È estate. Fa caldo. Ovviamente, siamo tutti vestiti molto più leggeri.
Anche quando andiamo da turisti nelle chiese, dove ci viene richiesto un abbigliamento consono. In realtà, mi diceva un amico anni fa, «mi è capitato di andare in pantaloni corti e canotta in un tempio sikh e mi hanno chiesto di mettermi addosso un foulard, così pure in uno indù; in moschea mi hanno chiesto di togliermi le scarpe, in sinagoga di mettermi la kippà. È capitato che mi chiedessero di coprirmi anche con abiti improvvisati. Solo in San Pietro non mi hanno proprio lasciato entrare. Che cos’ha il cattolicesimo contro il corpo umano?».
Posta così, la domanda suona ovviamente esagerata e provocatoria. Davvero sono solo i cattolici ad essere così disturbati dalla visione di troppa pelle esposta? Da un punto di vista puramente fattuale, è probabile che il giudizio del mio amico fosse molto eccessivo e squilibrato. Ma è vero che soprattutto in questi mesi caldi siamo messi di fronte a una sensibilità maggiore che potremmo anche ritenere sproporzionata. Per dire, a nessuno che si agghindi con troppi gioielli o abiti eccessivamente lussuosi è mai stato vietato l’ingresso in una chiesa: perché la nudità (parziale) scandalizza così tanto più della ricchezza ostentata?
La ragione non affonda le radici nella Bibbia. In effetti troviamo pochissime allusioni, nell’intero Primo Testamento, alla nudità, che porta sempre più il rimando alla mancanza di filtri, e quindi magari alla vergogna, che ad allusioni sessuali. Insomma, è più un’offesa per chi rimane nudo che una tentazione per chi lo o la guarda.
Lo intuiamo già dalla prima scena in cui si parla di nudità, nei capitoli 2 e 3 della Genesi: dapprima Adamo ed Eva sono nudi ma non ne provano vergogna, che spunta invece quando, avendo iniziato a non fidarsi dell’intenzione buona di Dio, cominciano a diffidare anche l’uno dell’altra. E quindi si fanno delle cinture con foglie di fico, a coprire simbolicamente almeno qualcosa di sé, per non essere totalmente senza segreti, scoperti di fronte all’altro, l’«aiuto come in faccia a me». Chiaramente la nudità non è tanto un problema in sé, quanto un simbolo di trasparenza, ed è in fondo negativo che si inizi a coprirla. Certo, sarà poi Dio, scacciando dal giardino la coppia, a vestirla di pelli, ma di nuovo perché ne avevano vergogna: il Signore scende a patti con il male, lo accetta senza pensare che sia qualcosa di positivo.
Certo, viene anche chiesto ai sacerdoti di indossare dei perizomi, per evitare che, offrendo i sacrifici dall’alto degli altari, si scoprano le loro nudità (ad es. Es 28,42). Di nuovo, però, l’impressione netta è che non sia tanto la pelle nuda a scandalizzare, quanto la possibilità di essere svergognati.
Troviamo anche altri brani in cui ancora si minaccia che si manderanno gli esuli «nudi e scalzi e con le natiche scoperte» (Is 20,2-4), ma non è un caso che vi siano passi in cui a questo svergognamento si accompagna il tagliare metà della barba (2 Sam 10,4): non c’è alcun fine malizioso, ma “semplice” imposizione di una figura vergognosa.
Se il mondo cristiano, a lungo, evita di imitare quello greco che ha sempre ammirato artisticamente il nudo, è innanzitutto per il divieto ebraico di ritrarre in qualunque modo un essere umano, per evitare di farsi degli idoli del divino, in quanto l’essere umano è immagine di Dio: ritrarre l’uomo significava allora ritrarre in qualche modo Dio. Ma che questa interpretazione potesse essere superata è attestato da molti artisti, da Michelangelo in poi, dove la contemplazione del corpo umano diventava anche occasione di ammirazione dell’opera divina.
Poi, certo, ci possono essere abbigliamenti che noi, anche oggi, culturalmente, percepiamo come inadeguati e provocatori, ed è bene richiamare al rispetto degli ambienti in cui entriamo sempre da ospiti. Ma se una porzione eccessiva di pelle nuda è diventata sinonimo di mancato rispetto per il divino, ciò non è frutto della riflessione biblica ma di commistioni posteriori con la filosofia.