
Nei giorni scorsi è tornata a vivere una storia di ottant’anni fa, con un riconoscimento che rimane nel tempo: mercoledì 6 marzo nella “Giornata dei Giusti dell’Umanità”, a Milano al “Giardino dei giusti di tutto il mondo”, con una pergamena e la segnalazione è stato reso omaggio alla memoria di Caterina Giordano, che durante le deportazioni nascose a Beguda una famiglia di ebrei di origine polacca. E finse anche una gravidanza, per poi rendere credibile la presenza di una neonata.
La vicenda si snoda tra il 1943 e il 1944 quando, dall’autunno all’anno successivo, Caterina Giordano (moglie di Nicolao Landra, minatore, e madre di Anna, Eugenia e Alda) nascose in casa propria alcune persone ebree di origine polacca. Si trattava di Vigdor Korn, nato il 22 novembre 1910 in una zona dell’Impero Austro-Ungarico che oggi è Ucraina; era commerciante di stoffe migrato in Belgio e poi nella Francia meridionale, giunse nel 1943 in valle Gesso da Saint Martin Vésubie (rifugio sicuro per gli ebrei, fino all’armistizio dell’8 settembre) con la moglie Jenta Lenjower, oltre a suocera, due cognati e un nipote.
Caterina Giordano non si era tirata indietro alla richiesta di don Raimondo Viale, parroco di Borgo San Dalmazzo che negli anni Trenta fu protagonista di forti scontri con le autorità fasciste locali e fu anche mandato al confino, per poi impegnarsi con forza sia nel condannare la guerra sia nell’aiutare gli ebrei durante l’Olocauso: per questo nel 2000 il suo nome è stato scritto tra quelli dei “Giusti tra le nazioni” al memoriale Yad Vashem a Gerusalemme.
Caterina gestiva, nella frazione borgarina di Beguda, un “commestibile”, come venivano chiamati in quel periodo i negozi di generi alimentari. E proprio in quel punto vendita venivano a rifornirsi anche fascisti e nazisti, militari italiani e tedeschi: il pericolo di essere scoperta era decisamente forte, ma ancora di più lo erano il carattere e il coraggio di questa donna. Che anzi, proprio per esporre il meno possibile a rischi la famiglia ospitata, finse di essere incinta in quei mesi: il 24 febbraio 1944, infatti, in quella casa Jenta diede alla luce una bambina, Frimeta Amalia Maria Gabriella, soprannominata “Malka”. I pianti della neonata, nel periodo successivo, non avrebbero così destato sospetti tra i clienti del negozio, nemmeno tra i nazifascisti.
Il pericolo era concreto e pesante: nella struttura borgarina del “Memo4345”, infatti, è ancora ben visibile un manifesto di ordini a firma del capitano Müller, comandante delle SS del “Comando germanico di Borgo San Dalmazzo” che imponeva entro le 18 del 18 settembre 1943 “a tutti gli stranieri che si trovano nel territorio di Borgo San Dalmazzo e dei Comuni vicini” di presentarsi alla caserma degli Alpini.
“Trascorso tale termine tutti gli stranieri che non si saranno presentati verranno immediatamente fucilati”. E nelle due righe successive, quella che suonava come una condanna già scritta per chi avrebbe avuto il coraggio di Caterina: “La stessa pena toccherà a coloro nella cui abitazione detti stranieri verranno trovati”.
Una gioia immensa, quella nascita a inizio 1944, per la famiglia Korn. Purtroppo, poche ore dopo, un lutto altrettanto profondo: il padre della bambina, Vigdor, era tenuto nascosto dai partigiani, ma quando seppe della nascita non poté resistere. E così di notte lasciò il nascondiglio: quella fu la sua ultima fuga, perché venne catturato e ucciso da una pattuglia di repubblichini, a qualche centinaio di metri appena dalla casa di Caterina Giordano.
Quell’episodio non venne raccontato alla neomamma (che con la figlia fu trasferita anche in una malga), le fu detto che il marito era passato con i partigiani in un’altra valle, e così lei mantenne viva la speranza di rivederlo.
La famiglia, pur senza il padre, riuscì a sopravvivere alla Shoah. Fino alla Liberazione, quando poi le fu rivelato come andarono veramente le cose; questa parte toccò a Enzo Cavaglion, che era riferimento della comunità ebraica cuneese.
Jenta e “Malka” si trasferirono poi negli Stati Uniti, a New York, come alla ricerca di un nuovo destino che aiuti a dimenticare.
A inizio degli anni Duemila “Malka” Korn, quando scoprì casualmente una storia del tutto simile alla sua, tramite la comunità ebraica della Grande Mela riuscì a risalire alla sua levatrice Anna Galleano, ancora vivente, e a una delle figlie di Caterina Giordano, Anna Landra (che nel cuore della notte della nascita era andata a chiamare la levatrice e fu fermata tra Beguda e Borgo a un posto di blocco). “Malka” raggiunse Borgo San Dalmazzo e incontrò le due donne, per rivivere un pezzo della propria vita con chi la salvò. Epilogo intenso di una storia di altri tempi, a suo modo unica tra tante storie di tragedie causate dalla follia ideologica e razzista.
Caterina Giordano è deceduta nel 1960, poco più che sessantenne, ma il suo ricordo è ancora vivo nei familiari, in particolare nella nipote Viviana Giuliano (figlia di Alda), che il 6 marzo ha ricevuto a Milano il riconoscimento alla memoria dedicato alla nonna e che la ricorda così: “Una donna umile ma determinata, il cui ricordo vive in me, sempre, e in modo particolare nella triste ricorrenza della Giornata della Memoria. La mia speranza è che in qualche modo a mia nonna siano riconosciuti il coraggio e l’altruismo che lei dimostrò per aiutare i più deboli, virtù sempre più rare di questi tempi”.

Vigdor Korn - Caterina Giordano

Caterina Giordano