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Le trappole del digitale nel trasmettere la fede

08 settembre 2025

Cuneo

La Chiesa, come istituzione e come popolo di Dio, ha difficoltà a rapportarsi con i nuovi media e col mondo digitale in genere. All’origine c’è la consapevolezza che “ogni innovazione tecnologica non si limita a facilitare le nostre azioni, ma ci spinge a porci nuove domande e a riconsiderare chi siamo e dove vogliamo andare”. Da sempre alla ricerca di strumenti di comunicazione adeguati ai tempi e alle culture, l’annuncio cristiano si trova a fare i conti con mezzi capaci di coinvolgere senza grande impegno, di parlare il linguaggio dell’immediatezza a scapito della riflessione, persino di soddisfare sulla base di followers o di like chi li usa. Da un lato c’è la tentazione di demonizzare queste modalità comunicative e dall’altro c’è il fascino di opportunità impensabili qualche decennio fa. Due strade che manifestano il proprio limite esattamente in un generico quanto inconsapevole accostamento a questi strumenti. Chiaro che il rifiuto non è parola adeguata. Non confrontarsi equivale a tagliarsi fuori dal dialogo. D’altro lato, ed è su questo punto che l’autore incentra il suo saggio, l’apertura al digitale comporta il rischio di semplificare, se non banalizzare, il messaggio trasmesso. Precisato che non si tratta né di accusare e neppure di criticare, l’autore ritiene di dover richiamare l’attenzione sui fenomeni in rapida espansione di evangelizzazione attraverso gli strumenti digitali. Nel farlo bisogna dire che non è certo tenero nei confronti di certe deviazioni che rinunciano al pensiero per far leva sull’emozione, tanto più, dice, che spesso sono le stesse autorità ecclesiali a non considerare con la dovuta serietà il tema: “Per la Chiesa, dice l’autore, il problema non è soltanto il confronto con la cultura attuale, ma il rischio di ignorarne le sfide”. Diffusa è la tentazione di “fare audience” anche attraverso pratiche devozionali di per sé meritorie, ma che possono svuotarsi di senso allorché puntano al numero. Il predicatore che si atteggia a influencer confondendo coscientemente i termini influenza e testimonianza. La nascita di app di preghiera che chiedono un abbonamento o addirittura di un sito che, sfruttando l’Intelligenza Artificiale, consente di interpellare alcuni santi. Senza contare i falsi segni che sono solo alcune delle prospettive sbagliate, eppure diffuse, da cui guardare al dialogo con la sfera digitale. L’urgenza sembra essere quella di salvaguardare la “serietà” del messaggio evangelico che richiede impegno sia nell’accostarlo sia poi nel tradurlo in vita. I modelli proposti sembra vadano invece nella direzione opposta, verso una semplificazione che consentirebbe di raggiungere un numero maggiore di persone “non è importante che venga presentata una visione distorta del Vangelo; l’importante è che se ne parli”. Per evitare di cadere nell’errore di un discorso puramente negativo, l’autore offre anche delle alternative. Si badi, non è qualcosa di eccezionale se anzi sembra da intendersi come richiamo ad una genuina riflessione sulla fede personale. Contro la semplificazione dei messaggi si rimanda alla formazione di un pensiero critico. Contro il proliferare dei video si pone il recupero della lettura come rapporto intimo col pensiero di un autore. Contro “l’effetto wow”, l’emozione immediata e fuggevole, ci si appella allo studio o quanto meno all’ascolto. Sacro Caos di Giuseppe Pani Editrice Sanpino euro 15

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