Valery ha mantenuto un legame forte con la famiglia di Chiusa Pesio che lo aveva ospitato da ragazzo e che considera la sua seconda casa.
“La prima volta che sono arrivato qui avevo 8 anni, era il 2010 - racconta -, nessuno mi aveva mai spiegato cosa fossero i “Bambini di Chernobyl” e sicuramente io non ero un mutante. Piangevo perché mi mancava casa non conoscevo la lingua, ero un birbante”.
“Era un birbante come tutti i bambini - dice la famiglia che lo ha accolto e che vuole mantenere l’anonimato - ma noi abbiamo sempre provato a metterci nei suoi panni. Ci hanno annunciato il suo arrivo con una lettera dove era riportato il suo nome e cognome in caratteri cirillici e la data di nascita. Quando arrivò a Cuneo non sapevamo nè il sesso nè il nome, ricordo che ci imparammo a memoria la data di nascita. Al suo arrivo l’organizzazione ci consegnò il bambino, un dizionario italiano - come si pronuncia - cirillico e iniziò la nostra avventura”.
Come siete venuti a conoscenza del progetto?
“Alcune famiglie di Chiusa di Pesio e poi di Peveragno ne facevano già parte e loro ci convinsero a partecipare con il loro entusiasmo. Avevano ragione. I nostri dubbi erano tanti, eravamo i più anziani del gruppo genitori, senza figli. Barriere che però non ci hanno fermato e oggi siamo davvero felici di quello che abbiamo fatto insieme a Valy. Abbiamo avuto molto supporto dalle altre famiglie e dall’associazione, è stato un percorso faticoso ma arricchente”.
Immagino le difficoltà non fossero poche.
“Come tutti i bambini era vivace, ma allo stesso tempo malinconico, soprattutto all’inizio. Ricordo quando le prime sere lo chiamavo per cena lui si nascondeva nella valigia e si chiudeva dentro. Scendevo in cucina in lacrime ma poco dopo me lo ritrovavo sulla porta affamato. Lo dice anche lui che era un birbante, ma quando si è bambini è assolutamente normale. Ricordo una volta andammo a mangiare il gelato con altre famiglie accoglienti e ad un certo punto ci chiamò il padrone del locale perché i ragazzi mentre noi chiacchieravamo si erano mangiati tutte le bustine di zucchero sui tavoli di tutto il locale. Un’altra volta erano a Pesio con l’interprete lei tornò a casa completamente piena di fango… decisero che doveva essere il loro bersaglio”.
Valy ride ricordando quelle giornate, fatte di spensieratezza e gioia, tipiche dei bambini di quell’età.
Valy qual è uno dei ricordi più belli che hai dei tuoi soggiorni a Chiusa di Pesio?
“Sono sempre stato accolto dalla famiglia in modo generoso e con tanto cuore. Se devo però scegliere un momento sicuramente quando siamo andati a prendere la pizza da Salvatore e lui mi ha permesso di vedere da vicino come le faceva passando dietro il bancone. Ricordo ancora quella giornata oggi. Sono convinto che quella sia la miglior pizza al mondo!”.
Parli molto bene l’italiano come hai imparato?
“Devo dire grazie alla famiglia per avermelo insegnato. Quando sono arrivato non capivo nulla, ero isolato. Vedevo al pomeriggio i miei amici con le interpreti ma il tempo era sempre poco. Ricordo i cartoni animati di Peppa Pig e tanti depliant del supermercato!”.
Viste le difficoltà di comunicazione la famiglia decise di impegnarsi proprio per eliminare questa barriera, ci racconta: “ritagliavamo i depliant delle offerte, per ogni parola scrivevamo il nome in italiano e in cirillico in modo che potesse essere per lui più facile. Valy è molto portato per le lingue, oggi riesce anche a pronunciare e capire in modo corretto il chiusano che è tutt’altro che una passeggiata”. Valy parla perfettamente quattro lingue: bielorusso, russo, inglese e italiano.
Com’è il paese in cui vivi?
“Vivo nelle campagne di Rechitsa, una grande città della Bielorussia, ma le zone periferiche sono molto isolate e c’è poco da fare. Non esistono negozi o centri dove ritrovarsi, inoltre gli abitanti vivono molto per conto proprio”.
Sei tornato in Italia dopo che mancavi dal 2019, quali sono state le difficoltà maggiori?
“La guerra Russia - Ucraina è una ferita per tutti noi, per noi sia il popolo russo che quello ucraino sono sempre stati dei fratelli. Temevo che tutto il mondo ci odiasse ma fortunatamente, grazie anche alla conoscenza delle lingue, sono riuscito a conoscere anche altro rispetto a quello che ci dicono, un altro rovescio della medaglia. Non vedere la nostra bandiera alle olimpiadi mi ha fatto davvero male, nonostante alcuni nostri atleti partecipassero sotto altra bandiera. Una situazione pessima che non dovrebbe esistere. Durante il mio viaggio in Lituania sono stato fermato per il classico controllo dei bagagli. La guardia ha parlato perfettamente in russo con la persona prima di me, appena ha visto i miei documenti ha iniziato a non capire il mio russo. Per fortuna parlando perfettamente inglese si è trovato spiazzato e mi ha fatto passare. C’è una sorta di razzismo nei nostri confronti dovuto alle azioni di chi comanda, non per nostra volontà”.
Di cosa ti occupi?
“Fino a qualche mese fa insegnavo elettronica pratica in una scuola professionale, tipo il vostro ITIS. Oggi è scaduto il contratto, ora mi godo la fine delle vacanze e poi appena torno ci penserò”.
In questa vacanza sei stato a Pisa, piaciuta la torre?
“Era un desiderio che avevo da tempo… ma mi hanno fatto molto ridere tutte le persone che erano in posa per la classica foto in cui sostengono la torre. Alla fine temevo di essere l’unico a volerla fare invece mi sono sentito in ottima compagnia!”
La famiglia chiusana non ha voluto essere citata, per loro fare del bene è normale e preferiscono continuare a farlo in silenzio. Mentre li intervistavo in un afoso pomeriggio di agosto non sono mancate le lacrime e le risate, perché negli anni un’esperienza di questo genere ha permesso alla famiglia di creare un legame importante e a Valy di conoscere una realtà differente ma fatta di bontà gratuita. Oggi per loro il progetto è terminato ma il legame è rimasto intatto e vivo, fatto di chiamate e messaggi, non solo quelli per le feste comandate.
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Valery ha mantenuto un legame forte con la famiglia di Chiusa Pesio che lo aveva ospitato da ragazzo e che considera la sua seconda casa.
“La prima volta che sono arrivato qui avevo 8 anni, era il 2010 - racconta -, nessuno mi aveva mai spiegato cosa fossero i “Bambini di Chernobyl” e sicuramente io non ero un mutante. Piangevo perché mi mancava casa non conoscevo la lingua, ero un birbante”.
“Era un birbante come tutti i bambini - dice la famiglia che lo ha accolto e che vuole mantenere l’anonimato - ma noi abbiamo sempre provato a metterci nei suoi panni. Ci hanno annunciato il suo arrivo con una lettera dove era riportato il suo nome e cognome in caratteri cirillici e la data di nascita. Quando arrivò a Cuneo non sapevamo nè il sesso nè il nome, ricordo che ci imparammo a memoria la data di nascita. Al suo arrivo l’organizzazione ci consegnò il bambino, un dizionario italiano - come si pronuncia - cirillico e iniziò la nostra avventura”.
Come siete venuti a conoscenza del progetto?
“Alcune famiglie di Chiusa di Pesio e poi di Peveragno ne facevano già parte e loro ci convinsero a partecipare con il loro entusiasmo. Avevano ragione. I nostri dubbi erano tanti, eravamo i più anziani del gruppo genitori, senza figli. Barriere che però non ci hanno fermato e oggi siamo davvero felici di quello che abbiamo fatto insieme a Valy. Abbiamo avuto molto supporto dalle altre famiglie e dall’associazione, è stato un percorso faticoso ma arricchente”.
Immagino le difficoltà non fossero poche.
“Come tutti i bambini era vivace, ma allo stesso tempo malinconico, soprattutto all’inizio. Ricordo quando le prime sere lo chiamavo per cena lui si nascondeva nella valigia e si chiudeva dentro. Scendevo in cucina in lacrime ma poco dopo me lo ritrovavo sulla porta affamato. Lo dice anche lui che era un birbante, ma quando si è bambini è assolutamente normale. Ricordo una volta andammo a mangiare il gelato con altre famiglie accoglienti e ad un certo punto ci chiamò il padrone del locale perché i ragazzi mentre noi chiacchieravamo si erano mangiati tutte le bustine di zucchero sui tavoli di tutto il locale. Un’altra volta erano a Pesio con l’interprete lei tornò a casa completamente piena di fango… decisero che doveva essere il loro bersaglio”.
Valy ride ricordando quelle giornate, fatte di spensieratezza e gioia, tipiche dei bambini di quell’età.
Valy qual è uno dei ricordi più belli che hai dei tuoi soggiorni a Chiusa di Pesio?
“Sono sempre stato accolto dalla famiglia in modo generoso e con tanto cuore. Se devo però scegliere un momento sicuramente quando siamo andati a prendere la pizza da Salvatore e lui mi ha permesso di vedere da vicino come le faceva passando dietro il bancone. Ricordo ancora quella giornata oggi. Sono convinto che quella sia la miglior pizza al mondo!”.
Parli molto bene l’italiano come hai imparato?
“Devo dire grazie alla famiglia per avermelo insegnato. Quando sono arrivato non capivo nulla, ero isolato. Vedevo al pomeriggio i miei amici con le interpreti ma il tempo era sempre poco. Ricordo i cartoni animati di Peppa Pig e tanti depliant del supermercato!”.
Viste le difficoltà di comunicazione la famiglia decise di impegnarsi proprio per eliminare questa barriera, ci racconta: “ritagliavamo i depliant delle offerte, per ogni parola scrivevamo il nome in italiano e in cirillico in modo che potesse essere per lui più facile. Valy è molto portato per le lingue, oggi riesce anche a pronunciare e capire in modo corretto il chiusano che è tutt’altro che una passeggiata”. Valy parla perfettamente quattro lingue: bielorusso, russo, inglese e italiano.
Com’è il paese in cui vivi?
“Vivo nelle campagne di Rechitsa, una grande città della Bielorussia, ma le zone periferiche sono molto isolate e c’è poco da fare. Non esistono negozi o centri dove ritrovarsi, inoltre gli abitanti vivono molto per conto proprio”.
Sei tornato in Italia dopo che mancavi dal 2019, quali sono state le difficoltà maggiori?
“La guerra Russia - Ucraina è una ferita per tutti noi, per noi sia il popolo russo che quello ucraino sono sempre stati dei fratelli. Temevo che tutto il mondo ci odiasse ma fortunatamente, grazie anche alla conoscenza delle lingue, sono riuscito a conoscere anche altro rispetto a quello che ci dicono, un altro rovescio della medaglia. Non vedere la nostra bandiera alle olimpiadi mi ha fatto davvero male, nonostante alcuni nostri atleti partecipassero sotto altra bandiera. Una situazione pessima che non dovrebbe esistere. Durante il mio viaggio in Lituania sono stato fermato per il classico controllo dei bagagli. La guardia ha parlato perfettamente in russo con la persona prima di me, appena ha visto i miei documenti ha iniziato a non capire il mio russo. Per fortuna parlando perfettamente inglese si è trovato spiazzato e mi ha fatto passare. C’è una sorta di razzismo nei nostri confronti dovuto alle azioni di chi comanda, non per nostra volontà”.
Di cosa ti occupi?
“Fino a qualche mese fa insegnavo elettronica pratica in una scuola professionale, tipo il vostro ITIS. Oggi è scaduto il contratto, ora mi godo la fine delle vacanze e poi appena torno ci penserò”.
In questa vacanza sei stato a Pisa, piaciuta la torre?
“Era un desiderio che avevo da tempo… ma mi hanno fatto molto ridere tutte le persone che erano in posa per la classica foto in cui sostengono la torre. Alla fine temevo di essere l’unico a volerla fare invece mi sono sentito in ottima compagnia!”
La famiglia chiusana non ha voluto essere citata, per loro fare del bene è normale e preferiscono continuare a farlo in silenzio. Mentre li intervistavo in un afoso pomeriggio di agosto non sono mancate le lacrime e le risate, perché negli anni un’esperienza di questo genere ha permesso alla famiglia di creare un legame importante e a Valy di conoscere una realtà differente ma fatta di bontà gratuita. Oggi per loro il progetto è terminato ma il legame è rimasto intatto e vivo, fatto di chiamate e messaggi, non solo quelli per le feste comandate.
Valery, il ritorno da adulto a Chiusa Pesio, dove era stato ospitato come “bambino di Chernobyl”
27 ottobre 2024
Cuneo
Valery ha mantenuto un legame forte con la famiglia di Chiusa Pesio che lo aveva ospitato da ragazzo e che considera la sua seconda casa.
“La prima volta che sono arrivato qui avevo 8 anni, era il 2010 - racconta -, nessuno mi aveva mai spiegato cosa fossero i “Bambini di Chernobyl” e sicuramente io non ero un mutante. Piangevo perché mi mancava casa non conoscevo la lingua, ero un birbante”.
“Era un birbante come tutti i bambini - dice la famiglia che lo ha accolto e che vuole mantenere l’anonimato - ma noi abbiamo sempre provato a metterci nei suoi panni. Ci hanno annunciato il suo arrivo con una lettera dove era riportato il suo nome e cognome in caratteri cirillici e la data di nascita. Quando arrivò a Cuneo non sapevamo nè il sesso nè il nome, ricordo che ci imparammo a memoria la data di nascita. Al suo arrivo l’organizzazione ci consegnò il bambino, un dizionario italiano - come si pronuncia - cirillico e iniziò la nostra avventura”.
Come siete venuti a conoscenza del progetto?
“Alcune famiglie di Chiusa di Pesio e poi di Peveragno ne facevano già parte e loro ci convinsero a partecipare con il loro entusiasmo. Avevano ragione. I nostri dubbi erano tanti, eravamo i più anziani del gruppo genitori, senza figli. Barriere che però non ci hanno fermato e oggi siamo davvero felici di quello che abbiamo fatto insieme a Valy. Abbiamo avuto molto supporto dalle altre famiglie e dall’associazione, è stato un percorso faticoso ma arricchente”.
Immagino le difficoltà non fossero poche.
“Come tutti i bambini era vivace, ma allo stesso tempo malinconico, soprattutto all’inizio. Ricordo quando le prime sere lo chiamavo per cena lui si nascondeva nella valigia e si chiudeva dentro. Scendevo in cucina in lacrime ma poco dopo me lo ritrovavo sulla porta affamato. Lo dice anche lui che era un birbante, ma quando si è bambini è assolutamente normale. Ricordo una volta andammo a mangiare il gelato con altre famiglie accoglienti e ad un certo punto ci chiamò il padrone del locale perché i ragazzi mentre noi chiacchieravamo si erano mangiati tutte le bustine di zucchero sui tavoli di tutto il locale. Un’altra volta erano a Pesio con l’interprete lei tornò a casa completamente piena di fango… decisero che doveva essere il loro bersaglio”.
Valy ride ricordando quelle giornate, fatte di spensieratezza e gioia, tipiche dei bambini di quell’età.
Valy qual è uno dei ricordi più belli che hai dei tuoi soggiorni a Chiusa di Pesio?
“Sono sempre stato accolto dalla famiglia in modo generoso e con tanto cuore. Se devo però scegliere un momento sicuramente quando siamo andati a prendere la pizza da Salvatore e lui mi ha permesso di vedere da vicino come le faceva passando dietro il bancone. Ricordo ancora quella giornata oggi. Sono convinto che quella sia la miglior pizza al mondo!”.
Parli molto bene l’italiano come hai imparato?
“Devo dire grazie alla famiglia per avermelo insegnato. Quando sono arrivato non capivo nulla, ero isolato. Vedevo al pomeriggio i miei amici con le interpreti ma il tempo era sempre poco. Ricordo i cartoni animati di Peppa Pig e tanti depliant del supermercato!”.
Viste le difficoltà di comunicazione la famiglia decise di impegnarsi proprio per eliminare questa barriera, ci racconta: “ritagliavamo i depliant delle offerte, per ogni parola scrivevamo il nome in italiano e in cirillico in modo che potesse essere per lui più facile. Valy è molto portato per le lingue, oggi riesce anche a pronunciare e capire in modo corretto il chiusano che è tutt’altro che una passeggiata”. Valy parla perfettamente quattro lingue: bielorusso, russo, inglese e italiano.
Com’è il paese in cui vivi?
“Vivo nelle campagne di Rechitsa, una grande città della Bielorussia, ma le zone periferiche sono molto isolate e c’è poco da fare. Non esistono negozi o centri dove ritrovarsi, inoltre gli abitanti vivono molto per conto proprio”.
Sei tornato in Italia dopo che mancavi dal 2019, quali sono state le difficoltà maggiori?
“La guerra Russia - Ucraina è una ferita per tutti noi, per noi sia il popolo russo che quello ucraino sono sempre stati dei fratelli. Temevo che tutto il mondo ci odiasse ma fortunatamente, grazie anche alla conoscenza delle lingue, sono riuscito a conoscere anche altro rispetto a quello che ci dicono, un altro rovescio della medaglia. Non vedere la nostra bandiera alle olimpiadi mi ha fatto davvero male, nonostante alcuni nostri atleti partecipassero sotto altra bandiera. Una situazione pessima che non dovrebbe esistere. Durante il mio viaggio in Lituania sono stato fermato per il classico controllo dei bagagli. La guardia ha parlato perfettamente in russo con la persona prima di me, appena ha visto i miei documenti ha iniziato a non capire il mio russo. Per fortuna parlando perfettamente inglese si è trovato spiazzato e mi ha fatto passare. C’è una sorta di razzismo nei nostri confronti dovuto alle azioni di chi comanda, non per nostra volontà”.
Di cosa ti occupi?
“Fino a qualche mese fa insegnavo elettronica pratica in una scuola professionale, tipo il vostro ITIS. Oggi è scaduto il contratto, ora mi godo la fine delle vacanze e poi appena torno ci penserò”.
In questa vacanza sei stato a Pisa, piaciuta la torre?
“Era un desiderio che avevo da tempo… ma mi hanno fatto molto ridere tutte le persone che erano in posa per la classica foto in cui sostengono la torre. Alla fine temevo di essere l’unico a volerla fare invece mi sono sentito in ottima compagnia!”
La famiglia chiusana non ha voluto essere citata, per loro fare del bene è normale e preferiscono continuare a farlo in silenzio. Mentre li intervistavo in un afoso pomeriggio di agosto non sono mancate le lacrime e le risate, perché negli anni un’esperienza di questo genere ha permesso alla famiglia di creare un legame importante e a Valy di conoscere una realtà differente ma fatta di bontà gratuita. Oggi per loro il progetto è terminato ma il legame è rimasto intatto e vivo, fatto di chiamate e messaggi, non solo quelli per le feste comandate.