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Giornali diocesani, tra identità e futuro

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L'incontro a Pinerolo nella sede de L'Eco del Chisone della delegazione interregionale Fisc (federazioni italiana settimanali cattolici di Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta)

Chiara Genisio 22 settembre 2026

Pinerolo

Raccontare il territorio senza alimentare paure e contrapposizioni, custodire la qualità dell’informazione e nello stesso tempo avere il coraggio di cambiare. È attorno a queste sfide che si è sviluppato a Pinerolo, nella sede de L’Eco del Chisone, l’incontro della delegazione interregionale FISC di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta sulla nuova Carta d’intenti dei giornali diocesani. A confrontarsi sul loro futuro anche mons. Gianni Sacchi, vescovo delegato della Conferenza episcopale piemontese per le comunicazioni, e mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo.

Sacchi: cambiano strumenti, linguaggi e tempi

«Sono cambiati gli strumenti, i linguaggi, i tempi dell’informazione, sono arrivati il digitale, i social media e ora l’intelligenza artificiale. Ma la missione rimane fondamentalmente immutata», ha sottolineato Sacchi. Il giornale diocesano non è un bollettino delle attività ecclesiali né soltanto la voce di un’istituzione: è uno «strumento di comunione», chiamato a essere «luogo di verità, ponte di dialogo, antidoto alla frammentazione».

Olivero: leggere la realtà così com’è, senza deformarla

Un compito che Olivero riconduce alla natura stessa di queste testate: «I giornali sono giornali di comunità», fatti di persone che cercano di «leggere e interpretare il territorio» e così contribuiscono a costruire comunità. Un lavoro particolarmente necessario in quello che definisce un tempo di «esaurimento della fiducia e potenziamento della paura». Mentre cresce il sospetto verso istituzioni, politica, sanità e Chiesa, l’informazione deve saper «leggere la realtà per così com’è», senza deformarla secondo ciò che si vuole far vedere.

Alla paura si accompagna un secondo rischio, «l’ideologizzazione del soggetto o del gruppo»: prendere una parte della realtà, elevarla a verità e tentare di imporla. Per Olivero i giornali devono invece saper «gestire il confronto all’interno e all’esterno». È lo stesso spazio di dialogo richiamato da Sacchi di fronte a una comunicazione che esaspera le contrapposizioni e ci rinchiude nelle «camere d’eco», dove si ascolta soltanto chi la pensa come noi.

Essere radicati nel territorio significa allora dare voce a ciò che i grandi circuiti dell’informazione spesso non vedono: paesi, parrocchie, associazioni, famiglie, fragilità, volontariato e «quel bene spesso silenzioso che tiene insieme le nostre comunità». Ma prossimità non significa approssimazione. «L’identità ecclesiale non può diventare una giustificazione per l’approssimazione», avverte Sacchi: verifica delle fonti, competenza, distinzione tra informazione e opinione sono una concreta forma di «servizio alla verità».

Olivero: stimolatori di cambiamento

Olivero spinge però lo sguardo oltre: occorre passare «dal regno della necessità al regno della possibilità». Guerre e crisi rischiano di convincerci che nulla possa cambiare. Il giornale deve invece cercare possibilità e aprirne di nuove, ricordando quel «nulla è impossibile a Dio» del Vangelo di Luca: Dio apre possibilità «al di là della nostra stessa immaginazione».

Da qui un’altra sfida: non rinunciare all’idea di cambiamento. In un tempo nel quale cresce la tentazione di difendere semplicemente ciò che già esiste, Olivero chiede ai giornali di essere «stimolatori di cambiamento», anche al proprio interno. Ed è qui che entra la trasformazione digitale richiamata da Sacchi: non bisogna scegliere tra nostalgia e innovazione. La carta conserva riflessione, profondità e memoria, mentre sito, social, newsletter, video e podcast devono entrare in un progetto editoriale coerente.

Anche l’identità non può diventare immobilità. Richiamando François Jullien e la «de-coincidenza», Olivero mette in guardia da un’identità ridotta alla difesa di sé, fino a diventare «asfissiante». E chiede ai giornali capacità critica anche verso la stessa istituzione ecclesiale: «Dovete essere critici anche rispetto a noi, qualche volta».

Infine la semina. «Siamo in un’epoca non di raccolta ma di semina», afferma Olivero: non sappiamo cosa nascerà dai cambiamenti in corso, ma possiamo continuare a seminare e a «vedere orizzonti laddove tanti attorno a noi vedono solo confini». Richiamando la celebre frase di Frida Khalo.

Sacchi: la parola chiave è discernimento

Una prospettiva che riguarda anche l’intelligenza artificiale. Per Sacchi può sostenere il lavoro delle redazioni, ma «la responsabilità rimane umana e deve rimanere umana»: giudizio editoriale, verifica delle fonti e interpretazione della realtà non possono essere delegati a una macchina. La parola chiave diventa allora «discernimento», per «abitare l’era digitale con sapienza evangelica» e portare nel presente una comunicazione capace di generare «comunione, verità, dialogo e speranza».


Fisc eco del chisone Giornali

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