economia
Che la porzione Sud del Piemonte, primariamente l’Alessandrino ma anche il Cuneese, sebbene più protetto dalla presenza di una vera catena montuosa con le sue dinamiche di formazione e fusione del manto nevoso, fosse a rischio di gravi e crescenti problemi riferibili al cambiamento climatico, per rialzo termico e riduzione delle precipitazioni, era scritto a chiare lettere già nella prima formulazione del Piano di Tutela delle Acque della Regione Piemonte (PTA) regionale, a cura del gruppo di lavoro che lo aveva elaborato dal punto di vista scientifico e tecnico, circa vent’anni fa.
Fatta questa premessa, occorre dire che la relazione tra acqua e agricoltura è non solo fondamentale perché le piante, come gli animali e tra questi gli umani, sono esseri viventi e l’acqua ne è componente fondamentale e prevalente, ma anche perché il fabbisogno in risorsa idrica per l’agricoltura è quantitativamente di tre ordini di grandezza superiore a quello degli altri usi, e perché non del tutto ma in quota non trascurabile esso determina un vero e proprio “consumo”, ovvero una sottrazione, in un bilancio idrico a scala di bacino idrografico, per via dell’evapotraspirazione.
Diventa allora una questione cruciale, nel constatare la situazione in atto di scarsità dell’acqua, comprendere se ci si trovi in una fase di anomala, dunque occasionale, variabilità della condizione climatica che presiede alla disponibilità idrica, oppure in un nuovo e ormai definitivo assetto della risorsa che potremmo ritenere, nella sua drastica riduzione, il risultato di un processo evolutivo testardo e duraturo, come del resto si è riscontrato più volte nei secoli e millenni passati.
Se così fosse, le politiche e le misure che si dovrebbero mettere in atto, tanto più in agricoltura, si imporrebbero come alquanto radicali e di lungo respiro, di vero e proprio cambiamento per schemi operativi che consideravamo consolidati, non essendo sufficienti azioni dell’ultima ora che all’atto pratico si tradurrebbero in semplici, limitati e del tutto improduttivi aggiustamenti.
Nel Cuneese l’apporto di acqua a servizio dell’agricoltura avviene in parte tramite captazione di acque sotterranee, con pozzi di prelievo a scala aziendale o interaziendale, e più massicciamente potendo contare su un’importante rete di canali, dotata di prese da corsi d’acqua, gestita da consorzi e comprensori irrigui tra i quali, per citare solo i maggiori con superfici territoriali servite superiori a 12.000 ha, Fossanese – Braidese, Sinistra Stura, Bealera Maestra – Destra Stura, Valle Gesso.
L’infrastruttura idraulica disponibile, estesa all’intera realtà consortile, è normalmente in grado di approvvigionare efficacemente, nel suo impianto tecnologico e organizzativo, il territorio servito, a condizione che le portate dei corsi d’acqua captati siano sufficienti ad alimentare la rete rispetto all’idroesigenza stagionalmente tipica del sistema colturale presente nelle varie zone.
Le imprese agricole registrate (fonte Unioncamere) superano le ventimila, un imponente patrimonio produttivo ed economico, oltre un terzo delle aziende dell’intero Piemonte, che si esprime con maggiore intensità di presenza nei territori comunali dei centri principali: Cuneo, Mondovì, Fossano, Savigliano, Saluzzo, Alba, Bra.
La distribuzione su base provinciale delle diverse colture vede ai primi due posti foraggere permanenti e colture cerealicole, che insieme totalizzano poco meno del 70%, seguite da coltivazioni arboree-fruttifere e foraggere temporanee (insieme circa il 30%), mentre colture orticole e diverse sono quantitativamente marginali per occupazione territoriale, sebbene tutt’altro che secondarie per importanza e qualità nel rispondere alla domanda di mercato.
Come fronteggiare allora la situazione, per mantenere i livelli produttivi e reddituali in agricoltura in un’area strategica come il Cuneese, se il clima e la scarsità dell’acqua diventano fattori fortemente limitanti, fino ad essere ostili, nel considerare possibile e plausibile uno scenario di mega-siccità?.
Con senso di prudente responsabilità, la strategia suggeribile non può che combinare azioni di natura strutturale e tecnologica con politiche e pratiche evolutive e di adattamento, nella consapevolezza di uno sgradito ma possibile orizzonte di dry farming ovvero, in una razionale progressione, di scelte e pratiche colturali intrinsecamente adatte alla nuova condizione.
Alla prima categoria sono ascrivibili misure che possiamo definire materiali:
- diffusione delle tecnologie irrigue “di precisione”, efficienti nella limitazione delle perdite;
- miglioramento dell’idraulicità delle reti di adduzione (canali aperti, condotte);
- realizzazione di impianti e infrastrutture per l’impiego di acque reflue;
- realizzazione di piccoli invasi a scala aziendale o interaziendale;
- realizzazione di invasi (o sistemi di invasi) di dimensione medio-grande, multi-obiettivo.
Alla seconda un reale ammodernamento di “ciò” e di “come” si fanno le cose:
- realizzazione ed esercizio di metodi e tecnologie per il monitoraggio, la previsione e la gestione-ottimizzazione in tempo reale della risorsa idrica disponibile e utilizzata, a scala di consorzi e comprensori;
- messa a punto e attuazione di regole operative dinamiche e multi-obiettivo per i grandi invasi esistenti, in accordo con i concessionari;
- variazione dei piani colturali, con orientamento alle colture a ciclo autunnale-primaverile e caratterizzate da minore idroesigenza (misura perseguibile tramite meccanismi premianti);
- revisione del sistema di tariffazione dell’acqua irrigua, con orientamento al “pieno recupero dei costi” secondo i principi della direttiva acque UE;
- revisione proattiva delle pratiche agrarie (lavorazioni del suolo, concimazione, avvicendamento colturale), finalizzata al risparmio idrico;
- promozione/sensibilizzazione e formazione degli operatori, tramite coinvolgimento degli enti associativi.
Un’ultima considerazione: a ben vedere nessuna delle linee di azione rappresenta un atteggiamento di resistenza a una determinante come il cambiamento climatico che, estranea al nostro controllo e alla nostra volontà, ha tutte le carte in regola per imporsi alle nostre consolidate abitudini.
Esse rappresentano non una resa, anzi l’esatto contrario di una resa: una strategia di adattamento, che in agricoltura e rispetto all’essenzialità dell’acqua per le pratiche colturali è sinonimo di intelligenza e concretezza, persino di capacità creativa nel trasformare – come spesso si dice – il problema in opportunità. E chi ne sarà in grado avrà successo, secondo il principio darwiniano che, anche in chiave sociale e socioeconomica, presiede evolutivamente all’esistenza (e alla resilienza).
Siccità e agricoltura: problema sempre più grave, ma anche opportunità da affrontare con intelligenza
09 aprile 2023
Cuneo
Che la porzione Sud del Piemonte, primariamente l’Alessandrino ma anche il Cuneese, sebbene più protetto dalla presenza di una vera catena montuosa con le sue dinamiche di formazione e fusione del manto nevoso, fosse a rischio di gravi e crescenti problemi riferibili al cambiamento climatico, per rialzo termico e riduzione delle precipitazioni, era scritto a chiare lettere già nella prima formulazione del Piano di Tutela delle Acque della Regione Piemonte (PTA) regionale, a cura del gruppo di lavoro che lo aveva elaborato dal punto di vista scientifico e tecnico, circa vent’anni fa.
Fatta questa premessa, occorre dire che la relazione tra acqua e agricoltura è non solo fondamentale perché le piante, come gli animali e tra questi gli umani, sono esseri viventi e l’acqua ne è componente fondamentale e prevalente, ma anche perché il fabbisogno in risorsa idrica per l’agricoltura è quantitativamente di tre ordini di grandezza superiore a quello degli altri usi, e perché non del tutto ma in quota non trascurabile esso determina un vero e proprio “consumo”, ovvero una sottrazione, in un bilancio idrico a scala di bacino idrografico, per via dell’evapotraspirazione.
Diventa allora una questione cruciale, nel constatare la situazione in atto di scarsità dell’acqua, comprendere se ci si trovi in una fase di anomala, dunque occasionale, variabilità della condizione climatica che presiede alla disponibilità idrica, oppure in un nuovo e ormai definitivo assetto della risorsa che potremmo ritenere, nella sua drastica riduzione, il risultato di un processo evolutivo testardo e duraturo, come del resto si è riscontrato più volte nei secoli e millenni passati.
Se così fosse, le politiche e le misure che si dovrebbero mettere in atto, tanto più in agricoltura, si imporrebbero come alquanto radicali e di lungo respiro, di vero e proprio cambiamento per schemi operativi che consideravamo consolidati, non essendo sufficienti azioni dell’ultima ora che all’atto pratico si tradurrebbero in semplici, limitati e del tutto improduttivi aggiustamenti.
Nel Cuneese l’apporto di acqua a servizio dell’agricoltura avviene in parte tramite captazione di acque sotterranee, con pozzi di prelievo a scala aziendale o interaziendale, e più massicciamente potendo contare su un’importante rete di canali, dotata di prese da corsi d’acqua, gestita da consorzi e comprensori irrigui tra i quali, per citare solo i maggiori con superfici territoriali servite superiori a 12.000 ha, Fossanese – Braidese, Sinistra Stura, Bealera Maestra – Destra Stura, Valle Gesso.
L’infrastruttura idraulica disponibile, estesa all’intera realtà consortile, è normalmente in grado di approvvigionare efficacemente, nel suo impianto tecnologico e organizzativo, il territorio servito, a condizione che le portate dei corsi d’acqua captati siano sufficienti ad alimentare la rete rispetto all’idroesigenza stagionalmente tipica del sistema colturale presente nelle varie zone.
Le imprese agricole registrate (fonte Unioncamere) superano le ventimila, un imponente patrimonio produttivo ed economico, oltre un terzo delle aziende dell’intero Piemonte, che si esprime con maggiore intensità di presenza nei territori comunali dei centri principali: Cuneo, Mondovì, Fossano, Savigliano, Saluzzo, Alba, Bra.
La distribuzione su base provinciale delle diverse colture vede ai primi due posti foraggere permanenti e colture cerealicole, che insieme totalizzano poco meno del 70%, seguite da coltivazioni arboree-fruttifere e foraggere temporanee (insieme circa il 30%), mentre colture orticole e diverse sono quantitativamente marginali per occupazione territoriale, sebbene tutt’altro che secondarie per importanza e qualità nel rispondere alla domanda di mercato.
Come fronteggiare allora la situazione, per mantenere i livelli produttivi e reddituali in agricoltura in un’area strategica come il Cuneese, se il clima e la scarsità dell’acqua diventano fattori fortemente limitanti, fino ad essere ostili, nel considerare possibile e plausibile uno scenario di mega-siccità?.
Con senso di prudente responsabilità, la strategia suggeribile non può che combinare azioni di natura strutturale e tecnologica con politiche e pratiche evolutive e di adattamento, nella consapevolezza di uno sgradito ma possibile orizzonte di dry farming ovvero, in una razionale progressione, di scelte e pratiche colturali intrinsecamente adatte alla nuova condizione.
Alla prima categoria sono ascrivibili misure che possiamo definire materiali:
- diffusione delle tecnologie irrigue “di precisione”, efficienti nella limitazione delle perdite;
- miglioramento dell’idraulicità delle reti di adduzione (canali aperti, condotte);
- realizzazione di impianti e infrastrutture per l’impiego di acque reflue;
- realizzazione di piccoli invasi a scala aziendale o interaziendale;
- realizzazione di invasi (o sistemi di invasi) di dimensione medio-grande, multi-obiettivo.
Alla seconda un reale ammodernamento di “ciò” e di “come” si fanno le cose:
- realizzazione ed esercizio di metodi e tecnologie per il monitoraggio, la previsione e la gestione-ottimizzazione in tempo reale della risorsa idrica disponibile e utilizzata, a scala di consorzi e comprensori;
- messa a punto e attuazione di regole operative dinamiche e multi-obiettivo per i grandi invasi esistenti, in accordo con i concessionari;
- variazione dei piani colturali, con orientamento alle colture a ciclo autunnale-primaverile e caratterizzate da minore idroesigenza (misura perseguibile tramite meccanismi premianti);
- revisione del sistema di tariffazione dell’acqua irrigua, con orientamento al “pieno recupero dei costi” secondo i principi della direttiva acque UE;
- revisione proattiva delle pratiche agrarie (lavorazioni del suolo, concimazione, avvicendamento colturale), finalizzata al risparmio idrico;
- promozione/sensibilizzazione e formazione degli operatori, tramite coinvolgimento degli enti associativi.
Un’ultima considerazione: a ben vedere nessuna delle linee di azione rappresenta un atteggiamento di resistenza a una determinante come il cambiamento climatico che, estranea al nostro controllo e alla nostra volontà, ha tutte le carte in regola per imporsi alle nostre consolidate abitudini.
Esse rappresentano non una resa, anzi l’esatto contrario di una resa: una strategia di adattamento, che in agricoltura e rispetto all’essenzialità dell’acqua per le pratiche colturali è sinonimo di intelligenza e concretezza, persino di capacità creativa nel trasformare – come spesso si dice – il problema in opportunità. E chi ne sarà in grado avrà successo, secondo il principio darwiniano che, anche in chiave sociale e socioeconomica, presiede evolutivamente all’esistenza (e alla resilienza).