Questa volta Preit non l’ho raggiunta percorrendo la strada che sale da Canosio fino ai suoi 1.540 metri di quota. Il viaggio è iniziato molto prima, seduta nel salotto di un appartamento di Cuneo.
Ad accogliermi c’è Mariuccia, nata a Preit l’8 marzo 1951. Nella sua mente ci sono ricordi custoditi con cura e una memoria lucidissima che, nel giro di pochi minuti, riporta in vita un paese che oggi molti conoscono come porta d’accesso al Colle del Preit e all’altopiano della Gardetta.
Oggi Preit è una piccola borgata del Comune di Canosio, valle Maira, meta di escursionisti, motociclisti e famiglie durante l’estate. Le seconde case tornano ad animarsi, la Pro Loco continua a organizzare la festa patronale, che inizierà l’8 agosto e prevede la rievocazione storica della Badia di San Lorenzo e tanti altri eventi, e le attività ricettive accolgono chi sceglie di fermarsi qualche giorno tra queste montagne.

Ma il Preit che Mariuccia mi racconta è un altro.
È quello dove, all’inizio del Novecento, vivevano quasi mille persone distribuite tra Preit, Corte, Colombaro e Soleglio Bue. Un paese dove i bambini nascevano in casa, il pane si preparava una volta all’anno, si frequentava una scuola pluriclasse e a sette anni si conducevano già le mucche al pascolo.
«Sono nata durante una tormenta di neve», mi dice sorridendo.
Era l’8 marzo 1951. Gli ospedali erano lontani e a far nascere i bambini erano le donne del paese, quelle che avevano già esperienza e aiutavano le altre madri.
“Era una cosa naturale. Prima ancora si nasceva persino nelle baite, senza nessun aiuto”.
Mariuccia appartiene a una delle ultime generazioni nate a Preit. Dopo di lei vennero al mondo ancora sua sorella e un altro bambino. Poi, lentamente, le nascite si fermarono.
Quando era bambina, però, il paese era ancora pieno di vita.
“L’ultimo anno delle elementari eravamo rimasti in cinque. Uno per ogni classe”.
La scuola era una pluriclasse, ma nessuno si sentiva svantaggiato. Quando poi arrivò alle medie di Demonte, in collegio, era preparata quanto gli altri.
“Non abbiamo avuto nessuna difficoltà. Tornavamo a casa solo per le feste, ma non mi pesava”.
Il merito era anche dei maestri, che vivevano in paese adattandosi a una casa senza bagno e senza comodità. L’ultimo, Dante Scarrone, arrivava da Torino e si era innamorato di quelle montagne. “Ogni primavera ci portava in gita. Noi, però, lo facevamo passare nei posti peggiori. Gliene abbiamo fatte passare tante”.
Mariuccia ride ancora oggi ricordando quel maestro che, invece di arrabbiarsi, continuava a camminare con i suoi alunni.
Ma la scuola occupava soltanto una parte della giornata.
La vera scuola era la montagna.
A sette o otto anni i bambini andavano già al pascolo. Mentre gli adulti tagliavano il fieno, qualcuno conduceva le mucche e qualcun altro aiutava nei prati. Quando sua sorella diventò abbastanza grande da occuparsi degli animali, Mariuccia prese il posto degli adulti con il mulo.
“Portavo a casa il fieno. Ci alzavamo presto e finivamo tardi, perché poi bisognava ancora sistemarlo nel fienile”.
Era semplicemente la vita di tutti i giorni.
“Si lavorava sempre. Soldi non ce n’erano”.
Nelle case di pietra il denaro circolava poco. Quasi tutto arrivava dalla terra e dagli animali.
La spesa si faceva a Marmora. Perchè in paese tutto era ormai sparito: le osterie, la bottega, il negozio di stoffe. Gli acquisti venivano annotati su un quaderno e il conto si saldava solo quando la famiglia riusciva a vendere un vitello.
“Era tutto segnato lì. Poi, quando arrivavano quei pochi soldi, si pagava”.
Anche il pane raccontava un’altra epoca.
“Lo facevamo una volta all’anno”.
Veniva preparato in grandi quantità e conservato per mesi. Si mangiava duro, ammorbidito nelle minestre o nel latte. Il pane fresco era un lusso. E quando si poteva si andava a comprarlo a Marmora, ma non quello bianco, quello di segale, che costava meno.
Preit, però, non era soltanto una borgata di allevatori.
Per molti anni la canonica ospitò anche un piccolo seminario, dove alcuni ragazzi della valle studiavano latino e greco prima di sostenere gli esami a Saluzzo.
“Questo lo devi scrivere”, mi dice Mariuccia con convinzione.
Anche sua madre avrebbe voluto studiare. Dopo le prime classi frequentate a Preit raggiungeva ogni giorno Marmora a piedi per seguire la quarta e la quinta elementare.
“Lo faceva tutti i giorni”.
Poi dovette rinunciare. Il nonno era rimasto vedovo e aveva bisogno di lei.
Mariuccia, invece, riuscì a proseguire gli studi: le medie in convitto a Demonte, le magistrali a Cuneo e poi l’università a Genova.
Il collegio, però, significava anche lontananza.
“Non avevamo il telefono”.
Con i genitori ci si scriveva lettere. Da casa arrivavano notizie sulle mucche, sul fieno, sulla vita del paese. Lei rispondeva raccontando la scuola, i voti e la paura delle interrogazioni.
Ricorda ancora il giorno del suo compleanno, quando il direttore la chiamò per consegnarle un telegramma.
“Mi sono spaventata tantissimo. Pensavo fosse successo qualcosa”.
Erano semplicemente gli auguri dei suoi genitori.
Bastarono poche righe per farle sentire che, nonostante la distanza, casa era sempre lì.
Ma nella memoria di Mariuccia non ci sono soltanto il lavoro e i sacrifici. C’è anche il tempo della festa.
“Da noi si faceva un Carnevale bellissimo. Si vestivano tutti”.

Sorride mentre lo racconta.
“Mia mamma diceva sempre che era bello come quello di Nizza”.
Il paragone non è casuale. Per decenni molti abitanti di Preit emigravano stagionalmente in Francia per lavorare. Da quei viaggi non riportavano soltanto qualche soldo in più, ma anche usanze, idee e tradizioni che finivano per intrecciarsi con la vita della borgata.
Così il Carnevale diventava una vera festa di paese. Dopo mesi di neve e di lavoro arrivavano la musica, i balli e le maschere. Per qualche giorno si mettevano da parte la fatica e le preoccupazioni e tutta la comunità si ritrovava insieme.
Tra i racconti tramandati dagli anziani ce n’è poi uno che oggi sorprende.
Per alcuni anni, infatti, a Preit esistette anche una casa di tolleranza.
“Era una famiglia con tre ragazze, molto belle, dicevano tutte bionde. Con il passaggio dei soldati riuscivano a vivere così”.
Mariuccia lo racconta senza malizia, come una pagina della storia del paese.
“Poi cambiarono vita, alcune si sposarono e tornarono ad essere persone come tutte le altre”.
Anche questa era montagna: un luogo dove ognuno cercava il modo di sopravvivere.
Quegli stessi sentieri che per anni erano stati percorsi da emigranti e contrabbandieri, durante la Seconda guerra mondiale diventarono anche vie di salvezza.
Ci sono altri ricordi conservati nei suoi pensieri, uno ricordo le è stato tramandato dagli anziani del paese e che racconta il volto più coraggioso di Preit.
Una coppia di ebrei trovò rifugio nella borgata. Lui era un ingegnere che aveva lavorato alla costruzione della stazione ferroviaria di Belgrado. Il parroco, don Giuseppe, originario di Celle Macra, li accolse e li nascose nella canonica.
Quando giunse la notizia dell’arrivo dei tedeschi per un rastrellamento, gli abitanti si mobilitarono senza esitazione. I due furono accompagnati in una baita sopra il paese. La donna era stremata e non riusciva quasi più a camminare.
“La portarono sulle spalle”, racconta Mariuccia.
Poco dopo i soldati arrivarono davvero. Perquisirono la canonica e interrogarono il parroco, chiedendogli se esistessero altri locali dove qualcuno avrebbe potuto nascondersi.
Lui rispose di no. Nessuno parlò. Nessuno tradì.
Gli abitanti di Preit custodirono quel segreto e permisero ai due fuggiaschi di salvarsi.
“La popolazione collaborò tutta”.
Sono episodi che raramente trovano spazio nei libri di storia, ma raccontano meglio di qualsiasi altra cosa il valore di una comunità che, anche nei momenti più difficili, seppe scegliere da che parte stare.
Oggi Preit è molto diversa dal paese che Mariuccia porta dentro di sé.
Durante l’inverno rimane un solo residente stabile. Poi, con l’arrivo della bella stagione, le seconde case tornano ad aprirsi, le strade si riempiono di escursionisti e motociclisti e la borgata diventa uno dei passaggi più conosciuti verso il Colle del Preit e l’altopiano della Gardetta.
La montagna che un tempo costringeva a partire oggi richiama persone da fuori.
Alcune strutture ricettive continuano a credere nel futuro di questi luoghi. Tra queste c’è Lou Lindal, un rifugio il cui nome significa “la soglia”, quasi a indicare il punto di passaggio tra il paese e l’alta montagna.
La vita non è più quella raccontata da Mariuccia. Non ci sono più i bambini diretti alla scuola, i muli carichi di fieno, gli uomini che partono per la Francia o le famiglie riunite per fare il pane.
Eppure Preit non è un luogo vuoto.
Le case, i sentieri e i prati conservano ancora le tracce di chi qui ha vissuto. Basta fermarsi ad ascoltare per accorgersi che quelle storie non sono scomparse: si sono soltanto fatte più silenziose.
Mariuccia parla ancora della sua casa, dei terreni di famiglia, del suo orto e di come, fin che può, raggiunge con suo marito. Mi dice di una cascata che molte persone raggiungono attraversando quella proprietà.
Non le dà fastidio.
“La gente può entrare tranquillamente. Chiedo soltanto una cosa: che rispetti il posto”.
È una richiesta semplice, ma dentro ci sono tutte le regole non scritte con cui è cresciuta.
Non lasciare rifiuti. Non rovinare i prati. Non dimenticare che un sentiero, un bosco o una sorgente non sono soltanto uno sfondo per una fotografia, ma parte di una storia e della vita di qualcuno.
Forse il filo che lega la Preit di ieri a quella di oggi passa proprio da qui.
Da un paese che ha conosciuto la fatica, la neve, la guerra e l’emigrazione, ma anche le feste, la solidarietà e il coraggio. Da una comunità che, quando arrivavano le grandi nevicate, si divideva in gruppi di dieci per aprire la strada e raggiungere la borgata vicina, ognuno faceva il suo pezzo si chiamava “la Deseno”. Da uomini e donne che avevano poco, ma sapevano che la montagna non apparteneva a nessuno e, allo stesso tempo, chiedeva responsabilità a tutti.
Arriviamo alla fine della nostra chiacchierata e posso dire di aver viaggiato con Mariuccia e di aver conosciuto Preit non come lo conoscevo davvero. Leggo nei suoi occhi il desiderio che le sue radici restino un luogo che va avanti, un posto che verrà rispettato, un luogo che lei continuerà a chiamare casa.
Preit è rimasta lassù, a più di millecinquecento metri, ma anche dentro di lei. Nei ricordi dell’infanzia, nelle lettere ricevute in collegio, nel pane conservato per un anno, nei passi percorsi dietro al mulo e nelle persone che non voltarono la testa quando qualcuno ebbe bisogno di aiuto.
Poi pronuncia una frase che sembra contenere tutto.
“Noi rispettavamo il territorio perché il territorio ci dava da vivere” e questa, secondo me, è la chiave per non far morire la montagna e chi oggi la vuole ancora abitare.