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Il Duo Bottasso è tornato a casa, per un giorno almeno

10 giugno 2023

Cuneo

Il Duo Bottasso Il Duo Bottasso sul palco del teatro Borelli a Boves (Foto Maddy Veronese) Il Duo Bottasso è formato da due giovani fratelli, Simone e Niccolò, che suonano insieme praticamente da sempre. Simone è il più grande ed è organettista (ma è anche diplomato in flauto), ha 35 anni e lavora come compositore a Rotterdam, Niccolò, di 28 anni, suonatore di violino e tromba, vive e lavora a Torino. In realtà sono di Fontanelle e il loro ritorno, dopo 10 anni circa, a esibirsi nella rassegna Mercato in musica di Boves il 20 maggio ha provocato, nonostante le allerte meteo, entusiasmo fra un folto pubblico di estimatori e compagni di strada. Simone suona l’organetto diatonico, uno strumento della musica tradizionale ma ormai ne utilizza un tipo, che ha progettato e studiato insieme al mitico fabbricante di organetti Castagnari: a 16 bassi e tre file, che gli consente possibilità armoniche del tutto superiori ai normali organetti a 8 bassi. Tutti e due sono diplomati al Conservatorio, ma hanno anche conseguito un master in musica jazz. Il loro percorso musicale quindi è estremamente ricco e complesso. Forse sarà per la loro particolare abilità nel muoversi fra mille tradizioni e sonorità ma durante il loro concerto all’auditorio Borelli avevo spesso la sensazione che non si trattasse solo di un duo ma che ci fossero altri strumenti, tale è la loro capacità di cercare delle ricchezze armoniche e delle sonorità complesse, a volte utilizzando anche ritmi, che siano battiti, suoni, la stessa voce. Ma come spiegare la loro musica? Chiedo aiuto a Simone che racconta che certamente le loro origini sono nella musica popolare, che hanno imparato tutti e due da maestri che a loro volta hanno formato un duo mitico dalle nostre parti, quello cioè di Silvio Peron e Gabriele Ferrero, ma poi hanno deciso di superare la decennale diatriba fra “i puristi” che volevano mantenere la musica tradizionale nel solco tramandato e codificato e chi pensava che fosse possibile ibridarla con altri filoni (ad esempio il rock). Lui pensa che oggi anch’essa è ormai di nicchia, non è la musica spontaneamente ascoltata dai giovani delle valli da cui è stata originata (anche se certo non mancano “Isole” dove è ancora patrimonio molto sentito) e che quindi, come i musicisti tradizionali di una volta viaggiavano e fondevano le loro esperienze con quello che ascoltavano, così loro credono giusto fare interagire la loro radici profonde con tutto quello che hanno ascoltato e amato successivamente. Così, se sono in grado perfettamente di eseguire un Courenta della Val Vermenagna all’inizio del loro concerto, formano una scaletta che è un piccolo gioiello, in cui compare anche una meravigliosa canzone sarda di Andrea Parodi (U rusaju), una bourrée dell’Auvergne, e brani di loro composizione con una tecnica di improvvisazione che ovviamente si ispira molto al jazz. Chiedo a Nicolò, il più giovane del Duo e in un certo senso quello che sembra il più tranquillo (mentre Simone quando suona si muove vorticosamente) com’è il rapporto in un duo. Spiega che, in effetti, i loro caratteri sono abbastanza complementari e il fatto di avere sempre suonato insieme rende scontata una serie di riferimenti che con un estraneo sarebbero molto più complessi. Per cui, nell’improvvisazione, aiuta decisamente il fare musica. A questo punto mi ricordo che quando Simone ha presentato il pezzo Diafonia 7 (che vuol dire Sinfonia per organetto diatonico) e ha spiegato che lo ha “scritto”, e io chiedo, un po’ ingenuamente forse, se è musica interamente scritta. Simone risponde che il pezzo è stato scritto su uno spartito, ma ha grandi margini di improvvisazione, in questo seguono la tradizione a memoria, e orale, propria della musica popolare e del jazz, e ogni volta un po’ sarà diverso, e suonando con altri c’è sempre bisogno di “prendere dei rischi” che a volte possono condurre dove non ci si aspetta, e che proprio per questo sono la parte più interessante del gioco. Oggi d’altronde - aggiunge - è già stato provato di tutto, la commistione fra folk e jazz, o con heavy metal, o con tradizioni popolari di ogni parte del mondo: il mercato della musica è talmente ampio da creare vertigini, ma proprio per questo la sperimentazione può muoversi al di là di filoni codificati cercando i propri riferimenti interiori, quelli che risuonano profondamente, volta per volta, nell’esecutore. Che in un cero senso, si reinventa una tradizione, penso io. Così se, dice Simone, ci può capitare ancora di sentire “granet” nell’ascoltare i nostri maestri suonare in un coro popolare, o, comunicare gli stessi “granet”, aggiungo io, nel cantare e suonare a Boves “Ti ricordi quel giorno di dicembre” che ricorda l’incendio e il massacro di Boves, come hanno fatto in modo magistrale il 20 all’ auditorio Borelli, è chiaro che “la loro patria è il mondo intero” e non sarà facile arrestarli nel loro percorso di ricerca. Il 16 giugno, nell’ambito della Rassegna Cunicoli di Cuneo, li potrete risentire alla Birrovia, suonare in trio insieme a un loro amico iraniano suonatore di Tar, un musicista che Simone ha conosciuto a Rotterdam e che in questi ultimi mesi è tornato a Tehrean per seguire da vicino al rivoluzione iraniana.  
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