cuneo
L’incipit dedicato da Iacopo da Varagine a Sant’Agnese unisce brillantemente sintesi ed efficacia, richiamando immediatamente l’attenzione su una martire cristiana di cui si intende rimarcare innanzitutto e in modo perentorio l’eccezionalità: «Agnese, giovane e piena di senno, nel tredicesimo anno di età lasciò la morte e trovò la vita. La sua giovane età risultava dagli anni, ma la maturità della sua mente era straordinaria: giovane nel corpo, ma matura nell’anima; bella nell’aspetto, ma ancor più bella nella fede». Il cliché della perfetta martire cristiana, secondo il modello reiterato della Legenda aurea, viene così rispettato in tutto e per tutto: giovane, bella, assennata e pronta a dare senza esitazione la vita per la fede. In Agnese tuttavia tutte queste caratteristiche sembrano essere portate all’ennesima potenza: giovanissima, bellissima, assennatissima, mossa da una fortissima fede. Quasi Iacopo da Varazze volesse fare di lei, sebbene le notizie al suo riguardo siano complessivamente piuttosto ridotte, una sorta di paradigma del martirio cristiano voluto con forza per corrispondere l’amore stesso di Cristo: «Chi – dirà Agnese al figlio del prefetto innamoratosi di lei e contrapponendogli l’assolutezza della sua dedizione esclusiva al Figlio di Dio fatto uomo – è più grandioso nella generosità, chi ha più forza in suo potere, chi è più bello nell’aspetto, chi più dolce nell’amore e più squisito di lui, che ha ogni grazia».
Fig. 1 - Sant’Agnese; Olio su tavola; Anonimo piemontese; Prima metà XVI secolo; Collezione privata; Roma.
Nonostante dunque la giovanissima età di Agnese, quest’ultima aveva ben chiaro che i gioielli e le ricchezze senza fine che il figlio del procuratore gli andava promettendo qualora avesse consentito di sposarlo, non erano paragonabili ai doni offerti a lei e alle altre sue vergini spose da Cristo stesso: egli infatti «le lega a sé con l’anello della fede, le veste e adorna di una gran varietà di virtù, le segna con il sangue della sua passione, le congiunge a sé con l’amore, le arricchisce dei tesori della gloria celeste». Il rifiuto da parte di Agnese delle sue profferte indusse nel giovane uno stato di infermità: egli «si mise a letto e i suoi profondi sospiri rivelarono ai medici che era malato d’amore. Il padre insistette con la ragazza, ma Agnese riaffermò di non poter tradire la promessa fatta al primo sposo». Proprio su questa immagine di fermezza della santa sembra puntare l’olio su tavola che, risalente alla prima metà del XVI secolo e attribuita a un anonimo piemontese, è attualmente conservato in una collezione privata romana (Fig. 1). Ed è forse proprio l’obiettivo che questa tavola si prefigge a sottrarre la figura di Agnese alla freschezza della sua giovinezza, per accentuarne invece la solida maturità. Certo non si tratta di una donna anziana, ma siamo ben lontani dalla tredicenne di cui ci parla la Legenda aurea. La sua posa ferma, la sostanziale immobilità del suo viso, il suo sguardo quasi altero e pronto a sostenere le sfide che l’attendono ci trasmettono l’idea di una donna pronta a tutto per testimoniare la sua fede.
Fig. 2 - Sant’Agnese; Affresco; Ignoto; Prima metà XIV secolo; Chiesa di San Domenico; Alba.
Sebbene non sia noto a quale funzione questa tavola fosse destinata, non è improbabile che sia proprio la sua sconosciuta destinazione ad aver indotto il suo ignoto autore a condensare nella rappresentazione di Agnese molti elementi della personalità della santa tramandati dalla tradizione. Emblematici in questo senso appaiono soprattutto il volume da lei tenuto nella mano sinistra aperta e l’agnello che collocato al di sopra di esso Agnese indica con la mano destra. Due elementi iconografici che, sia pure in una forma per nulla identica, trovano posto anche nella rappresentazione trecentesca di sant’Agnese collocata nella volta della chiesa di san Domenico ad Alba (Fig. 2). Contestualizzata in una serie di vele, insieme ad altre tre sante erette a emblema e simbolo del martirio, Agnese viene rappresentata come una donna in età avanzata, ormai assisa su un trono che evoca la glorificazione ottenuta col martirio. E se quest’ultimo trova eco nella tunica rossa da lei rivestita e dal colore quasi sanguigno dell’aureola che le cinge il capo, l’intento di rappresentarla ormai nella gloria celeste viene invece ribadito con forza dall’ampio manto dorato che la riveste e dal velo bianco che gli avvolge un viso ormai sereno e reso luminoso dai supplizi patiti per mantenersi fedele al suo sposo e testimoniare senza esitazioni la sua fede. Una battaglia durissima, vinta tuttavia da Agnese grazie al suo mantenere come centro della sua vita Cristo stesso.
Fig. 3 - Sant’Agnese; Affresco (particolare); Ignoto; Prima metà XIV secolo; Chiesa di San Domenico; Alba.
Proprio questo non aver mai smarrito Cristo come fulcro assoluto della propria esistenza viene reso iconograficamente dall’abbinamento tra il volume che normalmente la santa tiene in mano e l’agnello, sia che esso sia collocato sul libro stesso assunto di fatto a piedistallo (Fig. 1) sia che tra i due elementi figurativi si dia comunque un raccordo (Fig. 3). Ovviamente, mentre il volume come nel caso di altri santi rimanda al vangelo, la presenza dell’agnello ha una corrispondenza diretta con il nome di Agnese. Tra i possibili significati di quest’ultimo infatti la Legenda aurea suggerisce come primario che «Agnese derivi da agna, “agnella”, poiché fu mite e umile come un’agnella». Proprio questo rimando sembrerebbe dunque costituire la ragione principale della presenza piuttosto costante della figura dell’agnello nell’iconografia di Agnese. Una presenza che, sebbene assai simile a quella registrabile nelle rappresentazioni di Giovanni Battista, non va in alcun modo confuso con essa. Mentre infatti l’agnello nell’iconografia di Giovanni Battista evoca Cristo stesso, da lui indicato come «l’agnello di Dio» e per questo rappresentato col capo avvolto da un nimbo crucigero, in Agnese esso è un semplice agnello, da pensarsi dunque come vittima al pari della santa immolatasi per testimoniare la propria fede. Differenza confermata in entrambi gli affreschi qui considerati che, pur stabilendo un differente legame tra la santa e l’agnello, vedono quest’ultimo eretto a simbolo del sacrificio che la vergine avrebbe fatto di sé al suo unico sposo.
Fig. 4 - Martirio di Sant’Agnese (?); Affresco; Anonimo; XIV secolo; Santuario della Madonna del Carmine; Prunetto.
Questo sacrificio, in prima battuta, avrebbe visto Agnese fatta portare dal procuratore in un postribolo. Il Signore tuttavia la protesse sia rendendo i suoi capelli così folti da coprirla meglio di una veste, sia ponendo a sua custodia un angelo che, impedendo a chiunque anche solo di sfiorarla, consentì alla santa di trasformare quel luogo di peccato in luogo di preghiera. Il figlio del prefetto inoltre, entrato furente nella stanza in cui si trovava Agnese, «fu soffocato dal diavolo e morì». Nonostante il giovane venisse successivamente risuscitato dalla ragazza e il prefetto volesse proteggerla, i sacerdoti l’accusarono di essere una maga. A quel punto il prefetto, non volendo andare allo scontro coi sacerdoti, affidò Agnese al suo vicario Aspasio, che «la fece gettare in un grande fuoco». Un supplizio che, sebbene si tratti di una mera ipotesi non supportata da conferme perlomeno plausibili, potrebbe aver trovato posto nell’affresco in cui, nel Santuario della Madonna del Carmine a Prunetto (Fig. 4), ad essere rappresentata è una giovane donna, con le mani legate dietro la schiena a un palo, avvolta da un nugolo di fiamme che tuttavia sembrano solo lambirla, senza incendiarne gli abiti. Proprio come accaduto ad Agnese, le fiamme del cui rogo «cominciarono a bruciare la folla inferocita, senza neppure sfiorarla», costringendo Aspasio a farle «piantare una spada in gola: così lo sposo candido e vermiglio la consacrò a sé sposa e martire».
Sant’Agnese, lo stereotipo della perfetta martire cristiana ripreso dalla pittura cuneese tardomedievale
17 dicembre 2023
Cuneo
L’incipit dedicato da Iacopo da Varagine a Sant’Agnese unisce brillantemente sintesi ed efficacia, richiamando immediatamente l’attenzione su una martire cristiana di cui si intende rimarcare innanzitutto e in modo perentorio l’eccezionalità: «Agnese, giovane e piena di senno, nel tredicesimo anno di età lasciò la morte e trovò la vita. La sua giovane età risultava dagli anni, ma la maturità della sua mente era straordinaria: giovane nel corpo, ma matura nell’anima; bella nell’aspetto, ma ancor più bella nella fede». Il cliché della perfetta martire cristiana, secondo il modello reiterato della Legenda aurea, viene così rispettato in tutto e per tutto: giovane, bella, assennata e pronta a dare senza esitazione la vita per la fede. In Agnese tuttavia tutte queste caratteristiche sembrano essere portate all’ennesima potenza: giovanissima, bellissima, assennatissima, mossa da una fortissima fede. Quasi Iacopo da Varazze volesse fare di lei, sebbene le notizie al suo riguardo siano complessivamente piuttosto ridotte, una sorta di paradigma del martirio cristiano voluto con forza per corrispondere l’amore stesso di Cristo: «Chi – dirà Agnese al figlio del prefetto innamoratosi di lei e contrapponendogli l’assolutezza della sua dedizione esclusiva al Figlio di Dio fatto uomo – è più grandioso nella generosità, chi ha più forza in suo potere, chi è più bello nell’aspetto, chi più dolce nell’amore e più squisito di lui, che ha ogni grazia».
Fig. 1 - Sant’Agnese; Olio su tavola; Anonimo piemontese; Prima metà XVI secolo; Collezione privata; Roma.
Nonostante dunque la giovanissima età di Agnese, quest’ultima aveva ben chiaro che i gioielli e le ricchezze senza fine che il figlio del procuratore gli andava promettendo qualora avesse consentito di sposarlo, non erano paragonabili ai doni offerti a lei e alle altre sue vergini spose da Cristo stesso: egli infatti «le lega a sé con l’anello della fede, le veste e adorna di una gran varietà di virtù, le segna con il sangue della sua passione, le congiunge a sé con l’amore, le arricchisce dei tesori della gloria celeste». Il rifiuto da parte di Agnese delle sue profferte indusse nel giovane uno stato di infermità: egli «si mise a letto e i suoi profondi sospiri rivelarono ai medici che era malato d’amore. Il padre insistette con la ragazza, ma Agnese riaffermò di non poter tradire la promessa fatta al primo sposo». Proprio su questa immagine di fermezza della santa sembra puntare l’olio su tavola che, risalente alla prima metà del XVI secolo e attribuita a un anonimo piemontese, è attualmente conservato in una collezione privata romana (Fig. 1). Ed è forse proprio l’obiettivo che questa tavola si prefigge a sottrarre la figura di Agnese alla freschezza della sua giovinezza, per accentuarne invece la solida maturità. Certo non si tratta di una donna anziana, ma siamo ben lontani dalla tredicenne di cui ci parla la Legenda aurea. La sua posa ferma, la sostanziale immobilità del suo viso, il suo sguardo quasi altero e pronto a sostenere le sfide che l’attendono ci trasmettono l’idea di una donna pronta a tutto per testimoniare la sua fede.
Fig. 2 - Sant’Agnese; Affresco; Ignoto; Prima metà XIV secolo; Chiesa di San Domenico; Alba.
Sebbene non sia noto a quale funzione questa tavola fosse destinata, non è improbabile che sia proprio la sua sconosciuta destinazione ad aver indotto il suo ignoto autore a condensare nella rappresentazione di Agnese molti elementi della personalità della santa tramandati dalla tradizione. Emblematici in questo senso appaiono soprattutto il volume da lei tenuto nella mano sinistra aperta e l’agnello che collocato al di sopra di esso Agnese indica con la mano destra. Due elementi iconografici che, sia pure in una forma per nulla identica, trovano posto anche nella rappresentazione trecentesca di sant’Agnese collocata nella volta della chiesa di san Domenico ad Alba (Fig. 2). Contestualizzata in una serie di vele, insieme ad altre tre sante erette a emblema e simbolo del martirio, Agnese viene rappresentata come una donna in età avanzata, ormai assisa su un trono che evoca la glorificazione ottenuta col martirio. E se quest’ultimo trova eco nella tunica rossa da lei rivestita e dal colore quasi sanguigno dell’aureola che le cinge il capo, l’intento di rappresentarla ormai nella gloria celeste viene invece ribadito con forza dall’ampio manto dorato che la riveste e dal velo bianco che gli avvolge un viso ormai sereno e reso luminoso dai supplizi patiti per mantenersi fedele al suo sposo e testimoniare senza esitazioni la sua fede. Una battaglia durissima, vinta tuttavia da Agnese grazie al suo mantenere come centro della sua vita Cristo stesso.
Fig. 3 - Sant’Agnese; Affresco (particolare); Ignoto; Prima metà XIV secolo; Chiesa di San Domenico; Alba.
Proprio questo non aver mai smarrito Cristo come fulcro assoluto della propria esistenza viene reso iconograficamente dall’abbinamento tra il volume che normalmente la santa tiene in mano e l’agnello, sia che esso sia collocato sul libro stesso assunto di fatto a piedistallo (Fig. 1) sia che tra i due elementi figurativi si dia comunque un raccordo (Fig. 3). Ovviamente, mentre il volume come nel caso di altri santi rimanda al vangelo, la presenza dell’agnello ha una corrispondenza diretta con il nome di Agnese. Tra i possibili significati di quest’ultimo infatti la Legenda aurea suggerisce come primario che «Agnese derivi da agna, “agnella”, poiché fu mite e umile come un’agnella». Proprio questo rimando sembrerebbe dunque costituire la ragione principale della presenza piuttosto costante della figura dell’agnello nell’iconografia di Agnese. Una presenza che, sebbene assai simile a quella registrabile nelle rappresentazioni di Giovanni Battista, non va in alcun modo confuso con essa. Mentre infatti l’agnello nell’iconografia di Giovanni Battista evoca Cristo stesso, da lui indicato come «l’agnello di Dio» e per questo rappresentato col capo avvolto da un nimbo crucigero, in Agnese esso è un semplice agnello, da pensarsi dunque come vittima al pari della santa immolatasi per testimoniare la propria fede. Differenza confermata in entrambi gli affreschi qui considerati che, pur stabilendo un differente legame tra la santa e l’agnello, vedono quest’ultimo eretto a simbolo del sacrificio che la vergine avrebbe fatto di sé al suo unico sposo.
Fig. 4 - Martirio di Sant’Agnese (?); Affresco; Anonimo; XIV secolo; Santuario della Madonna del Carmine; Prunetto.
Questo sacrificio, in prima battuta, avrebbe visto Agnese fatta portare dal procuratore in un postribolo. Il Signore tuttavia la protesse sia rendendo i suoi capelli così folti da coprirla meglio di una veste, sia ponendo a sua custodia un angelo che, impedendo a chiunque anche solo di sfiorarla, consentì alla santa di trasformare quel luogo di peccato in luogo di preghiera. Il figlio del prefetto inoltre, entrato furente nella stanza in cui si trovava Agnese, «fu soffocato dal diavolo e morì». Nonostante il giovane venisse successivamente risuscitato dalla ragazza e il prefetto volesse proteggerla, i sacerdoti l’accusarono di essere una maga. A quel punto il prefetto, non volendo andare allo scontro coi sacerdoti, affidò Agnese al suo vicario Aspasio, che «la fece gettare in un grande fuoco». Un supplizio che, sebbene si tratti di una mera ipotesi non supportata da conferme perlomeno plausibili, potrebbe aver trovato posto nell’affresco in cui, nel Santuario della Madonna del Carmine a Prunetto (Fig. 4), ad essere rappresentata è una giovane donna, con le mani legate dietro la schiena a un palo, avvolta da un nugolo di fiamme che tuttavia sembrano solo lambirla, senza incendiarne gli abiti. Proprio come accaduto ad Agnese, le fiamme del cui rogo «cominciarono a bruciare la folla inferocita, senza neppure sfiorarla», costringendo Aspasio a farle «piantare una spada in gola: così lo sposo candido e vermiglio la consacrò a sé sposa e martire».