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Auschwitz, il Giorno della Memoria e il mobilio degli ebrei cuneesi

27 gennaio 2025

Cuneo

Il Giorno della Memoria, come noto, è una ricorrenza internazionale, istituita dalle Nazioni Unite, per ricordare le vittime della tragedia dell’olocausto e cade il 27 gennaio perché, in quella data, l’Armata Rossa ha liberato i prigionieri superstiti nel campo di concentramento di Auschwitz. La necessità e il dovere della memoria implicano il dovere di custodire un ricordo veritiero di ciò che è accaduto, anche e soprattutto quando la tentazione di dimenticare, di ridefinire o di mistificare si fa più subdola. L’idea di collocare, anche solo emotivamente o mentalmente, “altrove” quello che è accaduto, può essere parte di un processo di rielaborazione, anche in buona fede, che, però, non è onesto e rischia di restituire un’immagine non adeguata delle violenze, delle bassezze e delle meschinità che, anche nella nostra comunità, hanno determinato, oppure accompagnato, l’eccidio di persone inermi. Che le deportazioni abbiano coinvolto anche il cuneese è circostanza conosciuta, anche se non sempre valorizzata, ma il clima sociale che le ha rese possibili non è, sempre, adeguatamente considerato. Per quanto sgradevole, occorre, dunque, tornare alle fonti di quel periodo, che narrano storie di ordinaria disumanità. Un esempio ne è la vicenda che può essere ricostruita tramite una comunicazione del Questore di Cuneo del 7 gennaio 1945 (custodita presso l’Archivio di Stato di Cuneo). Il Questore informava i competenti uffici di Saluzzo che un Tenente della Brigata Nera di Cuneo aveva “assoluto bisogno di alcuni capi di mobilio” e, pertanto, disponeva che chi di dovere si interessasse “presso le varie abitazioni già di proprietà degli ebrei al fine di mettere a disposizione del predetto Tenente … quanto a lui necessitante”. Alla lettera veniva allegato “elenco delle abitazioni in questione” e si concludeva con la richiesta: “… di inviare successivamente copia del verbale di consegna”. Sono molti i pensieri che suscita la constatazione che, anche nei nostri luoghi, sia stato possibile raggiungere simili livelli di inumanità. Pare difficile immaginare che il Tenente della Brigata Nera e il Questore non sapessero perché le case degli ebrei erano vuote. Del resto, anche le autorità locali avevano attivamente collaborato al triste epilogo della vita di molti membri della comunità ebraica cuneese e nulla sembra scuotere Tenente e Questore, o impedire loro lo sciacallaggio del prelevamento del mobilio. Storici, filosofi, psicologi e sociologi hanno dibattuto e continuano a dibattere su come tutto questo sia potuto accadere. Quello che è certo, data l’incontestabile dimensione locale dell’episodio, è che lo smarrimento del più elementare senso di umanità non ha connotato solamente il tessuto sociale dei luoghi dove si trovavano i campi di concentramento nazisti. Non mancano racconti, libri e film sull’ambiente che ruotava intorno ai campi e la scomoda domanda su come gli abitanti di quelle zone abbiano potuto accettare la presenza di quelle strutture (anche ammettendo che non si sapesse dello sterminio dei prigionieri) deve essere completata con quella, vicina anche a noi, su come intere comunità abbiano potuto subire i rastrellamenti e le deportazioni. Non si vogliono sottacere i molti gesti di coraggioso soccorso, anche nelle nostre zone, che hanno salvato alcuni ebrei dalla deportazione o gli atti di eroismo di non poche persone, ma questo attenua solamente la responsabilità collettiva dell’inerzia di molti, troppi. Il meschino burocratese del Questore, anche nella preoccupazione finale di ricevere il verbale di consegna, certifica il suo smarrimento della priorità per la dignità e per la vita umana. Se la regolarità formale di un inventario dei mobili diventa il motivo, l’unico motivo, dello zelo di un funzionario dello Stato, questo dice molto sulla natura di quello Stato, ma significa anche che le ferite nel tessuto umano di quella comunità fatta Stato sono davvero profonde. Di lì a poco, la guerra sarebbe finita e i pochi superstiti dei campi di concentramento sarebbero tornati a casa. Non è dato sapere quali mobili siano stati presi dal Tenente, quale sia stato il prosieguo della sua vita e neppure se le persone che abitavano in quegli alloggi vuoti siano state tra le poche a tornare. Sarebbe bello poter immaginare un percorso di acquisizione di consapevolezza e pentimento del Tenente e del Questore. Forse è troppo, o forse non lo è. Quello che è certo, è che, per noi, oggi, ricordare è un dovere.
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