cultura
La monregalese Lidia Beccaria Rolfi, ex staffetta partigiana e deportata politica nel famigerato lager di Ravensbruck, nata l’8 aprile 1925, in questi giorni avrebbe festeggiato cent’anni.
Donna autentica e combattiva, fu esempio di vita e simbolo di dignità umana. Testimone infaticabile, rivendicò la sua Resistenza perchè il sopravvivere nel lager era già “resistere”.
Aperta al confronto, alle lotte sociali, alle iniziative culturali, politiche ed editoriali, nel dopoguerra fu protagonista attiva di dibattiti, azioni collettive e ricoprì gli incarichi di assessore e vicesindaco nella sua città di Mondovì. La sua famiglia di origine era contadina e, dei cinque figli, lei era l’ultima nata. Fin da piccola si distinse per la sua intelligenza e quando il maestro delle elementari andò dal padre per convincerlo a farle continuare gli studi, in casa si tenne un lungo consulto. Lidia potè studiare, ma a condizione che continuasse ad aiutare in cascina. Frequentò le magistrali e, novella maestrina, ebbe il primo incarico a Torrette di Casteldelfino.
Era l’anno scolastico 1943-44 e fu lì che conobbe la Resistenza e non ebbe esitazione a ripudiare il suo passato di “piccola italiana”. A 18 anni entrò come staffetta partigiana nella XV brigata Garibaldi Saluzzo e cominciò ad essere conosciuta come la maestrina Rossana. Affrontava i posti di blocco con coraggio e determinazione facendo la spola con Saluzzo e diventando un riferimento per il mondo partigiano garibaldino
Torturata e deportata
Venne tradita da un bottegaio del paese di San Maurizio di Frassino, sua nuova assegnazione e il 13 aprile 1944 fu arrestata dalla Muti Gnr, interrogata e picchiata. Torturata una notte intera all’Albergo Dell’Angelo di Sampeyre e alle sei del mattino messa davanti a un plotone per una finta esecuzione, venne portata alla Prefettura di Cuneo e poi nel carcere di Saluzzo. Fu condotta successivamente alle carceri Nuove di Torino e il 30 giugno deportata nel campo di sterminio di Ravensbruck, in Germania, a 100 km da Berlino. Qui visse la spersonalizzazione completa, lo sfruttamento, la violenza, la privazione delle basilari necessità, la fame e il freddo cui le deportate erano sottoposte. Lei diventò il numero 44.140 del campo da cui uscì il 26 aprile del 1945.
Lidia sapeva scrivere e parlare e anche dentro il lager il linguaggio per lei fu uno strumento di difesa dalla disumanizzazione. Strinse amicizia con un gruppetto di deportate politiche francesi e la solidarietà e il legame con loro andò oltre il tempo del lager. Di quell’inferno ne parlava con Primo Levi cui la legò una forte amicizia perchè entrambi sopravissuti. Dopo la guerra conobbe anche Nuto Revelli e si saldò un’altra sincera amicizia.
Le donne di Ravensbrük
Nel suo primo libro, “Le donne di Ravensbrück”, scritto a quattro mani con Anna Maria Bruzzone e pubblicato da Einaudi nel 1978, squarciò il velo sulla specificità della deportazione femminile e, fuori da ogni retorica, raccontò il lager nelle sue radici ideologiche e nella sua terribile concretezza.
Nel secondo libro “L’esile filo della memoria”, pubblicato nel 1996, Lidia descrisse il travagliato ritorno a casa dalla Germania. Questo ritorno in famiglia e nella sua Mondovì fu molto sofferto. Ebbe a ricordare più volte che si sentì bruciare dalla indifferenza della gente che ignorava l’esistenza dei lager e voleva solo dimenticare la guerra. Sua madre la incitava a farsi vedere in chiesa piuttosto che trovarsi con altre ex deportate politiche e sopravvissuti. Per Lidia non era il ritorno che aveva immaginato e si sentì sola.
Anche il ritorno a scuola si rivelò difficoltoso. Nelle graduatorie speciali, riservate a partigiani, internati e perseguitati politici, la figura della donna deportata non era prevista e Lidia non era stata inserita in graduatoria dal Provveditore perchè le istituzioni scolastiche erano ancora improntate al regime censorio fascista. Lei si iscrisse allora alla Università di Torino, a Magistero. Grazie a Michele Calandri, direttore dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo, furono ritrovati i documenti che attestavano la sua cattura in quanto partigiana.
Scuola e vita pubblica
A febbraio del 1946 ricevette finalmente l’incarico per una supplenza fino al termine dell’anno scolastico presso la scuola elementare di San Biagio di Mondovì e, l’anno successivo, a Prunetto, in valle Belbo e poi a San Benigno dove era controllata dall’ex federale della GIL e dal parroco. Venne ospitata in una stanza arredata con un pagliericcio di foglie e una sedia. Nessun tavolo, ma Cuneo era vicina e lei respirava aria nuova. Come nelle precedenti sedi, lei era considerata troppo politicizzata in quanto si trovava con altri ex deportati, suoi interlocutori e non incontrò nessuna solidarietà dalle colleghe e tantomeno dai dirigenti scolastici. Soltanto il contatto con i bambini le consentiva un “bagno di autenticità”.
A settembre del 1948 arrivò quattordicesima su oltre duemila partecipanti al concorso magistrale e scelse di insegnare alla frazione Tagliata di Racconigi perchè di lì era vicina a Torino e le avrebbe permesso di frequentare l’Università. Sarebbe poi diventata docente di didattica all’Istituto magistrale “Rosa Govone” di Mondovì in un continuo dialogo con le sue studentesse. Nell’ottobre 1950 si sposò con Giorgio Rolfi e il 17 settembre 1951 diede alla luce il piccolo Aldo.
L’8 dicembre 1955 a Carpi, in provincia di Modena, venne inaugurata la prima mostra nazionale dei lager nazisti con la presenza di delegazioni straniere. Per 4 anni si spostò in molte città, arrivando anche a Cuneo e, per Lidia, quella fu una tappa fondamentale nella sua vita. A Torino, nell’inverno del 1958 vennero, grazie alla mostra, i primi colloqui con i giovani. Lidia comprese il dovere della testimonianza ed iniziò l’attività pubblica.
Partecipò ai viaggi della memoria e ritornò a Ravensbruck 14 anni dopo l’internamento.
Componente del Consiglio Nazionale dell’Associazione ex deportati, Lidia iniziò alla fine degli anni Sessanta, quando agli ex deportati fu permesso di portare le loro testimonianze nella scuola, a parlare agli studenti. Io stessa la accompagnai varie volte. Senza immagini e senza musica, bastava la sua parola perchè lei possedeva la dote straordinaria di conquistare l’attenzione e il cuore dei partecipanti. Sapeva trasformare le domande, anche le più banali, in argomenti di discussione e riflessione, alimentando una nuova coscienza in quei giovanissimi.
Quando, con la rivoluzione studentesca del 1968, cominciarono nelle scuole le assemblee, furono gli stessi studenti ad invitarla per documentarsi. Lei era attiva con l’ex deportato Dino Fresia e la sua Associazione “Cuneo brucia ancora”. Relazionava a conferenze, contribuiva all’allestimento di mostre e collaborava ai giornali locali, quali il cuneese “Sentinella delle Alpi”. Da ricordare pertanto anche le esperienze giornalistiche de “Il Dialogo” e de “Il quartiere” e di queste iniziative Lidia non fu solo l’anima, ma anche la capo redattrice e l’assistente in tipografia.
La redazione era la sua casa che per molti giovani diventò una palestra di vita e per gli amici un luogo aperto come il negozio di calzature e pelletterie che gestiva con il marito. Anche la casa di campagna accanto al monastero di Santa Lucia ospitava tanta gente e il figlio Aldo era presente e respirava quella atmosfera. Fu lì che io conobbi il morozzese Aldo Viglione, ex comandante partigiano, allora Presidente della Giunta regionale. Lo trovai nella cucina, che profumava dei sapori delle nostre campagne, intento a preparare assieme a Lidia le bruschette sulla stufa a legna, che poi, con mio marito ed alcuni amici, avrei assaporato con due artisti ospiti fissi di Lidia, Paul Onteniente e Daniel Griseri.
I bambini nei lager
Un tema tra tutti le fu particolarmente caro: la condizione dei bambini nei lager nazisti, piccoli innocenti precipitati nel buco nero del male assoluto. Ai pianti disperati dei bambini denudati a meno 20, 30 gradi sotto zero, rispondevano le risate delle SS che poi li uccidevano. Le loro storie non sarebbero esistite se Lidia non le avesse ricordate con una ricostruzione rigorosa, documentata e corredata da una ricca bibliografia. Il libro “Il futuro spezzato” uscì però postumo nel novembre 1997, completato da Bruno Maida, che vi aveva lavorato in precedenza insieme a Lidia e poi, sotto l’egida dell’Istituto storico di Cuneo e con l’apporto del figlio Aldo.
Lidia morì nella sua Mondovi il 17 gennaio 1996 per un tumore. Aveva raccontato in numerosi nastri registrati l’ultima sua battaglia, assieme alla gioia di essere diventata l’anno prima nonna di Giorgio. Non ebbe a vedere l’altro suo nipotino Paolo, nato nel 1999. Fu l’amico Nuto Revelli, assieme al segretario regionale degli ex deportati Bruno Vasari, a farne la commemorazione funebre il 19 gennaio.
Riconoscimenti postumi
Il 25 aprile 2003 la città di Mondovì intitolò a lei la via dove si trova la sua casa natale nel quartiere di Breo e il 17 gennaio 2006 le fu intitolata la scuola elementare di Mondovì Piazza. Successivamente altre scuole l’hanno ricordata a Genola e a Cuneo, in viale Angeli.
Nel 2016 la città di Cuneo ha promosso in sua memoria numerose iniziative tra cui il convegno “Una memoria per il futuro”. L’amato figlio Aldo ha voluto esporre i taccuini della madre, già pubblicati nella biografia di Bruno Maida. Nel dicembre 2016 la rivista “Il presente e la storia”, dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea in Provincia di Cuneo, ha omaggiato la figura di Lidia Beccaria Rolfi con un numero speciale che riportava gli atti del Convegno e invitava a riannodare i fili del presente al passato per non correre il rischio di non avere più futuro. Dai numerosi relatori emergeva la originalità di Lidia come scrittrice e testimone, ma soprattutto la sua attualità in un presente ancora gravido di insidie e pericoli.
Lidia Beccaria Rolfi, a cento anni dalla nascita
13 aprile 2025
Cuneo
La monregalese Lidia Beccaria Rolfi, ex staffetta partigiana e deportata politica nel famigerato lager di Ravensbruck, nata l’8 aprile 1925, in questi giorni avrebbe festeggiato cent’anni.
Donna autentica e combattiva, fu esempio di vita e simbolo di dignità umana. Testimone infaticabile, rivendicò la sua Resistenza perchè il sopravvivere nel lager era già “resistere”.
Aperta al confronto, alle lotte sociali, alle iniziative culturali, politiche ed editoriali, nel dopoguerra fu protagonista attiva di dibattiti, azioni collettive e ricoprì gli incarichi di assessore e vicesindaco nella sua città di Mondovì. La sua famiglia di origine era contadina e, dei cinque figli, lei era l’ultima nata. Fin da piccola si distinse per la sua intelligenza e quando il maestro delle elementari andò dal padre per convincerlo a farle continuare gli studi, in casa si tenne un lungo consulto. Lidia potè studiare, ma a condizione che continuasse ad aiutare in cascina. Frequentò le magistrali e, novella maestrina, ebbe il primo incarico a Torrette di Casteldelfino.
Era l’anno scolastico 1943-44 e fu lì che conobbe la Resistenza e non ebbe esitazione a ripudiare il suo passato di “piccola italiana”. A 18 anni entrò come staffetta partigiana nella XV brigata Garibaldi Saluzzo e cominciò ad essere conosciuta come la maestrina Rossana. Affrontava i posti di blocco con coraggio e determinazione facendo la spola con Saluzzo e diventando un riferimento per il mondo partigiano garibaldino
Torturata e deportata
Venne tradita da un bottegaio del paese di San Maurizio di Frassino, sua nuova assegnazione e il 13 aprile 1944 fu arrestata dalla Muti Gnr, interrogata e picchiata. Torturata una notte intera all’Albergo Dell’Angelo di Sampeyre e alle sei del mattino messa davanti a un plotone per una finta esecuzione, venne portata alla Prefettura di Cuneo e poi nel carcere di Saluzzo. Fu condotta successivamente alle carceri Nuove di Torino e il 30 giugno deportata nel campo di sterminio di Ravensbruck, in Germania, a 100 km da Berlino. Qui visse la spersonalizzazione completa, lo sfruttamento, la violenza, la privazione delle basilari necessità, la fame e il freddo cui le deportate erano sottoposte. Lei diventò il numero 44.140 del campo da cui uscì il 26 aprile del 1945.
Lidia sapeva scrivere e parlare e anche dentro il lager il linguaggio per lei fu uno strumento di difesa dalla disumanizzazione. Strinse amicizia con un gruppetto di deportate politiche francesi e la solidarietà e il legame con loro andò oltre il tempo del lager. Di quell’inferno ne parlava con Primo Levi cui la legò una forte amicizia perchè entrambi sopravissuti. Dopo la guerra conobbe anche Nuto Revelli e si saldò un’altra sincera amicizia.
Le donne di Ravensbrük
Nel suo primo libro, “Le donne di Ravensbrück”, scritto a quattro mani con Anna Maria Bruzzone e pubblicato da Einaudi nel 1978, squarciò il velo sulla specificità della deportazione femminile e, fuori da ogni retorica, raccontò il lager nelle sue radici ideologiche e nella sua terribile concretezza.
Nel secondo libro “L’esile filo della memoria”, pubblicato nel 1996, Lidia descrisse il travagliato ritorno a casa dalla Germania. Questo ritorno in famiglia e nella sua Mondovì fu molto sofferto. Ebbe a ricordare più volte che si sentì bruciare dalla indifferenza della gente che ignorava l’esistenza dei lager e voleva solo dimenticare la guerra. Sua madre la incitava a farsi vedere in chiesa piuttosto che trovarsi con altre ex deportate politiche e sopravvissuti. Per Lidia non era il ritorno che aveva immaginato e si sentì sola.
Anche il ritorno a scuola si rivelò difficoltoso. Nelle graduatorie speciali, riservate a partigiani, internati e perseguitati politici, la figura della donna deportata non era prevista e Lidia non era stata inserita in graduatoria dal Provveditore perchè le istituzioni scolastiche erano ancora improntate al regime censorio fascista. Lei si iscrisse allora alla Università di Torino, a Magistero. Grazie a Michele Calandri, direttore dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo, furono ritrovati i documenti che attestavano la sua cattura in quanto partigiana.
Scuola e vita pubblica
A febbraio del 1946 ricevette finalmente l’incarico per una supplenza fino al termine dell’anno scolastico presso la scuola elementare di San Biagio di Mondovì e, l’anno successivo, a Prunetto, in valle Belbo e poi a San Benigno dove era controllata dall’ex federale della GIL e dal parroco. Venne ospitata in una stanza arredata con un pagliericcio di foglie e una sedia. Nessun tavolo, ma Cuneo era vicina e lei respirava aria nuova. Come nelle precedenti sedi, lei era considerata troppo politicizzata in quanto si trovava con altri ex deportati, suoi interlocutori e non incontrò nessuna solidarietà dalle colleghe e tantomeno dai dirigenti scolastici. Soltanto il contatto con i bambini le consentiva un “bagno di autenticità”.
A settembre del 1948 arrivò quattordicesima su oltre duemila partecipanti al concorso magistrale e scelse di insegnare alla frazione Tagliata di Racconigi perchè di lì era vicina a Torino e le avrebbe permesso di frequentare l’Università. Sarebbe poi diventata docente di didattica all’Istituto magistrale “Rosa Govone” di Mondovì in un continuo dialogo con le sue studentesse. Nell’ottobre 1950 si sposò con Giorgio Rolfi e il 17 settembre 1951 diede alla luce il piccolo Aldo.
L’8 dicembre 1955 a Carpi, in provincia di Modena, venne inaugurata la prima mostra nazionale dei lager nazisti con la presenza di delegazioni straniere. Per 4 anni si spostò in molte città, arrivando anche a Cuneo e, per Lidia, quella fu una tappa fondamentale nella sua vita. A Torino, nell’inverno del 1958 vennero, grazie alla mostra, i primi colloqui con i giovani. Lidia comprese il dovere della testimonianza ed iniziò l’attività pubblica.
Partecipò ai viaggi della memoria e ritornò a Ravensbruck 14 anni dopo l’internamento.
Componente del Consiglio Nazionale dell’Associazione ex deportati, Lidia iniziò alla fine degli anni Sessanta, quando agli ex deportati fu permesso di portare le loro testimonianze nella scuola, a parlare agli studenti. Io stessa la accompagnai varie volte. Senza immagini e senza musica, bastava la sua parola perchè lei possedeva la dote straordinaria di conquistare l’attenzione e il cuore dei partecipanti. Sapeva trasformare le domande, anche le più banali, in argomenti di discussione e riflessione, alimentando una nuova coscienza in quei giovanissimi.
Quando, con la rivoluzione studentesca del 1968, cominciarono nelle scuole le assemblee, furono gli stessi studenti ad invitarla per documentarsi. Lei era attiva con l’ex deportato Dino Fresia e la sua Associazione “Cuneo brucia ancora”. Relazionava a conferenze, contribuiva all’allestimento di mostre e collaborava ai giornali locali, quali il cuneese “Sentinella delle Alpi”. Da ricordare pertanto anche le esperienze giornalistiche de “Il Dialogo” e de “Il quartiere” e di queste iniziative Lidia non fu solo l’anima, ma anche la capo redattrice e l’assistente in tipografia.
La redazione era la sua casa che per molti giovani diventò una palestra di vita e per gli amici un luogo aperto come il negozio di calzature e pelletterie che gestiva con il marito. Anche la casa di campagna accanto al monastero di Santa Lucia ospitava tanta gente e il figlio Aldo era presente e respirava quella atmosfera. Fu lì che io conobbi il morozzese Aldo Viglione, ex comandante partigiano, allora Presidente della Giunta regionale. Lo trovai nella cucina, che profumava dei sapori delle nostre campagne, intento a preparare assieme a Lidia le bruschette sulla stufa a legna, che poi, con mio marito ed alcuni amici, avrei assaporato con due artisti ospiti fissi di Lidia, Paul Onteniente e Daniel Griseri.
I bambini nei lager
Un tema tra tutti le fu particolarmente caro: la condizione dei bambini nei lager nazisti, piccoli innocenti precipitati nel buco nero del male assoluto. Ai pianti disperati dei bambini denudati a meno 20, 30 gradi sotto zero, rispondevano le risate delle SS che poi li uccidevano. Le loro storie non sarebbero esistite se Lidia non le avesse ricordate con una ricostruzione rigorosa, documentata e corredata da una ricca bibliografia. Il libro “Il futuro spezzato” uscì però postumo nel novembre 1997, completato da Bruno Maida, che vi aveva lavorato in precedenza insieme a Lidia e poi, sotto l’egida dell’Istituto storico di Cuneo e con l’apporto del figlio Aldo.
Lidia morì nella sua Mondovi il 17 gennaio 1996 per un tumore. Aveva raccontato in numerosi nastri registrati l’ultima sua battaglia, assieme alla gioia di essere diventata l’anno prima nonna di Giorgio. Non ebbe a vedere l’altro suo nipotino Paolo, nato nel 1999. Fu l’amico Nuto Revelli, assieme al segretario regionale degli ex deportati Bruno Vasari, a farne la commemorazione funebre il 19 gennaio.
Riconoscimenti postumi
Il 25 aprile 2003 la città di Mondovì intitolò a lei la via dove si trova la sua casa natale nel quartiere di Breo e il 17 gennaio 2006 le fu intitolata la scuola elementare di Mondovì Piazza. Successivamente altre scuole l’hanno ricordata a Genola e a Cuneo, in viale Angeli.
Nel 2016 la città di Cuneo ha promosso in sua memoria numerose iniziative tra cui il convegno “Una memoria per il futuro”. L’amato figlio Aldo ha voluto esporre i taccuini della madre, già pubblicati nella biografia di Bruno Maida. Nel dicembre 2016 la rivista “Il presente e la storia”, dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea in Provincia di Cuneo, ha omaggiato la figura di Lidia Beccaria Rolfi con un numero speciale che riportava gli atti del Convegno e invitava a riannodare i fili del presente al passato per non correre il rischio di non avere più futuro. Dai numerosi relatori emergeva la originalità di Lidia come scrittrice e testimone, ma soprattutto la sua attualità in un presente ancora gravido di insidie e pericoli.