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Elena, Mauro e Carlotta: quattro anni vissuti accanto al popolo saudita e oggi il “mal di Medio Oriente”

06 novembre 2023

Cuneo

Elena Grasso, Mauro Falzone, Carlotta Falzone Il cammino che, tracciato con gli occhi della mente, alla prova del reale si dipana poi lungo altre rotte. Gli scenari soltanto immaginati che con il trascorrere dei giorni mutano, aprendosi ad orizzonti sconosciuti e schiudendosi a prospettive di senso inedite. La vita che, immersa in una realtà altra, piano piano si rinnova, mutando pelle e gemmando frutti nuovi. E mentre l’esistenza di prima via via trascolora, accanto alla nostalgia fiorisce un sentimento inatteso: l’amore per una terra lontana, diventata casa. Elena, Mauro e Carlotta sono tornati in Italia nel luglio del 2022 ma, seppur felici di aver ritrovato parenti, amici, paesaggi consueti e abitudini inveterate, da allora si sono scoperti affetti dal “mal di Medio Oriente”. Un’affezione subdola ed inaspettata, germinata nei loro cuori nei quattro anni di permanenza vissuti in Arabia Saudita. Una nuova esperienza di vita La loro avventura inizia il 5 agosto del 2018 quando, visti lavorativi alla mano, da Milano Malpensa s’imbarcano alla volta della penisola arabica. Elena Grasso, classe 1974, cardiochirurgo fino ad allora in forze all’ospedale Santa Croce e Carle di Cuneo, alla fine del 2017 aveva ricevuto un’interessante proposta lavorativa: essere “consultant” (dirigente medico) presso il “Prince Sultan Cardiac Center” di Al Hasa, provincia orientale dell’Arabia Saudita. Il contratto alle dipendenze di questo ospedale governativo avrebbe avuto la durata di un anno, con la possibilità di essere rinnovato qualora fossero stati raggiunti gli obiettivi prefissati. Memore di un’altra felice esperienza professionale vissuta all’estero nel 2014, in Kuwait, con la famiglia al seguito, Elena è subito propensa ad accettare. Anche il marito, Mauro Falzone, classe 1975, infermiere alle dipendenze dell’Azienda ospedaliera cuneese, e la figlia Carlotta, nata nel 2008, che ha appena concluso la quarta elementare, sono affascinati dalla prospettiva di poter vivere un’esperienza nuova che sappia coniugare la crescita professionale con l’arricchimento culturale. A Mauro è stato, infatti, promesso un lavoro in loco, mentre Carlotta potrà approfondire la conoscenza della lingua inglese e spalancare i suoi orizzonti su un universo sconosciuto. Bagagli alla mano, la famiglia, dunque, parte. Destinazione: Hofuf, città dell’entroterra con 1,5 milioni di abitanti, nella provincia di Al Hasa, a 150 km da Damman, affacciata sul Golfo Persico, e dalla capitale Riyad. Il Prince Sultan Cardiac Center è un polo cardiologico per bambini e adulti, punto di riferimento della zona in via di espansione. Accanto, il General Hospital. Elena si trova subito a proprio agio con i colleghi e per il nosocomio avere in forze una donna cardiochirurgo europea è motivo di prestigio. Le cose non vanno altrettanto bene per Mauro: la promessa di un impiego ricevuta non si tramuta in realtà in tempi brevi. Per poter svolgere le funzioni di infermiere nel Paese medio orientale egli dovrebbe sostenere un esame di abilitazione all’esercizio della professione presso il competente Ordine professionale locale: peccato che l’iter burocratico per potervi accedere abbia dei tempi biblici. A tutto questo si aggiunge la diversa considerazione sociale di cui il mestiere di infermiere gode in quella terra: “In Arabia Saudita - spiega Mauro - gli infermieri sono ben pagati, o meglio, percepiscono uno stipendio simile al nostro, ma del tutto esentasse. L’assistenza alla persona è, tuttavia, considerata un lavoro umile, che i sauditi svolgono solo con ruoli organizzativi, mentre accanto ai malati scendono in campo gli Indiani, i Filippini, i Pakistani. Inoltre, mentre in Europa l’infermiere ha sviluppato nel tempo una propria autonomia professionale, pur operando sempre in collaborazione con i medici, in Arabia egli può agire solo alle strette dipendenze dei dottori. Alla fine, nel luglio del 2020, in piena pandemia mondiale, seppur per una breve parentesi il lavoro è arrivato anche per me, ma l’esperienza professionale non è stata significativa, anzi. Diciamo che in Arabia io ho vissuto soprattutto un’esperienza culturale a 360°. Una possibilità che ho potuto cogliere grazie all’insistenza di mia moglie, che anche quando io ero arrabbiato e frustrato per il mio mancato impiego, non ha voluto rescindere il contratto e ha sempre continuato a credere nella bontà di questo progetto. Ed è anche grazie alla sua scelta che oggi in Italia io svolgo la mia attività come libero professionista, con grande passione”. Elena Grasso in Arabia Saudita Il contatto con il popolo saudita Carlotta, intanto, frequentava una scuola internazionale, mentre tale non era il contesto nel quale la famiglia viveva ogni giorno. “Appena arrivati - spiega Elena - ci è stata offerta una sistemazione in mezzo a tutte abitazioni saudite: dall’oggi al domani ci siamo ritrovati a vivere, unici europei, tra egiziani, sauditi, yemeniti. E questa è stata la nostra fortuna più grande. Al contrario di quello che accade alla maggior parte dei turisti che giungono in Arabia, noi abbiamo potuto venire davvero a contatto con il popolo saudita. Con il proprietario del residence in cui abitavamo si è stretto un rapporto di forte amicizia, tanto che siamo entrati a far parte della sua famiglia: nei nostri confronti hanno maturato un grande affetto, coinvolgendoci nella loro vita quotidiana e in eventi significativi come i matrimoni”. “Per me - aggiunge Mauro - Mohamed è diventato un fratello. Con loro abbiamo avuto modo di comprendere che cosa significhi per un Saudita la famiglia, il cui bene viene prima di tutto. I suoi membri vivono tutti insieme in case enormi e compito di ciascuno, nella vita, è far in modo che ci sia una continuità nel nome del nucleo. Si dà grande importanza alle persone e poco alle cose materiali”. “Il loro - continuano Elena e Mauro - è uno stile di vita semplice, essenziale. Sono liberi da sovrastrutture inutili e sono molto fatalisti, si affidano: tutto dipende dalla volontà di Allah. Questo consente loro di vivere pienamente il presente, senza preoccuparsi troppo di programmare il futuro. D’altro canto, è questo un modo di pensare anche negativo, che li deresponsabilizza, tuttavia la libertà di agire è per loro sempre mediata da Dio. È molto diverso dal nostro anche il loro atteggiamento verso la morte, che è considerata parte integrante della vita: ne hanno un’accettazione per certi versi spaventosa. E questo influenza le modalità di cura, seppur durante la pandemia lo Stato Saudita abbia applicato regole ferree e sia stato tra i primi Paesi a chiudere completamente le frontiere: per otto mesi, infatti, non siamo potuti uscire dai suoi confini”. Mauro Falzone in Arabia Saudita La condizione della donna e l’integralismo religioso A suo agio in quella nuova vita era anche la giovane Carlotta, che oggi a Cuneo frequenta la 2ª Liceo Scientifico. “Questa esperienza - racconta la ragazza - mi ha dato una grande apertura mentale e culturale. Certo, i primi mesi sono stati difficili, perché ho dovuto inserirmi a scuola con alle spalle una base minima di lingua inglese, che a gennaio 2019, però, era già migliorata. Ho frequentato classi sempre esclusivamente femminili, accanto ad alunne non solo saudite, ma provenienti anche da Siria, Egitto, Algeria. Con loro ho stretto alcune amicizie importanti e ho mantenuto un forte legame anche con alcune insegnanti, che erano tutte molto giovani ed aperte. Per tradizione, tutte le mattine alle 7 si cantava l’inno saudita; per contro, non frequentavo l’ora di religione islamica prevista quotidianamente, senza per questo essere penalizzata o essere oggetto di oltraggio”. “Nella realtà di tutti i giorni - precisa Elena - non abbiamo mai percepito l’integralismo religioso. Certo, l’unica religione ammessa è quella islamica: al proprio domicilio ciascuno può professare il proprio credo, ma fuori vigono regole rigide. Nessuno, tuttavia, ha mai cercato di convertirci”. Nemmeno la diversa condizione riservata alla donna ha condizionato troppo la vita di Elena e Carlotta in Arabia. “Dallo sviluppo in poi, - spiega Elena - le ragazze devono indossare la abaya, una lunga tunica un tempo solo di colore nero, oggi invece disponibile anche in diversi colori. Le donne possono uscire solo tra loro, mai in compagnia degli uomini. Anche in casa hanno ingressi separati e pranzano in saloni diversi. Io e Carlotta ci siamo adattate, ma non abbiamo mai avuto restrizioni. L’Arabia si sta aprendo al turismo e negli ultimi anni le donne hanno cominciato a studiare, ad essere impiegate nelle strutture pubbliche, nei grandi magazzini. Le saudite non svolgono, però, lavori umili ed alcune hanno anche incarichi di prestigio. In ospedale avevo colleghe donne, anche se le specializzande in cardiochirurgia erano pochissime”. Elena Grasso con donne saudite Carlotta Falzone con ragazze saudite Il ritorno in Italia Nel luglio del 2022 la famiglia Falzone ha fatto ritorno in Italia: “il primario che mi aveva contattato - spiega Elena, che oggi svolge la sua attività in Pronto Soccorso a Mondovì alle dipendenze di una cooperativa - si era trasferito a Damman, diventando dirigente medico responsabile dell’area est dell’Arabia Saudita, ed i presupposti iniziali erano venuti meno. In più, volevamo dare maggiori facoltà di scelta a Carlotta, che doveva iniziare la scuola superiore. Certo, qui le condizioni di vita sono migliori: abbiamo ritrovato la nostra casa, gli amici di sempre, le nostre attività. Ma ci mancano i colori, i profumi di quei luoghi, la luce, le stelle, il deserto, quella sensazione di vivere il presente, senza pensare al passato e senza dover programmare il futuro. Purtroppo è questa una forma mentis che, rientrati nel sistema occidentale, già stiamo perdendo...”. Ad evocare quotidianamente in casa l’Arabia è rimasto solo Coco, il gatto saudita che la famiglia Falzone ha portato con sé in Italia.
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