motore di non pochi cambiamenti.

L’esito del voto del 4 marzo, a sua volta, determinerà il percorso del Paese nei prossimi anni e, in quota parte, il percorso dell’Europa, di cui siamo parte integrante.

Il 4 marzo, in gioco ci sono prima di tutto governabilità e stabilità del Paese. Valori decisivi oggi più che in passato, ancor più nel possibile avvicendamento al governo di nuove forze politiche.

La legge elettorale con cui si vota per la prima volta, dovrebbe garantire (il condizionale è sempre d’obbligo), risultati omogenei nei due rami del parlamento. Ma difficilmente produrrà un vincitore. Né la coalizione di centrodestra, né quella di centrosinistra, né i 5Stelle, sembrano avere i numeri per ottenere una maggioranza assoluta. Il nuovo governo dovrà quindi nascere da un’alleanza tra forze diverse oggi in competizione fra loro. Unica alternativa sarebbero nuove elezioni anticipate. Ma stante l’attuale legge elettorale, il risultato finale non cambierebbe di molto.

In gioco c’è la collocazione e il peso dell’Italia nell’Unione Europea. L’affermazione di forze antieuropeiste, aprirebbe una stagione di turbolenze rispetto ai rapporti con l’Europa (e con l’Euro) dalle conseguenze imprevedibili, ma difficilmente positive. Brexit insegna.

In gioco c’è una visione divergente delle politiche del lavoro e del welfare. Temi che leader e partiti affrontano con promesse di bonus di ogni sorta, esorbitanti tagli di tasse, redditi garantiti per tutti, drastiche riduzioni all’età di pensionamento. Senza mai affrontare in modo complessivo e credibile la reale sostenibilità dei costi di quanto promettono e più in generale di come garantire questa sostenibilità. Meno che mai dicono come intendono affrontare le due questioni nodali che pesano come macigni sul futuro dell’Italia e che la stanno impoverendo di anno in anno: le crescenti e sempre più pesanti diseguaglianze sociali ed economiche e l’invecchiamento ormai insostenibile della popolazione. Nel 2017 in Italia sono decedute 647.000 persone, le nate sono state 464.000. Con un saldo negativo di 187.000 unità. Un trend senza precedenti nella storia italiana che metterà a dura prova la insostenibilità dello stato sociale (pensioni in primis). Soltanto un consistente e reale sostegno alla famiglia e alla natalità potrebbe invertire questa tendenza al declino. Insieme a vere politiche di inclusione sociale e lavorativa degli immigrati che arrivano nel nostro Paese. Come avviene in altri paesi, Germania e Francia in testa.

L’immigrazione, in realtà, è diventato uno dei temi centrali della campagna elettorale. Ma con toni e modalità che non conducono da nessuna parte, perché giustificati con due presupposti falsi: che sia in atto una “invasione” di immigrati, cosa smentita dai numeri, e l’equazione, totalmente infondata, che immigrato sia uguale a delinquente.

Chi andrà al governo, chiunque sia, si troverà ad affrontare la questione immigrazione sugli stessi fronti di oggi. Con le stesse possibilità e difficoltà di azione. Meglio sarebbe conoscere e riconoscere fin da oggi la realtà vera, invece di cavalcare la paura e fomentare l’odio razzista e xenofobo.

Cosa accadrà dopo il 4 marzo?

A spartirsi il grosso dei voti saranno tre schieramenti, le due coalizioni di centrodestra e centrosinistra e un partito, il Movimento 5Stelle. Se nessuno dei tre otterrà da solo la metà più uno dei seggi parlamentari sia alla Camera che al Senato, si dovrà realizzare una qualche alleanza. (Che non si può chiamare “inciucio”, visto che la legge a prevalenza proporzionale prevede e in qualche modo esige proprio questo percorso).

Sarà una trattativa lunga e complessa, che potrà generare rotture interne alle coalizioni e la formazione di nuove e oggi imprevedibili aggregazioni parlamentari. Che con ogni probabilità taglierà fuori dall’incarico di premier gli attuali candidati al ruolo (Renzi, Salvini, Di Maio), per far convergere l’alleanza su un nome meno divisivo, accettabile ai futuri nuovi alleati. Non è un caso che dal centro sinistra si tenga fuori dalla mischia il premier uscente Gentiloni mentre il centrodestra (più esattamente Forza Italia) faccia circolare insistentemente il nome di Tajani.

Nel deporre la scheda nell’urna, il 4 marzo, non è fuori luogo tenere conto di questa probabile futura trattativa tra i partiti alla ricerca di alleanze oggi inconfessabili ma ineludibili senza un vincitore assoluto. Una prospettiva che dovrebbe indurre a preferire e votare sulla scheda elettorale il nome del candidato più che non il simbolo. Per scegliere persone capaci di mediare, di costruire relazioni, senza giocare al ribasso o rincorrere propri interessi di bottega.

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