Dal concentrico di Rittana è possibile raggiungere il Pisai del Mazzarin con una passeggiata di una ventina di minuti lungo una strada bianca completamente pianeggiante e dunque accessibile a tutti e adatta in particolare a famiglie con bambini. Si deve uscire dal paese verso monte, percorrendo un tratto della provinciale e poi seguire la prima stradina di campagna a sinistra che scende leggermente per costeggiare il rio. Qui si trovano cinque installazioni artistiche permanenti realizzate da Paolo Gillone (Jins), Enzo Bersezio, Elio Garis, Alessia Clema e Cristina Saimandi. Lungo il percorso, che si sviluppa ad anello, si può godere di due bellissimi scorci: una piccola cascata chiamata “‘l Pisai ‘d Masarin” (la cascatella di Mazzarino) che da il nome alla passeggiata e una gola con salti di roccia sui quali scorre un rivoletto d’acqua. Questa passeggiata è il primo tratto di un percorso più lungo, il “Draio de l’Estelo” (Il cammino della stella) che collega il Santuario di San Mauro di Rittana con quello di Sancto Lucio di Coumboscuro in Valle Grana, una via praticata storicamente con grande intensità per motivi di lavoro, commerci, feste popolari e devozione religiosa.
Un’altra passeggiata è quella che da Tetto Sottano, borgata a monte di Rittana che si raggiunge con l’auto, con un percorso tutto su cresta porta all’Alpe passando per il Chiot Rosa. Il panorama è mozzafiato: si vedono chiaramente tutte le valli cuneesi, dalla Vermenagna alla valle Po. Terzo invito, visita al Chiot Rosa dove si possono ammirare “Le Masche”, sculture in fusione di alluminio realizzate dall’artista toscana Giulia Cenci e prodotte nel 2024 dalla Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea della Crt. Partendo dai calchi delle betulle del Chiot Rosa, Cenci li ha combinati con elementi tipici del proprio linguaggio scultoreo, come teste di lupo, teste di manichini e rami di vite. Le sculture in alluminio derivate da questa unione sono degli ibridi a metà tra alberi e fiori, tra esseri umani e animali. Il titolo fa riferimento a una figura della tradizione contadina raccontata anche da Nuto Revelli: le masche erano donne che incarnavano il male, il diavolo, e avevano il potere di gettare il malocchio. Con la sua opera Cenci omaggia le masche e tutte le persone emarginate per la loro diversità.