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Preistorica Tomba dei giganti a Paschero in Valle Maira?
22 settembre 2024
Cuneo
È durante una camminata sul percorso ad anello che da Paschero passa a ridosso di borgata San Martino, sale verso Ciamino per poi deviare in direzione di Cucchiales e, quindi, in una discesa abbastanza ardita, ritorna verso Morinesio e infine sfocia a fianco del camposanto di Paschero, che mi imbatto in una inconsueta presenza territoriale che mi fa immaginare qualcosa di incredibile. Una situazione di preesistenza storica e monumentale molto antica. Ciò avviene un paio di mesi fa.
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La camminata è piacevole: partenza con una temperatura abbastanza rigida e percorso ombroso e fradicio fino al mulino dell’antica fucina. I muscoli, sottoposti ad una marcia trattenuta e poco naturale, si irrigidiscono oltre misura e rendono quasi insopportabile l’umidità che entra nelle ossa mettendo in crisi le articolazioni già un po’ consumate. Poi il sole rompe ogni indugio e la salita, col sentiero appiattito sulla parete Sud, mette me e mia moglie – che mi accompagna condividendo una passione per la natura che è ormai di vecchia data – nella condizione di cominciare a soffiare un po’, a sudare e a cercare qua e là, quando possibile, con la scusa di un minimo refrigerio, un luogo in ombra ove far riposare le membra non sempre brillantissime. Si cammina comunque bene.
I saliscendi, che accompagnano la mattinata soleggiata mostrando a rotazione il fianco illuminato di borgata San Martino, puntano dritto verso Ciamino, villaggio quasi spettrale dove la bellezza del contenuto architettonico si scontra con il nulla più assoluto. Il silenzio impressionante sembra rotto soltanto, di tanto in tanto, dal fruscio del vento che comunica, all’interno del borgo, la presenza di uno zampillo d’acqua. Una balconata con una porta aperta ed una tendina di tulle che l’aria mostra in movimento fanno sembrare ancor più angoscioso il dramma dello spopolamento alpino. Tre francesi che camminano in senso inverso rompono rumorosamente e simpaticamente il senso del tragico destino del luogo.
Poi si scende nel combal e torna l’ombra, accompagnata sempre più intensamente dal rumore cristallino di una sorgente d’acqua che va via via ingrossandosi, salto dopo salto, sino a diventare una pozza, poco profonda ma abbastanza larga, nel punto in cui il sentiero sceglie di lasciare un verso del canalone per affrontare l’altro, opposto. La salita si fa di nuovo intensa, anche se la fitta vegetazione di castagni e ontani ed il paesaggio affascinante rendono meno faticoso il tragitto verso Cucchiales. Il tempo di qualche foto – rispetto a Ciamino l’uomo, anche se non più stanziale, non ha abbandonato l’intricato sovrapporsi di strutture ed edifici – e l’ora, ormai prossima alla scadenza del pranzo, impongono la via del ritorno, verso Morinesio e oltre.
Una insolita costruzione a forma di portale
Si scende veloci, con un percorso che lascia trotterellare le gambe più o meno disinvoltamente anticipando il piacere della tavola. L’attraversamento della strada provinciale indica ormai il rientro pieno nella civiltà. Ma, dopo una vecchia baita ristrutturata, quando già la sagoma della chiesa di San Peyre si profila dominante con la prua verso la vallata, proprio dove il sentiero volta a sinistra e si insinua vigoroso nella montagna, la visione di una presenza architettonica – a dir poco insolita – attira la mia curiosità di insanabile impiccione. Guarda un po’, mi chiedo, per qual motivo proprio in questo luogo, un po’ fuori dal mondo, dove nulla lascia immaginare che la mano dell’uomo abbia nel tempo potuto realizzare un’opera degna di essere definita tale, esiste, appiccicata alla montagna, una struttura in pietra a doppi elementi verticali ben squadrati, sovrapposti da un elemento orizzontale? Essi richiamano, messi insieme, l’archetipo del sistema costruttivo più antico, a forma di portale, che anticipa nella storia dei monumenti megalitici la successiva introduzione dell’arco di volta. Penso subito – e lo segnalo a mia moglie – che mi sembra di riconoscere una tomba dei giganti in formato ridotto. Si tratta di una valutazione di pelle: non riesco infatti a concretizzare nella mente qualche esempio di un giaciglio post mortem dei giganti. Ma così immagino! ••••• Scatto alcune foto, senza grande convinzione, ripromettendomi di indagare ulteriormente la questione una volta giunto al Paschero. Cerco conferma quasi subito tempestando di telefonate amici e conoscenti della valle, anche studiosi, nella speranza di sentirmi dire che quella roba lì è nota a tutti, che ne hanno scritto nel tempo, che la mia ipotesi – giusta o sbagliata, non ha importanza – può confrontarsi con altre supposizioni già consolidate che hanno codificato un passo che – al pari del vicino lazzaretto di Caudano – avrebbe potuto scrivere una parte della storia antica della valle Maira. La mia delusione è totale quando scopro che il trilite, che si affaccia come un tempo sul vecchio percorso che dal fondo valle raggiungeva Elva, è sconosciuto quasi a tutti. Ignorato totalmente. Chi lo memorizza, al più, segnala di averlo sempre visto, di non averci mai fatto caso più di tanto, di averlo immaginato come un qualcosa che il destino ha assegnato a quel luogo, senza troppe giustificazioni.Il Maira richiamo ancestrale alla nostra esistenza
Mentre pranzo e mi interrogo della questione, un po’ deluso, ripercorro il mio trascorso nella valle. Per noi saviglianesi il Maira è un richiamo ancestrale alla nostra esistenza ed un grande padre che ci ha accompagnato, con le sue acque un tempo chiarissime, durante la nostra gioventù consentendoci di sguazzare in esso senza ritegno in tutti i mesi estivi. Seguire il corso del fiume, da Savigliano a Vottignasco, poi a Villafalletto, Busca, Dronero e, su, su, in vallata, sino alle sorgenti, è cosa ancor oggi del tutto normale. Metto pertanto qua e là delle bandierine dove in vallata negli anni ho posato le mie membra, immaginando la conquista di luoghi e spazi che il tempo ha assegnato a me, ma che prima e dopo di me ha reso funzionali ad altri. A partire dalle amicizie di Chialvetta per arrivare agli anni della gioventù - quasi un decennio - passati nelle estati di Pratorotondo, ospiti, senza saperlo, dell’edificio ove ebbe i natali Matteo Olivero (del quale possiedo una bella tavola ad olio col ritratto, penso l’ultimo, della vecchia madre), insieme agli amici dell’oratorio di Savigliano impegnati in camminate forsennate ai laghi dei dintorni, quelli a ridosso delle Oronaye e sul confine italo-francese (ricordo a caso: Mugne, Apsoi, Visaisa, Orrenaye, Viraysse, Reculaye, i tre Roburent e forse altri), e soprattutto artefici del collocamento di più d’una croce – esistenti ancora oggi – in cima a vette minori. Particolarmente vivido il ricordo di una ragazza, certa Mattalia, allieva dei miei primi anni di insegnamento al liceo di Cuneo, più o meno mezzo secolo fa, che ho sempre ammirato per la costanza, il coraggio e la forza d’animo nel raggiungere ogni giorno il capoluogo di provincia, per studiare, partendo e ritornando al suo paese di residenza. E poi i miei interventi sulla «Gazzetta del Popolo» relativi ai beni artistici della vallata, in particolare il ritorno dell’affresco di Stroppo, strappato da una facciata, o i testi sul Maestro d’Elva (così continuo a chiamarlo), scritti dopo lunghe discussioni con il mio insegnante, poi collega, Mario Perotti. O, per passare a qualcosa di diverso, alle avventurose e coinvolgenti avventure politiche verdi-occitane degli anni Settanta combattute, tra l’altro, insieme a Domenico Porro di Dronero. Nei tempi più recenti, infine, vista la mia propensione ormai consolidata ad occuparmi quasi a tempo pieno del caso Sacco e Vanzetti, l’occasione per ripercorrere le strade dei vecchi pelassiers di Elva mi viene offerta da Giovanpietro Isaia, un grande amico di Tumlin Vanzetti, che incontra a New York e che con lui e la moglie Elvira tiene una più o meno fitta corrispondenza soprattutto negli anni del carcere. Ebbene, Isaia, Prot per gli amici, con tutta la sua famiglia è originario di borgata Ugo ed è da considerarsi uno dei più spregiudicati caviè della valle Maira e d’Italia, un globetrotter coi fiocchi, capace di acquisire le più belle trecce e capigliature del mondo per trasformarle in parrucche – magari anche di colore grigio – e di affrontare i continenti come imprenditore ed aprire sedi a New York, a Parigi e a Londra (ancor oggi funzionante). Nel 1958, quando Vincenzina Vanzetti fonda il Comitato per la riabilitazione di Sacco e Vanzetti, lui, dalla capitale britannica, è il primo ad aderirvi inviando un suo messaggio di sostegno.Ricordando Doro e Livio Mano
Ma tornando al trilite sul sentiero che sale verso il colle di Sampeyre. Concluso il pranzo non mi trattengo dal tornare immediatamente sui miei passi per verificare aspetti che ho in precedenza trascurato. Mentre salgo mi tornano in mente le lezioni di due vecchi amici, Augusto Doro e Livio Mano, preziosi quanto indispensabili. Il primo, Doro, era persona squisita e a lui si dovevano le scoperte dei due capitelli murati nella vecchia facciata dell’Hotel Londra ad Acceglio. Un giorno di oltre quarant’anni fa, a casa mia, di fronte ad una maschera in pietra, probabile bocca di fontana, Doro mi fornì i primi e sintetici rudimenti per la ricerca dell’archeologia di superficie e territorio: mi spiegò come, anche senza scavare, ma soltanto osservando lo stato di fatto dei siti, era possibile individuare elementi vecchi di una vita, rimasti tali per millenni senza che alcuno li scoprisse o li modificasse. Allo stesso modo Mano, amico sin dai tempi del liceo, mi introdusse alla conoscenza di alcune particolarità quando gli raccontai della scoperta di un quadrupede dipinto sul soffitto di una grotta, fatta insieme ai miei due figli un bel po’ di anni fa in un sito preistorico, a Saint-Pierre-des-Tripiers, nella Causse Méjean francese.Il grande masso, quasi una porta
Mi riprometto, strada facendo, di osservare pertanto ogni particolare della scoperta del mattino. Non è distante dalle abitazioni. Un aspetto salta subito agli occhi. Sul sentiero in salita, alcune centinaia di metri precedenti la presunta tomba dei giganti, un grande masso squadrato, crollato chissà quando dalla montagna sosta obliquamente sulla destra, proiettandosi con la sua superficie e la sua ombra sopra il percorso. Incute un po’ di timore. Sembra quasi un segnale, una porta, un richiamo di confine. In prossimità del masso – aspetto anch’esso ignorato durante l’osservazione del mattino –, sul lato sinistro del sentiero, quello che volge a valle e si affaccia su un docile pendio che va a perdersi sul fondo di un modesto canalone, alcune pietre piatte, di dimensioni non indifferenti, sono conficcate verticalmente nel terreno l’una dopo l’altra, in fila, quasi ad indicare il limite di un itinerario obbligato entro il quale camminare. Sono lisce e sembrano arrotondate nella parte superiore. Non sono continue: in taluni casi le radici degli alberi le hanno divelte ed in altri sono state scalzate da piccole frane e fatte scivolare lungo il pendio. Si intuisce che proseguono per alcune decine di metri. Seguitando nel percorso ricompaiono dopo non molto, tornano ad interrompersi per riprendere, mostrando, se il caso, che la loro presenza non è casuale e che qualche mano umana, dopo averle scelte, probabilmente lavorate ed arrotondate, le ha collocate lungo tutto il sentiero badando bene a segnare con esse un percorso che, se non proprio monumentale, doveva comunque apparire riconoscibile e rilevante. Dalla presenza del masso al manufatto osservato in mattinata, che è al fondo di un rettilineo che esalta l’effetto cannocchiale, corrono più o meno trecento metri, tutti rigorosamente segnalati – con le mancanze già citate – dalla presenza delle pietre verticali affiancate. La presunta tomba dei giganti, successivamente, rivista con il senno di poi, acquista un significato ancor più emblematico. Il trilite che ne compone la facciata è molto elegante. I due piedritti verticali, bene elaborati e squadrati (nei secoli passati qualcuno ne ha ridotto lo spigolo per applicarvi una portina), sorreggono un duplice architrave, formato da altrettanti massi sovrapposti, il primo dei quali, più sottile, contribuisce a rendere stabile la struttura ed il secondo ad assicurarne la tenuta. La parte superiore è caratterizzata da un imponente muro a secco, al pari della parete laterale sinistra, che consolida l’intera struttura contribuendo a monumentalizzare l’insieme. L’accesso è verticale e le pareti interne – purtroppo parzialmente crollate – si caratterizzano per un volume ortogonale ottenuto dalla sistemazione di pietre a secco, di forma squadrata. Le dimensioni globali sono leggermente più grandi di quelle di un loculo cimiteriale, con l’altezza più o meno raddoppiata e la profondità decisamente più allungata. Per dirla in breve, sembra esattamente lo spazio destinato ad ospitare un cadavere di notevoli dimensioni. Mi sento soddisfatto, perché la conferma pomeridiana aggiunge molto a quanto osservato in mattinata. Scatto altre foto e faccio rientro.È lì da sempre, ma a cosa serviva?
Al Paschero richiamo gli amici per aggiornarli sulle nuove scoperte. Mi dicono che, nel frattempo, anche loro hanno interpellato altre persone e mi confermano che mai nessuno ha immaginato in quella cosa lì un elemento di rilievo. Mi segnalano che probabilmente era all’origine una sorgente (che nessuno ha però mai visto), che forse poteva servire per conservare burro e formaggi e che comunque l’ipotesi di una presenza preistorica non era mai stata presa in considerazione. Anche sull’allineamento delle pietre lungo il sentiero c’è stupore, perché da sempre ignorato. Si dice che possa essere stato realizzato per evitare, d’inverno, che il fondo innevato e ghiacciato avesse potuto deviare nel burrone - che però non c’è - le slitte con la legna. Fine della storia. È a questo punto che mi allargo un po’ ed interpello, mandandogli alcune fotografie, un amico studioso dei pitoti (le incisioni rupestri con figure umane) e della preistoria in Val Camonica. Si illumina immediatamente e, senza esitazione, mi comunica che non si tratta di un ritrovamento comune, che sicuramente è qualcosa di importante. Lo lascio dicendogli di fare lui stesso una visita per appurare de visu lo stato delle cose. Passa una decina di giorni e mi richiama precisandomi che sta effettuando un sopralluogo al Paschero. Ha già visto tutto, ha fotografato diversi particolari e sta preoccupandosi di fare alcune misurazioni. Mi spiega che il complesso è molto più interessante di quanto non immaginasse. Gli chiedo se è già riuscito ad individuare una datazione e mi risponde che l’arco temporale di realizzazione del manufatto è sicuramente ampio, tremila-quattromila anni o forse più. Mi assicura che scenderà a fare rilievi e misurazioni con la sua équipe della Val Camonica. E lo farà quanto prima. Poi mi informerà. Attendo lumi. ••••• C’è più nulla da aggiungere. Soltanto da sperare che il trilite del Paschero, con i suoi annessi e connessi, possa essere effettivamente qualcosa di antico ed importante, destinato a fornire ulteriori tratti identitari all’origine della valle Maira. Poi, delle due l’una: o si tratta di un originale che pur non cambiando la storia offrirà nuove chiavi di lettura territoriali, oppure è l’opera di uno spregiudicato mattacchione che due o forse più secoli fa, scimmiottando i costruttori preistorici, si è divertito a mettere in piedi l’intera messinscena per prendere in giro chi, curioso come me e più sprovveduto di altri, ha pensato di trovarsi di fronte a qualcosa di eccezionale, senza che questo potesse effettivamente esserlo.