La portalettere Margherita Vincenti è nata il 2 aprile 1976 a Saluzzo e oggi vive a Frassino: “Mio padre Bartolomeo era di Isasca (operaio in un mobilificio), mia mamma Giovanna Villar era di Melle e lavorava a Sampeyre, nella Casa di riposo, dopo aver fatto più lavori. Entrambi hanno già lasciato questa terra. Avevo un fratello che si chiamava Bruno, strangolato al momento della nascita dal cordone ombelicale”.
Che studi ha fatto?
“Ho frequentato l’Istituto d’arte di Saluzzo nella sezione dei metalli, per la mia forte vena artistica: ho realizzato diversi murales e ho anche lavorato per un designer creando lampadari di vetro riciclati. Sono orafa diplomata con il massimo dei voti.
Avrei dovuto andare a Torino, e avrei voluto fare la veterinaria, perché amo molto gli animali: ma mio nonno Maurizio Villar di Frassino non stava bene, mia mamma era sola e quindi sono rimasta qui per sostenerla”.
Come mai è finita a lavorare alle Poste?
“Ho iniziato a lavorare per le Poste a 22 anni, per sostituzioni trimestrali dei portalettere. Il lavoro è molto cambiato. Allora era privilegiata la consegna della corrispondenza, oggi invece è prioritaria la consegna dei pacchi, perché la gente compra su Internet e nei nostri paesi i negozi sono pochi. Il mio lavoro è diventato molto frenetico e si sono persi un po’ i contatti umani, perché sono sempre di corsa”.
La sua giornata tipo?
“Alle 9 devo essere a Saluzzo per lo smistamento della corrispondenza. Poi i pacchi e le raccomandate, e quindi la consegna inizia, per ritornare in valle Varaita. La mia giornata di lavoro dovrebbe finire alle 16.30, in realtà non è sempre così, perché sovente ci sono degli abbinamenti di zone di consegna da fare (a Verzuolo, Brossasco, Valmala e da Brossasco in su, fino a Pontechianale). In una giornata di lavoro normale, se consegno la posta in alta valle Varaita, faccio più di 100 chilometri” .
Che rapporti ha con gli ultimi montanari rimasti in alta valle?
“Rapporti bellissimi! Perchè c’è fiducia, loro mi aspettano e nei nostri paesi disabitati il postino è diventato un importante punto di riferimento. A volte nel lavoro qualcosa gira storto, ma mi basta risalire la valle e il mio umore cambia!”.
I montanari visti da vicino come sono?
“Un po’ chiusi e inizialmente diffidenti, poi quando conquisti la loro fiducia i rapporti cambiano totalmente. Se poi si accorgono che tu parli l’occitano, la situazione migliora. Io parlo in occitano a casa con mio marito, sempre: e mi piace tantissimo! Parlavo il ‘fraisirol’ già con mio nonno Maurizio…”.
Qualche ricordo bello che conserva?
“A Valmala Giovanni Astesano si faceva chilometri a piedi per venirmi incontro dalla sua borgata e mi portava i mandarini già pelati da mangiare! A Becetto un giorno il camion della Galbani non ripartiva più e io con le due donne di una certa età del ristorante di lassù, l’avevamo spinto per farlo ripartire: sembrava la scena di una comica!”.
E a Bellino, invece?
“Caterina Estienne di Celle, 95 anni, aveva sempre piacere che passassi da lei, anche quando riposava mi diceva di bussare alla sua camera da letto, perché voleva salutarmi!”.
La fatica più grande del suo lavoro?
“Ci sono borgate dove devi fare chilometri a piedi, per raggiungere alcune case: ci vorrebbero cassette modulari per facilitare il recapito. Il bello del mio lavoro sono i rapporti umani. Ma anche quelli con gli animali: oggi a Serre di Sampeyre non c’era nessuno, ho incrociato due gatti che mi hanno accompagnata, avevano fame e prima di andare via ho lasciato a loro dei croccantini”.
Lo Stato si ricorda dei problemi della montagna?
“Non sempre: purtroppo non c’è una grande attenzione”.
Il futuro dell’alta valle Varaita come lo vede?
“Male, perché si sta spegnendo. C’è poca gente, con a volte una cattiva organizzazione dei servizi. Se penso a Casteldelfino (una volta capitale turistica della valle) che oggi in certi giorni è un deserto dove non incontri anima viva, ci sto male. La situazione non cambia molto nei paesi vicini, pur con qualche servizio in più”.
Il periodo del Covid?
“Faceva impressione: con le forze dell’ordine i portalettere erano gli unici che giravano. In quei momenti difficili, più di una volta ho portato ai montanari le medicine recuperate nella farmacia di Sampeyre. Io mi sono trovata d’inverno in mezzo alla bufera di neve sulla strada per Chianale, da sola: non vedevo più la segnaletica stradale e avevo paura!”.
La vita?
“La mia vita non è stata troppo facile per i tanti dolori, però oggi sono serena, e con mio marito Roberto vado d’accordo. Ci siamo sposati il 21 luglio 2012 nel santuario di Madonna della Betulla, davanti a don Filippo, che aveva già sposato mia mamma”.
Il mondo di oggi?
“Non mi piace. Troppe guerre, troppe invidie e i giovani che non comunicano più, per colpa dei telefonini”.
Cosa mette al primo posto nella sua vita?
“La salute, la famiglia e il cercare di aiutare gli altri. I piccoli gesti sono importanti. C’è una signora di Confine, Orsolina, che mi tratta come una figlia. Lei ha avuto problemi di salute, è stata in ospedale e io ho cercato di starle vicina: e ci vogliamo davvero bene”.
Una forte emozione?
“Quando entro nei locali del ‘Montagnard’ di Chianale c’è una pietra rotonda con un rosone, che ho disegnato io... Per un anno avevo fatto da ‘bocia’ al muratore lassù, facendo tanti lavori… E togliendo montagne di terra!”.
paesi
La portalettere Margherita Vincenti è nata il 2 aprile 1976 a Saluzzo e oggi vive a Frassino: “Mio padre Bartolomeo era di Isasca (operaio in un mobilificio), mia mamma Giovanna Villar era di Melle e lavorava a Sampeyre, nella Casa di riposo, dopo aver fatto più lavori. Entrambi hanno già lasciato questa terra. Avevo un fratello che si chiamava Bruno, strangolato al momento della nascita dal cordone ombelicale”.
Che studi ha fatto?
“Ho frequentato l’Istituto d’arte di Saluzzo nella sezione dei metalli, per la mia forte vena artistica: ho realizzato diversi murales e ho anche lavorato per un designer creando lampadari di vetro riciclati. Sono orafa diplomata con il massimo dei voti.
Avrei dovuto andare a Torino, e avrei voluto fare la veterinaria, perché amo molto gli animali: ma mio nonno Maurizio Villar di Frassino non stava bene, mia mamma era sola e quindi sono rimasta qui per sostenerla”.
Come mai è finita a lavorare alle Poste?
“Ho iniziato a lavorare per le Poste a 22 anni, per sostituzioni trimestrali dei portalettere. Il lavoro è molto cambiato. Allora era privilegiata la consegna della corrispondenza, oggi invece è prioritaria la consegna dei pacchi, perché la gente compra su Internet e nei nostri paesi i negozi sono pochi. Il mio lavoro è diventato molto frenetico e si sono persi un po’ i contatti umani, perché sono sempre di corsa”.
La sua giornata tipo?
“Alle 9 devo essere a Saluzzo per lo smistamento della corrispondenza. Poi i pacchi e le raccomandate, e quindi la consegna inizia, per ritornare in valle Varaita. La mia giornata di lavoro dovrebbe finire alle 16.30, in realtà non è sempre così, perché sovente ci sono degli abbinamenti di zone di consegna da fare (a Verzuolo, Brossasco, Valmala e da Brossasco in su, fino a Pontechianale). In una giornata di lavoro normale, se consegno la posta in alta valle Varaita, faccio più di 100 chilometri” .
Che rapporti ha con gli ultimi montanari rimasti in alta valle?
“Rapporti bellissimi! Perchè c’è fiducia, loro mi aspettano e nei nostri paesi disabitati il postino è diventato un importante punto di riferimento. A volte nel lavoro qualcosa gira storto, ma mi basta risalire la valle e il mio umore cambia!”.
I montanari visti da vicino come sono?
“Un po’ chiusi e inizialmente diffidenti, poi quando conquisti la loro fiducia i rapporti cambiano totalmente. Se poi si accorgono che tu parli l’occitano, la situazione migliora. Io parlo in occitano a casa con mio marito, sempre: e mi piace tantissimo! Parlavo il ‘fraisirol’ già con mio nonno Maurizio…”.
Qualche ricordo bello che conserva?
“A Valmala Giovanni Astesano si faceva chilometri a piedi per venirmi incontro dalla sua borgata e mi portava i mandarini già pelati da mangiare! A Becetto un giorno il camion della Galbani non ripartiva più e io con le due donne di una certa età del ristorante di lassù, l’avevamo spinto per farlo ripartire: sembrava la scena di una comica!”.
E a Bellino, invece?
“Caterina Estienne di Celle, 95 anni, aveva sempre piacere che passassi da lei, anche quando riposava mi diceva di bussare alla sua camera da letto, perché voleva salutarmi!”.
La fatica più grande del suo lavoro?
“Ci sono borgate dove devi fare chilometri a piedi, per raggiungere alcune case: ci vorrebbero cassette modulari per facilitare il recapito. Il bello del mio lavoro sono i rapporti umani. Ma anche quelli con gli animali: oggi a Serre di Sampeyre non c’era nessuno, ho incrociato due gatti che mi hanno accompagnata, avevano fame e prima di andare via ho lasciato a loro dei croccantini”.
Lo Stato si ricorda dei problemi della montagna?
“Non sempre: purtroppo non c’è una grande attenzione”.
Il futuro dell’alta valle Varaita come lo vede?
“Male, perché si sta spegnendo. C’è poca gente, con a volte una cattiva organizzazione dei servizi. Se penso a Casteldelfino (una volta capitale turistica della valle) che oggi in certi giorni è un deserto dove non incontri anima viva, ci sto male. La situazione non cambia molto nei paesi vicini, pur con qualche servizio in più”.
Il periodo del Covid?
“Faceva impressione: con le forze dell’ordine i portalettere erano gli unici che giravano. In quei momenti difficili, più di una volta ho portato ai montanari le medicine recuperate nella farmacia di Sampeyre. Io mi sono trovata d’inverno in mezzo alla bufera di neve sulla strada per Chianale, da sola: non vedevo più la segnaletica stradale e avevo paura!”.
La vita?
“La mia vita non è stata troppo facile per i tanti dolori, però oggi sono serena, e con mio marito Roberto vado d’accordo. Ci siamo sposati il 21 luglio 2012 nel santuario di Madonna della Betulla, davanti a don Filippo, che aveva già sposato mia mamma”.
Il mondo di oggi?
“Non mi piace. Troppe guerre, troppe invidie e i giovani che non comunicano più, per colpa dei telefonini”.
Cosa mette al primo posto nella sua vita?
“La salute, la famiglia e il cercare di aiutare gli altri. I piccoli gesti sono importanti. C’è una signora di Confine, Orsolina, che mi tratta come una figlia. Lei ha avuto problemi di salute, è stata in ospedale e io ho cercato di starle vicina: e ci vogliamo davvero bene”.
Una forte emozione?
“Quando entro nei locali del ‘Montagnard’ di Chianale c’è una pietra rotonda con un rosone, che ho disegnato io... Per un anno avevo fatto da ‘bocia’ al muratore lassù, facendo tanti lavori… E togliendo montagne di terra!”.
Margherita, la postina innamorata della valle Varaita
09 febbraio 2025
Cuneo
La portalettere Margherita Vincenti è nata il 2 aprile 1976 a Saluzzo e oggi vive a Frassino: “Mio padre Bartolomeo era di Isasca (operaio in un mobilificio), mia mamma Giovanna Villar era di Melle e lavorava a Sampeyre, nella Casa di riposo, dopo aver fatto più lavori. Entrambi hanno già lasciato questa terra. Avevo un fratello che si chiamava Bruno, strangolato al momento della nascita dal cordone ombelicale”.
Che studi ha fatto?
“Ho frequentato l’Istituto d’arte di Saluzzo nella sezione dei metalli, per la mia forte vena artistica: ho realizzato diversi murales e ho anche lavorato per un designer creando lampadari di vetro riciclati. Sono orafa diplomata con il massimo dei voti.
Avrei dovuto andare a Torino, e avrei voluto fare la veterinaria, perché amo molto gli animali: ma mio nonno Maurizio Villar di Frassino non stava bene, mia mamma era sola e quindi sono rimasta qui per sostenerla”.
Come mai è finita a lavorare alle Poste?
“Ho iniziato a lavorare per le Poste a 22 anni, per sostituzioni trimestrali dei portalettere. Il lavoro è molto cambiato. Allora era privilegiata la consegna della corrispondenza, oggi invece è prioritaria la consegna dei pacchi, perché la gente compra su Internet e nei nostri paesi i negozi sono pochi. Il mio lavoro è diventato molto frenetico e si sono persi un po’ i contatti umani, perché sono sempre di corsa”.
La sua giornata tipo?
“Alle 9 devo essere a Saluzzo per lo smistamento della corrispondenza. Poi i pacchi e le raccomandate, e quindi la consegna inizia, per ritornare in valle Varaita. La mia giornata di lavoro dovrebbe finire alle 16.30, in realtà non è sempre così, perché sovente ci sono degli abbinamenti di zone di consegna da fare (a Verzuolo, Brossasco, Valmala e da Brossasco in su, fino a Pontechianale). In una giornata di lavoro normale, se consegno la posta in alta valle Varaita, faccio più di 100 chilometri” .
Che rapporti ha con gli ultimi montanari rimasti in alta valle?
“Rapporti bellissimi! Perchè c’è fiducia, loro mi aspettano e nei nostri paesi disabitati il postino è diventato un importante punto di riferimento. A volte nel lavoro qualcosa gira storto, ma mi basta risalire la valle e il mio umore cambia!”.
I montanari visti da vicino come sono?
“Un po’ chiusi e inizialmente diffidenti, poi quando conquisti la loro fiducia i rapporti cambiano totalmente. Se poi si accorgono che tu parli l’occitano, la situazione migliora. Io parlo in occitano a casa con mio marito, sempre: e mi piace tantissimo! Parlavo il ‘fraisirol’ già con mio nonno Maurizio…”.
Qualche ricordo bello che conserva?
“A Valmala Giovanni Astesano si faceva chilometri a piedi per venirmi incontro dalla sua borgata e mi portava i mandarini già pelati da mangiare! A Becetto un giorno il camion della Galbani non ripartiva più e io con le due donne di una certa età del ristorante di lassù, l’avevamo spinto per farlo ripartire: sembrava la scena di una comica!”.
E a Bellino, invece?
“Caterina Estienne di Celle, 95 anni, aveva sempre piacere che passassi da lei, anche quando riposava mi diceva di bussare alla sua camera da letto, perché voleva salutarmi!”.
La fatica più grande del suo lavoro?
“Ci sono borgate dove devi fare chilometri a piedi, per raggiungere alcune case: ci vorrebbero cassette modulari per facilitare il recapito. Il bello del mio lavoro sono i rapporti umani. Ma anche quelli con gli animali: oggi a Serre di Sampeyre non c’era nessuno, ho incrociato due gatti che mi hanno accompagnata, avevano fame e prima di andare via ho lasciato a loro dei croccantini”.
Lo Stato si ricorda dei problemi della montagna?
“Non sempre: purtroppo non c’è una grande attenzione”.
Il futuro dell’alta valle Varaita come lo vede?
“Male, perché si sta spegnendo. C’è poca gente, con a volte una cattiva organizzazione dei servizi. Se penso a Casteldelfino (una volta capitale turistica della valle) che oggi in certi giorni è un deserto dove non incontri anima viva, ci sto male. La situazione non cambia molto nei paesi vicini, pur con qualche servizio in più”.
Il periodo del Covid?
“Faceva impressione: con le forze dell’ordine i portalettere erano gli unici che giravano. In quei momenti difficili, più di una volta ho portato ai montanari le medicine recuperate nella farmacia di Sampeyre. Io mi sono trovata d’inverno in mezzo alla bufera di neve sulla strada per Chianale, da sola: non vedevo più la segnaletica stradale e avevo paura!”.
La vita?
“La mia vita non è stata troppo facile per i tanti dolori, però oggi sono serena, e con mio marito Roberto vado d’accordo. Ci siamo sposati il 21 luglio 2012 nel santuario di Madonna della Betulla, davanti a don Filippo, che aveva già sposato mia mamma”.
Il mondo di oggi?
“Non mi piace. Troppe guerre, troppe invidie e i giovani che non comunicano più, per colpa dei telefonini”.
Cosa mette al primo posto nella sua vita?
“La salute, la famiglia e il cercare di aiutare gli altri. I piccoli gesti sono importanti. C’è una signora di Confine, Orsolina, che mi tratta come una figlia. Lei ha avuto problemi di salute, è stata in ospedale e io ho cercato di starle vicina: e ci vogliamo davvero bene”.
Una forte emozione?
“Quando entro nei locali del ‘Montagnard’ di Chianale c’è una pietra rotonda con un rosone, che ho disegnato io... Per un anno avevo fatto da ‘bocia’ al muratore lassù, facendo tanti lavori… E togliendo montagne di terra!”.