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"Rammendare" gli strappi della storia

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L’ambasciatore Thomas Bagger a Boves per i Cantieri di riconciliazione. Memoria, giustizia e dialogo per provare a costruire un filo nuovo

Marco Campagna 14 ottobre 2026

Boves

Rammendare. È probabilmente questa la parola che meglio racconta il senso dei “Cantieri di (Ri-)conciliazione” vissuti mercoledì 14 ottobre a Boves.

L’ha pronunciata Rossana Ottolenghi, figlia di Becky Behar, sopravvissuta alla strage di Meina sul Lago Maggiore. Rammendare significa prendere qualcosa che si è strappato e provare a ricucirlo. Non significa cancellare lo strappo: il segno rimane. Significa prendere due lembi che si sono separati e provare nuovamente ad avvicinarli, passarci dentro un filo.

È un verbo antico. E forse oggi ci sono, almeno metaforicamente, sempre meno sarti e sarte capaci di farlo. Buttare ciò che si è strappato è più semplice. Ricucire richiede tempo, pazienza e la volontà di non considerare una ferita come la fine. La testimonianza di Ottolenghi ha dato un volto concreto a questa immagine. Il suo cammino si è incrociato con quello di Maite Billerbeck, pronipote di uno degli ufficiali delle SS coinvolti negli eccidi sul Lago Maggiore. Due donne collocate dalla storia sui lati opposti della stessa ferita hanno scelto di conoscersi, parlarsi, ascoltarsi. Da qui il richiamo al “Tikkun Olam”, il rammendare il mondo. Non cancellare lo strappo, quindi. Attraversarlo.

La giornata ha avuto il suo momento istituzionale nella visita dell’ambasciatore della Repubblica Federale di Germania Thomas Bagger.

“Sono qui per capire ciò che è successo”, ha detto Bagger. L’ambasciatore ha ricordato di aver incontrato, in molti luoghi del mondo, le memorie lasciate dalle violenze della Germania nazista. Ma lo sguardo è andato anche al presente: l’uomo può rendere terribile la vita di un altro uomo, ma può anche amare, costruire e riconciliare. Da Boves è arrivata allora una domanda semplice soltanto in apparenza. Se la riconciliazione è stata possibile qui, perché non dovrebbe esserlo altrove? Bagger ha indicato Boves e Schondorf am Ammersee come “un grande esempio per un mondo pacifico”. A Schondorf riposano le spoglie di Joachim Peiper, l’ufficiale delle Waffen-SS che ordinò l’eccidio di Boves del 19 settembre 1943. La storia avrebbe potuto lasciare le due comunità su sponde opposte. Hanno invece iniziato a parlarsi e incontrarsi.

Alcune distanze fanno male proprio per ciò che hanno significato. Attraversarle non vuol dire fingere che non siano mai esistite. Significa continuare a credere nella possibilità dell’incontro.

Ad accogliere l’ambasciatore è stato il sindaco Matteo Ravera, che ha richiamato il lungo cammino di Boves e il compito di trasformare la memoria in occasione di incontro, confronto e testimonianza. Don Bruno Mondino ha ripercorso il cammino della Scuola di Pace, dei gemellaggi e dell’amicizia con Schondorf, nata nel 2013. Dentro questa memoria restano Antonio Vassallo e i beati don Giuseppe Bernardi e don Mario Ghibaudo, figure diverse accomunate dalla scelta di restare accanto alla comunità nel momento più drammatico. La mattinata ha raccolto anche la testimonianza di Lucia Araldi che ha riportato la riconciliazione dentro una storia familiare. Quella del Padre Gianni, Internato Militare Italiano, deportato nel campo di Mittelbau-Dora dopo aver rifiutato l’adesione alla Repubblica Sociale Italiana. Per quei seicendo giorni conobbe il lavoro forzato e la fame nei tunnel nei quali venivano costruite le armi V1 e V2. Tornò a Salsomaggiore portando con sé anche documenti diventati testimonianza di quanto era accaduto. Ma il lascito più forte resta nelle parole scelte da Gianni Araldi e dagli altri superstiti: “perdonare, non dimenticare”. Verbi che non si contraddicono. Perdonare non significa cancellare mentre ricordare non significa condannarsi all’odio.

Sul rapporto fra Italia e Germania è intervenuta Christiane Liermann Traniello, segretaria generale di Villa Vigoni. Ha ricordato anche l’origine del Centro italo-tedesco: Ignazio Vigoni Medici di Marignano, che aveva vissuto l’internamento militare in Germania, lasciò nel 1983 le proprietà di famiglia alla Repubblica Federale Tedesca perché diventassero un luogo di alta cultura e dialogo fra i due Paesi. Carlo Gentile, docente dell’Università di Colonia, ha ricordato che la riconciliazione non è un concetto semplice per uno storico. Non significa costruire una memoria unica, ma mettere in relazione memorie differenti senza confonderle. La storia impone di distinguere responsabilità e contesti. Ed è qui che memoria e responsabilità incontrano la giustizia.

Le parole hanno poi incontrato i luoghi. Bagger ha visitato la “Pietra luminosa per la Pace”, la stele donata da Schondorf e inaugurata il 25 aprile 2025 davanti al cimitero. Ha poi raggiunto la chiesa di San Magno, dove è allestita la mostra permanente “Martiri per una nuova città”, dedicata ad Antonio Vassallo, don Giuseppe Bernardi e don Mario Ghibaudo. Infine ha sostato in preghiera nella parrocchiale di San Bartolomeo, davanti all’altare che custodisce le spoglie dei due beati.

Un momento silenzioso, dopo tante parole sulla memoria. Perché ci sono ferite che non smettono di fare male semplicemente perché passa il tempo. Ci sono assenze che continuano a cambiare la luce dei giorni. Rammendare non significa fingere che quello strappo non esista più, significa provare a non lasciargli l’ultima parola. La giornata si è inserita anche nelle celebrazioni per i 75 anni dalla ripresa delle relazioni diplomatiche fra Italia e Germania. A Boves è stato piantato un faggio nell’ambito del progetto “75 alberi per 75 luoghi”. Un albero longevo, dalla crescita lenta, capace di attraversare generazioni. Anche questa è un’immagine della riconciliazione. Mettere radici richiede tempo, ma ciò che viene curato può continuare a crescere. Un altro filo, questa volta verde, tra memoria e futuro. Perché anche dopo uno strappo si può tornare a mettere radici.

“Una delle strade per la riconciliazione è la giustizia”, ha detto il procuratore generale militare Marco De Paolis aprendo la sessione pomeridiana. Prima ancora di riconoscere le responsabilità, ha spiegato, occorre riconoscere che determinati fatti siano realmente avvenuti. Da qui il richiamo al negazionismo, alle indagini sui grandi eccidi e alla necessità di non costruire memorie di comodo.

Ma dietro ogni processo rimangono persone, famiglie e assenze. Il tempo giudiziario può essere lunghissimo. Quello del dolore segue un’altra misura. Per chi ha perso qualcuno quel dolore può accompagnare una vita intera.

Gunther Hofmann, sindaco di Schondorf am Ammersee, ha riportato il discorso all’oggi. La democrazia, ha ricordato, può essere minacciata dall’esterno ma anche dall’interno. Per questo il lavoro deve partire dalle scuole e dai giovani, continuando gli scambi fra Schondorf e Boves e costruendo fiducia, ottimismo e speranza.

Lucia Bellaspiga, giornalista e presidente dell’Associazione Italiani di Pola e Istria, ha portato invece la memoria del confine orientale: foibe, esodo giuliano-dalmata, Pola, Vergarolla. Storie diverse che non vanno sovrapposte, ma che possono essere messe in relazione perché nessuna memoria resti chiusa soltanto dentro il proprio dolore. A tirare le fila della giornata è stato Piergiorgio Peano, presidente dell’Associazione don Bernardi e don Ghibaudo e “padre” della Scuola di Pace, che ha richiamato il valore di un percorso destinato a proseguire oltre il convegno. Fondamentale, per la realizzazione della giornata e il rispetto della scaletta, la moderazione di Angelo Campagna (Associazione don Beranrdi e don Ghibaudo) e Maximilian Hausmann (Villa Vigoni). Ai Cantieri hanno partecipato anche rappresentanti di Salsomaggiore, Civitella in Val di Chiana e Cumiana. Luoghi segnati da vicende differenti, riuniti dalla stessa domanda. Che cosa facciamo oggi del dolore che la storia ci ha consegnato?

Riconciliare non significa dimenticare. Non significa chiedere a chi ha sofferto di smettere di soffrire. Significa provare a fare in modo che quel dolore non produca soltanto altro dolore.

Rammendare, appunto. Lasciare visibile il punto nel quale il tessuto si è strappato e proprio lì far passare un filo nuovo. Una operazione che richiede cura e tempo per prendere in mano nuovamente due lembi che si sono allontanati.

Non torneranno necessariamente esattamente come prima. Il segno resterà. Ma quel segno può raccontare non soltanto lo strappo. Può raccontare anche il filo che ha deciso di attraversarlo.

La riconciliazione non promette che una ferita smetta di fare male. Dice qualcosa di più difficile cioè che una ferita che continua a fare male può non essere necessariamente la fine della storia.

Il passato non si cambia. Il futuro, invece, resta ancora un cantiere.

E i “Cantieri di (Ri-)conciliazione” continueranno sabato 17 ottobre, alle 21, nella sala polivalente della Banca di Boves, con “Stük – L’altra Resistenza”, spettacolo liberamente ispirato a “La Croce tra i reticolati” di don Giuseppe Barbero e dedicato agli Internati Militari Italiani.

Un’altra pagina di memoria. E un altro filo da non lasciare cadere.

ag

Bo T Tdedi


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