Violenze e pratiche discutibili emerse dalle deposizioni dei testi di accusa nel processo alla Cooperativa Per Mano
18 giugno 2026
Cuneo
“Se volete la porta è quella”, è questa la risposta che l’Oss assunto nella Cooperativa Per mano si sentì dire dalla coordinatrice della struttura per ragazzi autistici o affetti da malattie psichiatriche quando le fece presente che non se la sentiva di portare in passeggiata da solo 4/5 ragazzi molto agitati e difficili da gestire, “alla fine ne parlavamo tra noi; erano tutte attività per le quali non avevamo né mezzi né qualifiche”. Anche nel corso della terza udienza del processo in cui sono imputati per maltrattamenti la direttrice Emanuela Bernardis, la coordinatrice Marilena Cescon e con loro altre dieci persone tra infermieri, operatori socio sanitari, educatori e psicologi, sono riemersi alcuni dettagli già messi in risalto nel corso delle precedenti udienze. Uno di questi era appunto il fatto che tutti facevano un po’ di tutto, a dispetto di ruoli e competenze professionali: gli Oss e gli infermieri seguivano i ragazzi nei laboratori cognitivi e gestivano i loro frequenti momenti di crisi psicomotoria, mentre agli educatori e agli psicologi toccava anche la parte di cura dell’igiene e della persona o di somministrare le terapie farmacologiche preparate dagli infermieri e in alcuni casi proprio dalle due responsabili della struttura. Una confusione di ruoli e di competenze alimentata anche dalla mancanza di protocolli e direttive chiare per gestire situazioni particolari come le frequenti crisi psicomotorie degli ospiti, “ci avevano detto di togliere scarpe, occhiali e tutti gli oggetti con cui avrebbero potuto ferirsi prima di portarli nella relax room”, aveva riferito in aula un infermiere, ma la decisione ultima sul ricorso alla stanza blu con le pareti imbottite in cui chiudere l’ospite per farlo calmare, la prendeva l’operatore da solo, senza il conforto di un parere medico. È così che alcuni testi hanno riferito che loro preferivano non ricorrere proprio alla relax room, come l’operatore socio sanitario che lavorò nella strutta per quattro anni dal 2010 al 2014, “la direttrice ci consigliava di usarla per la gestione delle crisi, ma noi operatori non ci fidavamo, anche perchè da dentro la maniglia antipanico non era imbottita e i ragazzi avrebbero potuto farsi male. Io preferivo portarli in un luogo sicuro dove farli sfogare correndo e stancandosi”. La stessa soluzione proposta da un’altra teste che oltre ad aver lavorato lì come educatrice aveva vissuto nella casa famiglia gestita dalla stessa cooperativa nella sua infanzia e adolescenza, “la relax room veniva usata anche se i ragazzi venivano considerati disturbanti o noiosi; in realtà li si poteva far calmare facendoli sfogare nella sala grande dove potevano correre liberamente”. È stata quest’ultima teste a riferire ai giudici del clima di terrore alimentato dalle continue minacce nei confronti degli ospiti, “io lavoravo nella casa famiglia ma nel week end facevo i turni nella struttura residenziale e ho visto i ragazzi strattonati e trascinati nella relax room. Li si minacciava di saltare il pasto, lo stesso clima di terrore psicologico che avevo vissuto io da bambina”, ha riferito in aula la teste che ha anche ammesso di aver inizialmente negato di aver assistito a scene di violenza per paura di ripercussioni vinte solo quando aveva saputo che direttrice e coordinatrice erano state sottoposte alla misura cautelare in carcere lo scorso ottobre, a seguito della seconda indagine sui maltrattamenti nella struttura. Nel corso dell’udienza si è di nuovo parlato della tecnica del placcaggio, il sistema usato dall’infermiere con maggiore anzianità, per limitare fisicamente i ragazzi più agitati “non me ne aveva parlato, ma gliel’ho vista fare più volte. Le crisi potevano nascere all’improvviso dal nulla e li vedevo atterrati col ginocchio sul petto. Prima di atterrarli gli gridava forte, con fare aggressivo per fargli capire chi comandava. Ricordo anche di ragazzi presi a schiaffi nella fase di pre-crisi. Prima gli urlavano forte poi si davano schiaffi”. Scene di violenza e minacce negate da alcuni dei testi ascoltati nel corso dell’udienza ma che hanno comunque riferito di comportamenti discutibili messi in atto da personale non preparato, “anche a me venne detto di utilizzare il placcaggio per contenerli fisicamente ma erano pratiche che ritenevo discutibili e non le misi in atto. C’erano altre modalità come il rilassamento, portarli in palestra per sfogarsi”, ha riferito l’educatore che lavorò nella struttura alcuni mesi, aggiungendo di non aver mai visto il medico della struttura, di aver partecipato poche volte a delle riunioni di staff e che i piani educativi non venivano esaminati insieme, “ci dicevano che se volevamo potevamo andare a consultarli in ufficio”. “Ad una ragazza che aveva paura del buio venne messa la maglia sugli occhi” ha riferito un’altra educatrice che lavorò per pochi mesi nella struttura, “c’era questa infermiera che si sentiva provocata dal comportamento dei ragazzi e reagiva in modo eccessivo, fu lei a mettere la maglia sugli occhi della ragazza che in passeggiata si rifiutava di camminare. Mi disse che a volte si dovevano usare questi metodi per gestirli. Ho scoperto poi che alcune persone si erano licenziate per questi maltrattamenti”. Nella prossima udienza del 16 luglio verranno ascoltati altri sette testimoni dell’accusa.