cuneo
Da alcuni anni la chiesa del Sacro Cuore è oggetto di grandi interventi di restauro: il grande organo Vegezzi Bossi, il rifacimento interno che ne ha modificato profondamente l’aspetto, la costruzione delle nuove opere parrocchiali là dove esisteva la casa delle suore Ostiarie, l’impianto di illuminazione e da ultimo il restauro del campanile.
È proprio di questi giorni la notizia che nel prossimo mese di giugno si porrà mano alla pulitura e restauro della facciata la cui realizzazione presenta un interessante iter per la storia dell’intera città.
La costruzione della chiesa non era ancora iniziata quando il 7 febbraio 1893 il comitato per la fabbriceria deliberava che l’edificio fosse costruito in modo che la facciata potesse “ridursi a porticato”. L’articolo 154 del Regolamento comunale d’Ornato prescriveva infatti i portici sui due lati della allora via di Nizza. Tre giorni dopo era presentata al sindaco una planimetria in cui la chiesa presentava una lunghezza di 58 metri e 18 di larghezza. La navata centrale avrebbe avuto, a partire dal presbiterio, quattro crociere, nell’ultima delle quali erano conglobati i portici con, nella parte superiore, la tribuna per “l’orchestra” (l’organo). Il progetto era stato redatto dall’ingegnere Carlo Ponzo, capo ufficio d’arte (oggi Ufficio Tecnico) del Comune, che si era messo gratuitamente a disposizione per seguire i lavori di costruzione.
Il 20 marzo però dal Consiglio Comunale arrivava una sorpresa che avrebbe condizionato l’intera storia della facciata: con 14 voti contro 10 passava una delibera che limitava l’obbligo dei portici all’attuale corso Dante, circa cento metri prima della nuova chiesa. Alcuni consiglieri impugnarono la delibera, ricorsero al prefetto che la sospese in attesa di una revisione, ma la maggioranza del Consiglio il 26 maggio riconfermava la decisione precedente. La fisionomia della città sarebbe stata dunque in forza di quella delibera ben diversa dall’attuale ed i cuneesi non avrebbero potuto godere dei tanti chilometri di passeggio al riparo dalla pioggia o dai raggi del sole estivo se le cose fossero andate in quel modo.
Anche il progetto per la chiesa del Sacro Cuore fu perciò necessariamente rivisto: la facciata fu arretrata prevedendo un sagrato e limitando la lunghezza dell’edificio a 51 metri con una soluzione che dovette soddisfare anche il parroco don Peano.
La realizzazione del progetto non era però destinata ad avere un percorso lineare. Alla fine del 1899 i disegni rivisti erano presentati al Comune che il 20 marzo 1900 li approvava. Ed ecco un nuovo intoppo: i finanziamenti erano stati completamente prosciugati dal campanile la cui costruzione era stata anteposta alla facciata perché, così sperava il parroco, la sua visibilità e l’incompiutezza del restante edificio avrebbero spinto i parrocchiani a sciogliere i cordoni della borsa.
Passò così l’intero decennio giolittiano e sul bollettino del marzo 1913 don Peano scriveva che superiori e concittadini chiedevano che si desse compimento alla costruzione, ma i debiti c’erano, segno che i cordoni della borsa non erano stati del tutto sciolti.
La soluzione sembrò ad una certo punto e inaspettatamente essere a portata di mano. Un giorno “nella luce incerta dell’Ave Maria in casa canonica si presentò un caro amico d’altri giorni”; era monsignor Gian Luigi Bargia, canonico della cattedrale di Como, amico da tempo di don Peano, che veniva ad offrire la notevole somma di 20.000 lire per il compimento della chiesa. Poneva una sola condizione: restare nel più assoluto anonimato ed il parroco mantenne il segreto per circa dieci anni.
Non era solo un buon inizio, era anche un incitamento. Se tutto fosse andato liscio la facciata sarebbe stata completata entro il 1914. Naturalmente il denaro non era sufficiente perciò il parroco chiedeva apertamente altre offerte. Chi avesse contribuito con qualsiasi somma avrebbe avuto il nome scritto sul “Gran Libro” dei benefattori della chiesa; con 100 lire il nome sarebbe stato inciso nel marmo sul retro dell’altare maggiore, con 500 sarebbe stato posto in bella vista sulla lapide tutt’ora presente all’ingresso principale della chiesa.
La speranza e l’entusiasmo crescevano tanto che sul bollettino parrocchiale comparvero queste righe: “La chiesa è greggia non solo nella sua fronte principale, ma tutto intorno e non saremo noi che tollereremo la stonatura di sistemarla soltanto da un lato, sia pure il più bello”. I sogni sembravano prendere forma: l’intonaco avrebbe ricoperto interamente i fianchi dell’edificio, l’interno doveva essere tinteggiato ed il pavimento rifatto perché presentava “gobbe un po’ dappertutto”. I lavori furono affidati agli ingegneri Caviglia e Toselli che da bravi pragmatici vollero prima di tutto valutarne il costo: circa 35.000 lire.
L’inizio della primavera portò una nuova doccia fredda. Il 19 marzo 1913 il sindaco comunicava che la Giunta non avrebbe concesso l’approvazione se la facciata non avesse previsto la continuazione dei portici. La motivazione: la delibera del 1893 non aveva tenuto conto del futuro sviluppo della città in quella direzione. Si chiedeva pertanto un nuovo progetto. Don Peano nettamente rifiutò. Fu interessato il Prefetto e persino Giolitti allora Presidente del Consiglio. A luglio il Consiglio Comunale concedeva l’avvio dei lavori “restando impregiudicati i diritti del Comune, relativamente all’obbligo dei portici”.
La concessione era chiara ed i giornali del tempo la colsero al volo. Il 28 luglio il Corriere Subalpino scriveva “don Peano è autorizzato a compiere i lavori di finitura della chiesa del Sacro Cuore a tutto suo rischio e pericolo”. Con un preventivo lievitato fino a circa 40.000 lire il Comune in futuro avrebbe potuto richiedere l’abbattimento della facciata e il prolungamento dei portici.
A febbraio del 1914 la Giunta nuovamente deliberava di proporre al Consiglio la rinuncia ai portici e monsignor Bargia come incoraggiamento aumentava la sua offerta di 5.000 lire. Tutto sembrava rimettersi in moto, ma l’11 aprile l’assessore ai lavori pubblici in una seduta del Consiglio, in cui era all’ordine del giorno proprio il problema facciata, comunicava di non poter relazionare sul caso perché il sindaco aveva avocato a sé la questione. Di nuovo tutto s’impantanava.
Era successo che il cuneese geometra Antonino aveva redatto un progetto che inglobava i portici, progetto che era dal sindaco ritenuto accettabile. Don Peano ritirò la domanda dei lavori. Poco più di un mese dopo l’Italia entrava in guerra.
Il 4 novembre del ‘18 finalmente la guerra finì, ma la miseria, il rincaro delle materie prime e l’instabilità sociale si prolungarono negli anni seguenti. Della facciata del Sacro Cuore il parroco tornò a parlare solo nel 1920 quando un giorno conversando con la superiora delle suore in servizio nell’ospizio dei Poveri Vecchi (oggi Casa Famiglia in corso Dante) espresse le sue preoccupazioni e i dubbi nell’intraprendere o meno l’impresa. La suora, con una fede sincera quanto semplice, consegnava al prete una piccola statua di San Giuseppe accompagnandola con il consiglio di nasconderla nel muro della chiesa e di affidare ogni cosa alla preghiera. Don Peano la murò sulla facciata grezza, a sinistra per chi entrava in chiesa, e con un punteruolo incise la preghiera “San Giuseppe pregate per noi”. Il bollettino parrocchiale concludeva il breve pezzo “e la grazia non si fece attendere” senza aggiungere altro.
Il numero successivo riferiva che il Comune concedeva l’autorizzazione ad iniziare i lavori secondo il progetto originario dell’ingegner Ponzo, ma senza i portici. Cominciarono anche ad arrivare le offerte; tra queste persino 500 lire dalla Giunta Comunale e 100 dal sindaco Luigi Fresia.
A luglio del 1921 la costruzione procedeva sotto la direzione dell’ingegner Angelo Caviglia che contava di terminare i lavori entro l’anno, fatta eccezione per il tempietto sopra l’ingresso principale ed il portale che avrebbe dovuto essere in marmo.
Nuovamente le previsioni furono smentite ed i lavori si arenarono in autunno per il lievitare eccessivo dei costi che rispetto al periodo anteguerra erano saliti del 560 %. Proseguirono con alterne interruzioni per altri quattro anni finché finalmente a ottobre del 1925 la facciata era terminata almeno nelle sue parti essenziali. Mancavano la sistemazione del sagrato come richiesto dal Comune, il busto del Sacro Cuore in alto rilievo nel timpano del portale e tre statue da collocarsi nel tempietto sopra il portale.
A luglio del ‘26 era collocato il busto in altorilievo scelto fra vari disegni presentati. L’opera, che riproduce una scultura presente nella chiesa del Gesù di Roma, fu realizzata in marmo di Carrara dal parrocchiano Camilla Giovanni su disegno del bovesano Violino Ernesto.
Rimanevano in sospeso il sagrato e le tre statue per le quali si fecero molte ipotesi: Sant’Antonio, Santa Teresa del Bambino Gesù, Santa Maria Maddalena, Santa Bernadette Soubirous, Santo Spedito, oggi quasi sconosciuto, ma allora molto venerato come il santo delle grazie impossibili. Nessuno di questi fu posto a guardia sullo “stradone per Nizza” ancora una volta per i costi troppo elevati.
Le entrate complessive erano state di lire 85.812,55 ma le uscite ammontavano a 91.690,20. Per le tre statue erano state calcolate ancora poco più di 15.000 lire per cui la parrocchia si sarebbe sobbarcata un debito di quasi 22.000 lire. Questo nonostante i ponteggi in legno fossero stati messi a disposizione per 5 - 6 anni in forma pressoché gratuita dal signor Antonio Beltramo, che aveva segheria e magazzino di edilizia a San Rocco Castagnaretta, e altrettanto gratis avesse fornito il pavimento del pronao; che il parrocchiano Ferrero Toniet avesse costruito a prezzo di favore la parte più difficile della facciata. Anche il progetto di intonacare i fianchi della chiesa fu ridimensionato. Rimase finita, nella parte più bassa, solo la fiancata dell’allora via Silvio Pellico (oggi Monsignor Peano) e una piccola parte del lato prospiciente l’allora via Poveri Vecchi (oggi Monsignor Bologna).
La facciata porta ora i segni del tempo; i quasi cento anni le hanno messo addosso un colore grigio, lo stesso che aveva il campanile prima degli interventi di restauro e pulitura. Ripristinarla nella sua primitiva veste non è solo un impegno che riguarda la Chiesa locale. Il Sacro Cuore appartiene alla storia della città. Situata sul corso principale si impone al passeggio di cuneesi e turisti e non sono pochi coloro che si fermano a scattare una foto, che sono incuriositi dal suo stile eclettico. C’è da sperare che non si ripetano gli intoppi che ne hanno segnato la nascita, che la burocrazia sia benigna ed i finanziamenti arrivino tempestivi perché oggi come allora il lievitare dei prezzi è una triste realtà.
Progetto redatto nel 1917 dal geometra Antonino adattando la facciata ai portici (da: Sacro Cuore 100 anni in cammino)
Il tempietto che avrebbe dovuto ospitare le tre statue e sottostante il busto del Sacro Cuore
Il Sacro Cuore nel 1902 (da: Sacro Cuore 100 anni in cammino)
1924 corso Nizza: la facciata del Sacro Cuore (da: 50 anni in cartolina)
1903 (da: 50 anni in cartolina, citata da: Fariano)
Il Sacro Cuore, un secolo di storia della città
24 marzo 2024
Cuneo
Da alcuni anni la chiesa del Sacro Cuore è oggetto di grandi interventi di restauro: il grande organo Vegezzi Bossi, il rifacimento interno che ne ha modificato profondamente l’aspetto, la costruzione delle nuove opere parrocchiali là dove esisteva la casa delle suore Ostiarie, l’impianto di illuminazione e da ultimo il restauro del campanile.
È proprio di questi giorni la notizia che nel prossimo mese di giugno si porrà mano alla pulitura e restauro della facciata la cui realizzazione presenta un interessante iter per la storia dell’intera città.
La costruzione della chiesa non era ancora iniziata quando il 7 febbraio 1893 il comitato per la fabbriceria deliberava che l’edificio fosse costruito in modo che la facciata potesse “ridursi a porticato”. L’articolo 154 del Regolamento comunale d’Ornato prescriveva infatti i portici sui due lati della allora via di Nizza. Tre giorni dopo era presentata al sindaco una planimetria in cui la chiesa presentava una lunghezza di 58 metri e 18 di larghezza. La navata centrale avrebbe avuto, a partire dal presbiterio, quattro crociere, nell’ultima delle quali erano conglobati i portici con, nella parte superiore, la tribuna per “l’orchestra” (l’organo). Il progetto era stato redatto dall’ingegnere Carlo Ponzo, capo ufficio d’arte (oggi Ufficio Tecnico) del Comune, che si era messo gratuitamente a disposizione per seguire i lavori di costruzione.
Il 20 marzo però dal Consiglio Comunale arrivava una sorpresa che avrebbe condizionato l’intera storia della facciata: con 14 voti contro 10 passava una delibera che limitava l’obbligo dei portici all’attuale corso Dante, circa cento metri prima della nuova chiesa. Alcuni consiglieri impugnarono la delibera, ricorsero al prefetto che la sospese in attesa di una revisione, ma la maggioranza del Consiglio il 26 maggio riconfermava la decisione precedente. La fisionomia della città sarebbe stata dunque in forza di quella delibera ben diversa dall’attuale ed i cuneesi non avrebbero potuto godere dei tanti chilometri di passeggio al riparo dalla pioggia o dai raggi del sole estivo se le cose fossero andate in quel modo.
Anche il progetto per la chiesa del Sacro Cuore fu perciò necessariamente rivisto: la facciata fu arretrata prevedendo un sagrato e limitando la lunghezza dell’edificio a 51 metri con una soluzione che dovette soddisfare anche il parroco don Peano.
La realizzazione del progetto non era però destinata ad avere un percorso lineare. Alla fine del 1899 i disegni rivisti erano presentati al Comune che il 20 marzo 1900 li approvava. Ed ecco un nuovo intoppo: i finanziamenti erano stati completamente prosciugati dal campanile la cui costruzione era stata anteposta alla facciata perché, così sperava il parroco, la sua visibilità e l’incompiutezza del restante edificio avrebbero spinto i parrocchiani a sciogliere i cordoni della borsa.
Passò così l’intero decennio giolittiano e sul bollettino del marzo 1913 don Peano scriveva che superiori e concittadini chiedevano che si desse compimento alla costruzione, ma i debiti c’erano, segno che i cordoni della borsa non erano stati del tutto sciolti.
La soluzione sembrò ad una certo punto e inaspettatamente essere a portata di mano. Un giorno “nella luce incerta dell’Ave Maria in casa canonica si presentò un caro amico d’altri giorni”; era monsignor Gian Luigi Bargia, canonico della cattedrale di Como, amico da tempo di don Peano, che veniva ad offrire la notevole somma di 20.000 lire per il compimento della chiesa. Poneva una sola condizione: restare nel più assoluto anonimato ed il parroco mantenne il segreto per circa dieci anni.
Non era solo un buon inizio, era anche un incitamento. Se tutto fosse andato liscio la facciata sarebbe stata completata entro il 1914. Naturalmente il denaro non era sufficiente perciò il parroco chiedeva apertamente altre offerte. Chi avesse contribuito con qualsiasi somma avrebbe avuto il nome scritto sul “Gran Libro” dei benefattori della chiesa; con 100 lire il nome sarebbe stato inciso nel marmo sul retro dell’altare maggiore, con 500 sarebbe stato posto in bella vista sulla lapide tutt’ora presente all’ingresso principale della chiesa.
La speranza e l’entusiasmo crescevano tanto che sul bollettino parrocchiale comparvero queste righe: “La chiesa è greggia non solo nella sua fronte principale, ma tutto intorno e non saremo noi che tollereremo la stonatura di sistemarla soltanto da un lato, sia pure il più bello”. I sogni sembravano prendere forma: l’intonaco avrebbe ricoperto interamente i fianchi dell’edificio, l’interno doveva essere tinteggiato ed il pavimento rifatto perché presentava “gobbe un po’ dappertutto”. I lavori furono affidati agli ingegneri Caviglia e Toselli che da bravi pragmatici vollero prima di tutto valutarne il costo: circa 35.000 lire.
L’inizio della primavera portò una nuova doccia fredda. Il 19 marzo 1913 il sindaco comunicava che la Giunta non avrebbe concesso l’approvazione se la facciata non avesse previsto la continuazione dei portici. La motivazione: la delibera del 1893 non aveva tenuto conto del futuro sviluppo della città in quella direzione. Si chiedeva pertanto un nuovo progetto. Don Peano nettamente rifiutò. Fu interessato il Prefetto e persino Giolitti allora Presidente del Consiglio. A luglio il Consiglio Comunale concedeva l’avvio dei lavori “restando impregiudicati i diritti del Comune, relativamente all’obbligo dei portici”.
La concessione era chiara ed i giornali del tempo la colsero al volo. Il 28 luglio il Corriere Subalpino scriveva “don Peano è autorizzato a compiere i lavori di finitura della chiesa del Sacro Cuore a tutto suo rischio e pericolo”. Con un preventivo lievitato fino a circa 40.000 lire il Comune in futuro avrebbe potuto richiedere l’abbattimento della facciata e il prolungamento dei portici.
A febbraio del 1914 la Giunta nuovamente deliberava di proporre al Consiglio la rinuncia ai portici e monsignor Bargia come incoraggiamento aumentava la sua offerta di 5.000 lire. Tutto sembrava rimettersi in moto, ma l’11 aprile l’assessore ai lavori pubblici in una seduta del Consiglio, in cui era all’ordine del giorno proprio il problema facciata, comunicava di non poter relazionare sul caso perché il sindaco aveva avocato a sé la questione. Di nuovo tutto s’impantanava.
Era successo che il cuneese geometra Antonino aveva redatto un progetto che inglobava i portici, progetto che era dal sindaco ritenuto accettabile. Don Peano ritirò la domanda dei lavori. Poco più di un mese dopo l’Italia entrava in guerra.
Il 4 novembre del ‘18 finalmente la guerra finì, ma la miseria, il rincaro delle materie prime e l’instabilità sociale si prolungarono negli anni seguenti. Della facciata del Sacro Cuore il parroco tornò a parlare solo nel 1920 quando un giorno conversando con la superiora delle suore in servizio nell’ospizio dei Poveri Vecchi (oggi Casa Famiglia in corso Dante) espresse le sue preoccupazioni e i dubbi nell’intraprendere o meno l’impresa. La suora, con una fede sincera quanto semplice, consegnava al prete una piccola statua di San Giuseppe accompagnandola con il consiglio di nasconderla nel muro della chiesa e di affidare ogni cosa alla preghiera. Don Peano la murò sulla facciata grezza, a sinistra per chi entrava in chiesa, e con un punteruolo incise la preghiera “San Giuseppe pregate per noi”. Il bollettino parrocchiale concludeva il breve pezzo “e la grazia non si fece attendere” senza aggiungere altro.
Il numero successivo riferiva che il Comune concedeva l’autorizzazione ad iniziare i lavori secondo il progetto originario dell’ingegner Ponzo, ma senza i portici. Cominciarono anche ad arrivare le offerte; tra queste persino 500 lire dalla Giunta Comunale e 100 dal sindaco Luigi Fresia.
A luglio del 1921 la costruzione procedeva sotto la direzione dell’ingegner Angelo Caviglia che contava di terminare i lavori entro l’anno, fatta eccezione per il tempietto sopra l’ingresso principale ed il portale che avrebbe dovuto essere in marmo.
Nuovamente le previsioni furono smentite ed i lavori si arenarono in autunno per il lievitare eccessivo dei costi che rispetto al periodo anteguerra erano saliti del 560 %. Proseguirono con alterne interruzioni per altri quattro anni finché finalmente a ottobre del 1925 la facciata era terminata almeno nelle sue parti essenziali. Mancavano la sistemazione del sagrato come richiesto dal Comune, il busto del Sacro Cuore in alto rilievo nel timpano del portale e tre statue da collocarsi nel tempietto sopra il portale.
A luglio del ‘26 era collocato il busto in altorilievo scelto fra vari disegni presentati. L’opera, che riproduce una scultura presente nella chiesa del Gesù di Roma, fu realizzata in marmo di Carrara dal parrocchiano Camilla Giovanni su disegno del bovesano Violino Ernesto.
Rimanevano in sospeso il sagrato e le tre statue per le quali si fecero molte ipotesi: Sant’Antonio, Santa Teresa del Bambino Gesù, Santa Maria Maddalena, Santa Bernadette Soubirous, Santo Spedito, oggi quasi sconosciuto, ma allora molto venerato come il santo delle grazie impossibili. Nessuno di questi fu posto a guardia sullo “stradone per Nizza” ancora una volta per i costi troppo elevati.
Le entrate complessive erano state di lire 85.812,55 ma le uscite ammontavano a 91.690,20. Per le tre statue erano state calcolate ancora poco più di 15.000 lire per cui la parrocchia si sarebbe sobbarcata un debito di quasi 22.000 lire. Questo nonostante i ponteggi in legno fossero stati messi a disposizione per 5 - 6 anni in forma pressoché gratuita dal signor Antonio Beltramo, che aveva segheria e magazzino di edilizia a San Rocco Castagnaretta, e altrettanto gratis avesse fornito il pavimento del pronao; che il parrocchiano Ferrero Toniet avesse costruito a prezzo di favore la parte più difficile della facciata. Anche il progetto di intonacare i fianchi della chiesa fu ridimensionato. Rimase finita, nella parte più bassa, solo la fiancata dell’allora via Silvio Pellico (oggi Monsignor Peano) e una piccola parte del lato prospiciente l’allora via Poveri Vecchi (oggi Monsignor Bologna).
La facciata porta ora i segni del tempo; i quasi cento anni le hanno messo addosso un colore grigio, lo stesso che aveva il campanile prima degli interventi di restauro e pulitura. Ripristinarla nella sua primitiva veste non è solo un impegno che riguarda la Chiesa locale. Il Sacro Cuore appartiene alla storia della città. Situata sul corso principale si impone al passeggio di cuneesi e turisti e non sono pochi coloro che si fermano a scattare una foto, che sono incuriositi dal suo stile eclettico. C’è da sperare che non si ripetano gli intoppi che ne hanno segnato la nascita, che la burocrazia sia benigna ed i finanziamenti arrivino tempestivi perché oggi come allora il lievitare dei prezzi è una triste realtà.
Progetto redatto nel 1917 dal geometra Antonino adattando la facciata ai portici (da: Sacro Cuore 100 anni in cammino)
Il tempietto che avrebbe dovuto ospitare le tre statue e sottostante il busto del Sacro Cuore
Il Sacro Cuore nel 1902 (da: Sacro Cuore 100 anni in cammino)
1924 corso Nizza: la facciata del Sacro Cuore (da: 50 anni in cartolina)
1903 (da: 50 anni in cartolina, citata da: Fariano)