cultura
Le recinzioni delle terre comuni e la nascita del capitalismo
23 giugno 2024
Cuneo
Le “enclosures”, le recinzioni delle terre comuni e dei campi indivisi da parte della nobiltà terriera inglese sono state un passaggio importante nella nascita del capitalismo anglosassone. Le prime enclosures risalgono al XIV secolo, ma la pratica si è diffusa in Inghilterra e nel resto d’Europa nei secoli successivi. Le esigenze alle quali rispondevano le recinzioni erano legate allo sfruttamento agricolo intensivo indirizzato al mercato e determinarono la cancellazione dei diritti acquisiti nel tempo da parte delle comunità locali; vennero meno il diritto di pascolo o di legnatico, oppure di spigolatura, cioè di raccolta di spighe di grano disperse nei campi dopo la raccolta in covoni.
Secondo gli storici, nel diciottesimo e del diciannovesimo secolo, le recinzioni contribuirono in modo significativo all’esodo verso i centri urbani di parte della popolazione che viveva nelle campagne. Le fasce più deboli della popolazione rurale, costrette a trasferirsi nelle città alla ricerca del necessario per sopravvivere, divennero i serbatoi dai quali attingevano a piene mani i nuovi processi produttivi industriali, alla ricerca di manodopera a basso costo, per alimentare la spinta della prima rivoluzione industriale. L’esplosione dell’economia liberista e del capitalismo anglosassone nascono, dunque, da queste recinzioni praticate, in non pochi casi, con l’inganno o con la violenza. Nella teoria economica classica, questa prassi, in sé illecita, è stata legittimata dal principio della accumulazione di capitale, cioè dalla necessità di garantire la possibilità di investire la quota maggiore possibile di risorse disponibili nel processo produttivo. In parole povere, maggiore era la quota di risorse in mano agli imprenditori capitalisti, maggiori sarebbero state le possibilità di espansione del sistema.
Si tratta di una lettura che è da valutare con le attenuanti che ogni giudizio ex post dovrebbe concedere. Detto questo, è altrettanto vero che non è possibile essere indulgenti nei confronti dello sfruttamento brutale della manodopera, anche infantile, oppure rispetto alle devastazioni ambientali che, da subito, si ebbero e, più in generale con una cultura che ha ridotto le persone a strumenti di crescita economica, intesa nel senso di profitto a vantaggio di pochi o pochissimi. Purtroppo, le interessantissime esperienze di condivisione o di economie di mercato rispettose della comunità, cresciute anche grazie ad alcuni ordini religiosi medievali, non ebbero la forza di contrapporsi, neppure sul piano dialettico, alla nascente industria britannica (prima) e statunitense (poi).
Ovviamente, non sarebbe corretto disconoscere i meriti dello sviluppo industriale e del progresso tecnologico. L’Europa, il Nord America e, in un secondo momento, anche altre zone del mondo, hanno conosciuto una crescita economica e un benessere diffusi che mai si erano visti nella storia dell’umanità. In alcune zone del mondo, il tenore di vita di fasce di popolazione sempre più vaste è aumentato notevolmente, così come sono migliorate l’istruzione, le condizioni igieniche e i servizi sanitari.
Per quanto semplicistico possa apparire, tuttavia, non si può trascurare la sequenza degli eventi che hanno determinato anche storture così significative, a partire da dinamiche appropriative (come le enclosures) a vantaggio di pochi e ai danni della collettività. Questo aspetto conserva profili di attualità. Quando si pensa all’intelligenza artificiale, all’economia del digitale, al potere che deriva dal possesso e dalla capacità di analizzare i dati, bisognerebbe, infatti, chiedersi se e in che misura chi detiene le conoscenze e i capitali per organizzare queste attività lo stia facendo a proprio esclusivo beneficio oppure includendo e promuovendo autentico sviluppo per tutti.
A livello normativo, le più recenti disposizioni europee, in questi campi, riservano grande attenzione all’elaborazione di archivi, processi e programmi liberamente accessibili senza costi. Si tratta di un passaggio culturale, prima ancora che economico e giuridico, molto importante. Tra le sfide che ci attendono, probabilmente, c’è proprio quella, da un lato, di proteggere l’accessibilità pubblica a queste risorse e, dall’altro lato, di promuovere la consapevolezza collettiva di quanto sia necessario sfruttarne le potenzialità, per evitare che l’inconsapevolezza o l’inerzia inneschino dinamiche di auto-esclusione.
Si è capito da tempo che lo sviluppo è autentico solo se è per tutti ma, proprio per questo motivo, ciascuno deve fare la propria parte.