paesi
Padre Stefano Campana è nato a Busca il 23 giugno 1939. Oggi vive a Chatillon (Aosta), nel convento dei frati Cappuccini. “I miei genitori erano di Busca. Ho un fratello e una sorella. La Busca dei miei tempi aveva pochissimo sviluppo, poche o nessuna fabbrica. Per trovare lavoro, mio fratello e mia sorella si sono trasferiti nel torinese. La mia famiglia era di modeste condizioni, ma non ho mai patito la fame”.
Le scuole?
Il mio è stato un normale curriculum di studi: elementari, medie, ginnasio e liceo (scuole all’interno dell’Ordine). Poi lo studio della Teologia. Quindi la licenza in Teologia presso la Facoltà teologica milanese e la laurea in Lettere alla Cattolica di Milano. Ho perfezionato lo studio delle lingue in Francia e in Inghilterra. Ho insegnato per anni Italiano e Latino nei Licei di Torino.
La chiamata?
Si è manifestata in maniera progressiva: frequentavo molto la chiesa (soprattutto come chierichetto), andavo sempre in oratorio e mi divertivo molto, ero attratto da come si comportavano con noi ragazzi i vicecurati di quel tempo, don Chiotti e don Salomone.
Perchè frate cappuccino?
A Busca c’era un bel convento di Cappuccini e frati giovani, studenti di Teologia. C’era una certa rivalità tra i frati e i vicecurati della parrocchia: ero diligente nel servizio in parrocchia, ma poi di nascosto andavo al convento. In più da bimbo qualcosa mi attirava: padre Ignazio, che mi seguiva di più, spesso mi faceva avere ottimi barattoli di miele! Così la mia vocazione si è consolidata...
Che incarichi ha avuto?
Per qualche anno, sono stato vicepreside nel Liceo classico Gioberti di Torino. In ambito nostro: per 20 anni circa, responsabile di una piccola fraternità di quartiere a Torino, poi per quattro volte sono stato eletto Ministro provinciale dei frati del Piemonte; inoltre per tre anni anche l’incarico dal Ministro Generale di accompagnare i frati cappuccini francesi (nella Provincia di Parigi).
Che fa un Provinciale?
È il punto di riferimento per molteplici questioni: religiose, umane, economiche, burocratiche, ecc. Soprattutto un fratello che deve accompagnare e alle volte sorreggere gli altri fratelli nel cammino dietro a Gesù, e seguendo le orme di Francesco. Compito non facile, eppure necessario.
Le piccole fraternità a Torino?
Le piccole fraternità, o fraternità di immersione, o di quartiere, sono nate a Torino alla fine degli anni Sessanta e sono state sostanzialmente tre. L’ultima a chiudere è stata quella di via Calandra/via S. Donato nel 1990. Erano nate nel periodo in cui la vita religiosa era molto separata dal mondo, e non solo in senso spaziale. L’inserimento abitativo e lavorativo in pieno ambiente cittadino, senza la difesa di mura claustrali e a contatto diretto col vivere faticoso della gente comune, aveva lo scopo principale di entrare in dialogo quotidiano con la società, di capire e dialogare. Una vita cioè meno monastica e più di condivisione. Naturalmente senza mimetizzarci, ma vivendo chiaramente la nostra scelta religiosa.
Quelle esperienze che vi hanno fatto capire?
Dalle finestre di un convento la vita si presenta in un modo, ma il contatto diretto ce ne fa vedere meglio la realtà! Anche il lavoro è stata una modalità importante di immersione: chi insegnante, chi in piccole officine o imprese artigianali, chi in imprese di pulizie. Nella società di oggi è attraverso il lavoro che si penetra maggiormente in essa.
Come è la sua giornata tipo oggi a Chatillon?
È abbastanza tranquilla (ormai ho l’età del super pensionato!). Momenti comunitari di preghiera, refezione insieme, riunioni fraterne (detti ‘capitoli locali’). Ma non siamo qui solo per noi, ma per la gente. Sono a disposizione per Messe e confessioni, siamo in ascolto di gente che bussa alla nostra porta, pratichiamo accoglienza per immigrati e ospitalità abituale per i pellegrini della Via Francigena: ne accogliamo circa 400 all’anno. E poi siamo disponibili per dare un aiuto alla chiesa locale: il parroco di Chatillon deve pensare a sei parrocchie, nei vari paesi. Cerchiamo di esse-re a servizio, secondo la nostra specificità di frati Francescani.
Padre Stefano, la fatica più grande per lei?
Oggi, per me è riuscire a convincere la gente che oltre al pane materiale, occorre anche ricercare il pane o il bene dello spirito. Più difficile di una volta.
La soddisfazione più grande?
Visitando i frati francesi, ero a Guingamp, in un conventino sperduto nella Bretagna. Dopo qualche giorno di permanenza, salutavo i frati. Mi stringe calorosamente la mano un vecchio frate e mi accorgo che una lacrima scende sulla sua barba e mi dice: ‘Un confratello è venuto da lontano, dall’Italia, per darci una mano. È commovente!’.
Un grande dolore?
Sono rimasto profondamente addolorato per la morte pressochè improvvisa di due confratelli: frate Ermanno Sibona (compagno di studi e di cammino) e frate Secondo Pastore, maestro e guida.
Il mondo di oggi?
Sono molto pensoso, perchè vedo una la società sempre più secolarizzata, non atea, ma indifferente. La religiosità pare una dimensione superata.
Cosa è importante per lei?
Sicuramente i beni dello spirito.
L’idea di morte la sfiora?
Un frate tempo fa ha fatto una graduatoria dei frati in ragione dell’età. In tale graduatoria, ormai sono il 6° o il 7° della lista... Quindi vicinissimo all’ultimo passo. Spero che nella traversata, invece di ricevere le bordate di Caronte, io possa stringere la mano di Gesù!
Dio c’è?
Ne sono sicuro! E so che ha dato la sua vita per me. Il dubbio resta a volte sul dove e come. Nella Shoah: Dio dove eri? Nel terremoto di Siria e Turchia: Dio dove eri?
Padre Stefano: “Dio c’è, ne sono sicuro, il dubbio resta a volte sul dove e sul come
15 aprile 2023
Cuneo
Padre Stefano Campana è nato a Busca il 23 giugno 1939. Oggi vive a Chatillon (Aosta), nel convento dei frati Cappuccini. “I miei genitori erano di Busca. Ho un fratello e una sorella. La Busca dei miei tempi aveva pochissimo sviluppo, poche o nessuna fabbrica. Per trovare lavoro, mio fratello e mia sorella si sono trasferiti nel torinese. La mia famiglia era di modeste condizioni, ma non ho mai patito la fame”.
Le scuole?
Il mio è stato un normale curriculum di studi: elementari, medie, ginnasio e liceo (scuole all’interno dell’Ordine). Poi lo studio della Teologia. Quindi la licenza in Teologia presso la Facoltà teologica milanese e la laurea in Lettere alla Cattolica di Milano. Ho perfezionato lo studio delle lingue in Francia e in Inghilterra. Ho insegnato per anni Italiano e Latino nei Licei di Torino.
La chiamata?
Si è manifestata in maniera progressiva: frequentavo molto la chiesa (soprattutto come chierichetto), andavo sempre in oratorio e mi divertivo molto, ero attratto da come si comportavano con noi ragazzi i vicecurati di quel tempo, don Chiotti e don Salomone.
Perchè frate cappuccino?
A Busca c’era un bel convento di Cappuccini e frati giovani, studenti di Teologia. C’era una certa rivalità tra i frati e i vicecurati della parrocchia: ero diligente nel servizio in parrocchia, ma poi di nascosto andavo al convento. In più da bimbo qualcosa mi attirava: padre Ignazio, che mi seguiva di più, spesso mi faceva avere ottimi barattoli di miele! Così la mia vocazione si è consolidata...
Che incarichi ha avuto?
Per qualche anno, sono stato vicepreside nel Liceo classico Gioberti di Torino. In ambito nostro: per 20 anni circa, responsabile di una piccola fraternità di quartiere a Torino, poi per quattro volte sono stato eletto Ministro provinciale dei frati del Piemonte; inoltre per tre anni anche l’incarico dal Ministro Generale di accompagnare i frati cappuccini francesi (nella Provincia di Parigi).
Che fa un Provinciale?
È il punto di riferimento per molteplici questioni: religiose, umane, economiche, burocratiche, ecc. Soprattutto un fratello che deve accompagnare e alle volte sorreggere gli altri fratelli nel cammino dietro a Gesù, e seguendo le orme di Francesco. Compito non facile, eppure necessario.
Le piccole fraternità a Torino?
Le piccole fraternità, o fraternità di immersione, o di quartiere, sono nate a Torino alla fine degli anni Sessanta e sono state sostanzialmente tre. L’ultima a chiudere è stata quella di via Calandra/via S. Donato nel 1990. Erano nate nel periodo in cui la vita religiosa era molto separata dal mondo, e non solo in senso spaziale. L’inserimento abitativo e lavorativo in pieno ambiente cittadino, senza la difesa di mura claustrali e a contatto diretto col vivere faticoso della gente comune, aveva lo scopo principale di entrare in dialogo quotidiano con la società, di capire e dialogare. Una vita cioè meno monastica e più di condivisione. Naturalmente senza mimetizzarci, ma vivendo chiaramente la nostra scelta religiosa.
Quelle esperienze che vi hanno fatto capire?
Dalle finestre di un convento la vita si presenta in un modo, ma il contatto diretto ce ne fa vedere meglio la realtà! Anche il lavoro è stata una modalità importante di immersione: chi insegnante, chi in piccole officine o imprese artigianali, chi in imprese di pulizie. Nella società di oggi è attraverso il lavoro che si penetra maggiormente in essa.
Come è la sua giornata tipo oggi a Chatillon?
È abbastanza tranquilla (ormai ho l’età del super pensionato!). Momenti comunitari di preghiera, refezione insieme, riunioni fraterne (detti ‘capitoli locali’). Ma non siamo qui solo per noi, ma per la gente. Sono a disposizione per Messe e confessioni, siamo in ascolto di gente che bussa alla nostra porta, pratichiamo accoglienza per immigrati e ospitalità abituale per i pellegrini della Via Francigena: ne accogliamo circa 400 all’anno. E poi siamo disponibili per dare un aiuto alla chiesa locale: il parroco di Chatillon deve pensare a sei parrocchie, nei vari paesi. Cerchiamo di esse-re a servizio, secondo la nostra specificità di frati Francescani.
Padre Stefano, la fatica più grande per lei?
Oggi, per me è riuscire a convincere la gente che oltre al pane materiale, occorre anche ricercare il pane o il bene dello spirito. Più difficile di una volta.
La soddisfazione più grande?
Visitando i frati francesi, ero a Guingamp, in un conventino sperduto nella Bretagna. Dopo qualche giorno di permanenza, salutavo i frati. Mi stringe calorosamente la mano un vecchio frate e mi accorgo che una lacrima scende sulla sua barba e mi dice: ‘Un confratello è venuto da lontano, dall’Italia, per darci una mano. È commovente!’.
Un grande dolore?
Sono rimasto profondamente addolorato per la morte pressochè improvvisa di due confratelli: frate Ermanno Sibona (compagno di studi e di cammino) e frate Secondo Pastore, maestro e guida.
Il mondo di oggi?
Sono molto pensoso, perchè vedo una la società sempre più secolarizzata, non atea, ma indifferente. La religiosità pare una dimensione superata.
Cosa è importante per lei?
Sicuramente i beni dello spirito.
L’idea di morte la sfiora?
Un frate tempo fa ha fatto una graduatoria dei frati in ragione dell’età. In tale graduatoria, ormai sono il 6° o il 7° della lista... Quindi vicinissimo all’ultimo passo. Spero che nella traversata, invece di ricevere le bordate di Caronte, io possa stringere la mano di Gesù!
Dio c’è?
Ne sono sicuro! E so che ha dato la sua vita per me. Il dubbio resta a volte sul dove e come. Nella Shoah: Dio dove eri? Nel terremoto di Siria e Turchia: Dio dove eri?