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Titino Giubergia, ’d Tranta: catturato dai Tedeschi e internato, creduto morto, ma tornato a Boves

24 dicembre 2023

Cuneo

Titino Giubergia Titino Giubergia  “….Dunque coraggio, i vostri saranno presto a casa”. Con queste parole si conclude l’ultima lettera datata 16 giugno 1945 inviata alla famiglia dal bovesano Giovanni Battista Giubergia (Titino ‘d Tranta), internato militare in Germania nel corso del Secondo conflitto mondiale. Titino e gli amici bovesani arriveranno a casa soltanto un mese dopo aver percorso tutto l’itinerario un po’ a piedi, un po’ grazie al passaggio di un camion dei Molini Savigliano che rientra nella Granda. Terminerà così anche per loro una guerra lunga e imprevista. Nel ricordo di Titino Giubergia, classe 1908, abbiamo incontratoil figlio Italo che all’epoca dei fatti aveva 5 anni e che quest’anno ne compie 85. Il padre era partito come richiamato nella primavera del 1943, esattamente ottant’anni fa. Era già un uomo adulto, di 35 anni, sposato, faceva il muratore. A fine agosto sarebbe arrivato Eraldo, il fratellino di Italo. Le cose andavano bene, ma c’era la guerra. “Papà faceva parte del 2° Alpini Battaglione Monte Ischiator - spiega Italo - e si trovava in zona di guerra a Sappiane Fiume. Non ebbe tempo di tornare a casa in licenza per la nascita di mio fratello. L’8 settembre un centinaio di Alpini lasciava la caserma con il capitano in direzione Trieste. I bovesani erano dieci, ma furono catturati dai tedeschi a Opicina e, pigiati su carri bestiame, vennero trasferiti nella Germania del nord”. Titino riuscirà a buttare sui binari un foglietto con l’indirizzo di casa, raccolto da una ragazza che scriverà una cartolina a Maria per avvisarla. Tutti lo pensano morto, invece il 31 dicembre del ’43 arriva una sua lettera: sta bene, è prigioniero, ma durante il giorno va a lavorare come muratore da un privato con l’amico Giacomo (Verloc) e la sera vengono riaccompagnati al campo. Anche gli altri bovesani lavorano, chi in fabbrica, chi nei campi. Boves ha vissuto da poco la tragedia del 19 settembre 1943, con l’eccidio e la fuga dei civili nelle campagne dei dintorni. Anche mamma Maria Borello (Brusk) con i bambini scappa a San Mauro verso San Lorenzo di Peveragno. “Quel giorno ci ospitarono in una cascina di San Mauro - ricorda Italo - e mangiammo “tajarin” al latte. Vedevamo le case bruciare a Rivoira”. A fine anno il fratellino Eraldo di pochi mesi muore nella fase di allattamento forse anche a causa degli spaventi e degli strapazzi della mamma in quelle settimane. “Mio papà seppe della morte di Eraldo solo nel febbraio del 1944, così come dell’eccidio di Boves perché nella famiglia Sterling dove lavorava arrivavano i giornali italiani. Anche loro avevano due figli in guerra in Italia…” Gli Sterling vivevano a Sprockhovel, dove c’era il campo di prigionia ai confini con l’Olanda. Oggi è una cittadina di circa 25 mila abitanti nella Renania settentrionale Vestfalia, nel distretto di Amsberg zona della Ruhr. Chissà se qualcuno ricorderà ancora i prigionieri italiani. “Il gruppo fu liberato dagli Americani il 15 aprile 1945 e nell’ultima lettera che papà scrisse a mamma le chiese di avvisare le altre famiglie di Boves. Tra il 31 dicembre 1943 e il giugno 1945 si scrissero 45 lettere e cartoline postali, tenendo viva in tal modo la loro forma di vita e di speranza”. Al ritorno dalla prigionia Titino lavorò alla polveriera di Boves fino alla pensione e morì a Boves nel 1970, all’età di 62 anni. Il figlio Italo ha ricevuto nel febbraio di due anni fa in Municipio la medaglia d’onore alla memoria. Il riconoscimento, conferito dalla Prefettura in base alla legge del 2006, è stato assegnato ai cittadini italiani, militari e civili, deportati ed internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra ed ai familiari dei deceduti. Al termine della cerimonia la lettura di alcuni stralci di quelle lettere firmate familiarmente Palotu. Nella seconda lettera del 7 settembre 1943 Titino (Palotu) scrive alla moglie: “Dai connotati che mi dai di Eraldo (il figlio appena nato e che lui non conoscerà ndr) mi posso fare un’idea di come sia, e non so se sarà così, ma me lo vedo già davanti. Tutto questo però non basta: avrei piacere di vederlo, di prenderlo in braccio, di sentire il suo pianto… insomma non solo lui, ma tutti voi, chissà quando arriverà il benedetto giorno, speriamo che sia presto, in licenza o qualunque cosa sia, purchè io possa vedervi e riabbracciarvi tutti”. Nello scritto del 31 dicembre 1943: “Dove mi trovo siamo in molti di Boves. Siamo contenti di essere arrivati qui. Il mangiare non è ancora mancato, peso 72 kg il mio solito. Il nostro padrone parla bene l’italiano, è molto buono come tutta la famiglia. Ho saputo dai giornali della morte di Vassallo e dei fatti di Boves”. Dopo mesi senza posta il 27 febbraio 1944 gli arriva la notizia della morte del piccolo Eraldo: “Cara Maria, fatti coraggio e abbi pazienza. Cosa vuoi, il Signore l’ha voluto con sè…”. In molte altre lettere emerge una fede semplice, come quando scrive di aver potuto assistere dopo 7 mesi alla Messa celebrata da un cappellano italiano o di avere adempiuto al precetto pasquale. Riverserà il suo affetto sull’unico figlio Italo: “Ho visto la foto, è molto alto e sta bene, sembra un figurino”. La storia di Titino è simile a quella di tanti altri soldati italiani reduci dei campi di prigionia tedeschi, i cosiddetti Imi (Internato militare italiano) e di cui si sa ancora molto poco. Oggi questi testimoni sono tutti scomparsi per ovvie ragioni anagrafiche, compresi i dieci bovesani prigionieri con lui: Stefano Macario (du Palas); Bartolomeo Pellegrino (‘d la vidua), Bartolomeo Giuliano (‘d la Ressia); Battista Marro, Giacomo Toselli (Verloc); Giuseppe Cavallo (Putin), Settimio Giordano (osteria); Andrea Giordano (Fidel); Bartolomeo Peano di Beinette e Pietro Viale (Bambinelu) che però non partì con gli altri e morì poi in Germania per i postumi di una ferita causata da un bombardamento. Italo Giubergia sposerà poi Flavia, da cui avrà due figli, Cinzia ed Eraldo a ricordo di quel fratellino che visse pochi mesi e che papà Titino non conobbe mai. Italo Giubergia Italo Giubergia Nelle fotografie: in alto Titino Giubergia, sotto il figlio Italo, oggi 85enne.
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