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13 luglio 2026

editoriale

Siccità: e se fosse una mega-siccità?

02 aprile 2023

Cuneo

Il torrente Maira a Savigliano, primi mesi del 2023, prima di essere prosciugato dai prelievi a monte. Il torrente Maira a Savigliano, primi mesi del 2023, prima di essere prosciugato dai prelievi a monte. Ne parliamo tutti i giorni, e se ne scrive anche molto: la scarsità, se non la mancanza in alcune situazioni, dell’acqua necessaria per l’uso umano, l’agricoltura, la produzione di energia e in genere gli impieghi industriali e la qualità del paesaggio e dell’ambiente, sta preoccupando seriamente, causata dalle condizioni climatiche degli ultimi anni, soprattutto del 2022 e, per come si presenta, anche di quest’anno. Siamo in molti, ormai, consapevoli della diminuzione delle precipitazioni per pioggia e neve, dell’aumento delle temperature e di una radiazione solare che sempre più spesso “cuoce” le foglie degli alberi prima ancora che le radici soffrano per scarsa disponibilità idrica, ma anche del fatto che l’umanità abbia la sua quota di responsabilità rispetto a tale situazione, per avere tirato troppo la corda nello sfruttare e stressare l’ambiente, e soprattutto per la sua negligenza nel prevedere che una simile situazione potesse verificarsi, nel metterla in conto e nel predisporsi a misure di adattamento. Su due aspetti vale la pena una sottolineatura, per comprendere un po’ meglio e tentare almeno in parte la correzione di un possibile perpetuarsi di quella negligenza: la caratteristica dell’invariabilità che sempre abbiamo attribuito al clima e la scala del tempo a cui dovremmo fare riferimento. Circa il primo aspetto, negli anni ’70 il professor Giovanni Tournon, un docente di rara competenza, esperienza ed eleganza nel tenere le sue lezioni, insegnava Costruzioni Idrauliche al Politecnico di Torino, e nei cenni all’idrologia, dunque allo studio delle portate dei corsi d’acqua, la disciplina in grado di fornire il principale dato di partenza nella progettazione delle opere idrauliche - gli invasi artificiali, ad esempio, ma non solo - ci spiegava come un’assunzione fosse alla base dei calcoli statistici: l’invariabilità del clima. Questa assunzione si traduceva nel fatto che, disponendo di una serie storica di dati di osservazione sufficientemente lunga - trent’anni, normalmente - i risultati derivanti dai calcoli statistici potevano essere considerati del tutto attendibili. Un criterio applicato per bacini idrografici e corsi d’acqua nello studio delle precipitazioni e delle portate, tanto di quelle ordinarie come di quelle estreme. E in effetti che 50-60 anni fa il clima fosse qualcosa di stabile era opinione comune, consolidata, da parte degli scienziati così come del grande pubblico: vedevamo la neve ad ogni inverno, pioveva in un certo modo in primavera e in un altro certo modo ad ogni presentarsi dell’autunno, e anche le temperature avevano il loro ciclo regolare, stagionale. Senza eccezioni, tutti gli anni, i nostri torrenti e fiumi mostravano portate e livelli più alti in primavera, quando la “morbida” univa gli effetti della fusione nevosa a quelli delle piogge, e in misura solitamente più gravosa in autunno solo per effetto di una piovosità duratura e a volte anche molto intensa, fino a quando arrivava il freddo e il ciclo dell’acqua rallentava, per ripartire vigoroso al rialzo termico di marzo e aprile. Il clima era dunque davvero sostanzialmente invariabile, come insegnava Tournon. Oggi quei fenomeni ciclici che conoscevamo non ci sono più, e la statistica - almeno una statistica facile e attendibile come quella che facevamo - non la possiamo fare più. Cosa esattamente stia succedendo nel clima, con il rialzo termico e le siccità ormai conclamati, è questione alla quale dobbiamo prestare una seria e diversa attenzione, con l’umiltà di chi è consapevole di non avere la verità in tasca, prima di trarre conclusioni affrettate, ma in un modo che ci aiuti a trovare le soluzioni. Il secondo aspetto riguarda come detto la scala del tempo alla quale fare riferimento, perché ciò che siamo portati a fare trattando la questione climatica, è considerare periodi di lunghezza confrontabile a quella della nostra vita, purtroppo abbastanza breve. Addirittura l’ampiezza temporale di una generazione, il tempo in cui siamo stati più produttivi, diciamo 30-40 anni che assomigliano ai trent’anni della statistica del professor Tournon. Al limite la durata delle vite nostra e dei nostri genitori-figli-nipoti nella sovrapposizione che è normalmente consentita, diciamo 70 anni. È quella la scala del tempo che ci porta a dire “la temperatura media di quest’anno rispetto alla media…” oppure “prevediamo pioggia e neve nei prossimi mesi rispetto alla media…”, ma quale media se non quella che riferiamo alla durata dei 30-40 o 70 anni?. E così diciamo cose non inesatte, ma che non sono sufficienti a comprendere pienamente, ovvero se la criticità climatica che stiamo subendo sia da riferirsi a fenomeni fisici da riferirsi a una scala del tempo più lunga, anche molto più lunga e che sfugge alla percezione e considerazione del tempo che per natura è in ognuno di noi, dunque oltre i 100 anni ma anche oltre i 200-300 anni. Se così fosse, la situazione che siamo portati a considerare anomala, straordinaria, contingente sarebbe invece, purtroppo, normale e tendente a stabilizzarsi, per cui i nostri adattamenti dovrebbero anch’essi conformarsi a una realtà delle cose che al momento tenacemente ci sforziamo di ignorare. E sarebbero adattamenti epocali, nel vero senso della parola, ma certamente da individuarsi e mettersi in atto nel tempo più breve possibile. Grafico In figura un grafico (fonte ARPA Piemonte) rappresentativo del notevole calo delle precipitazioni nel corso del 2022, linea verde scuro rispetto a linea verde chiaro, che unito ad un andamento termico contrassegnato
da un caldo prolungato ha determinato la gravosa siccità dell’anno, con effetti che purtroppo si protraggono e forse si aggravano nell’anno successivo.   Brian Fagan e Nadia Durrani, archeologi e antropologi di fama mondiale, hanno pubblicato nel davvero stupendo “Storia dei cambiamenti climatici - Lezioni di sopravvivenza dai nostri antenati” (Ed. Il Saggiatore, 2022) il loro lavoro di ricostruzione di come l’umanità, a partire dalla preistoria e in tutte le parti del mondo, si sia trovata ad affrontare situazioni climatiche ed ambientali tremendamente gravose, e come spesso, diciamo pure sistematicamente, le cosiddette “mega-siccità”, durature e maturate in progressioni di diversi decenni, unite a disattenzione, incompetenza o eccesso di volontà predatoria da parte dei centri di potere, abbiano determinato la fine o la disgregazione dei popoli, quando non siano stati attivati adattamenti sostanziali, riferiti mai ad una sola misura bensì ad un cambio di rotta organico e complessivo. Mettiamola così: è bene considerare l’ipotesi che la situazione climatica nella quale ci troviamo non sia trattabile con riferimento ad un quadro storico-statistico invariabile nel modo come lo conosciamo, né di breve periodo, e che la siccità dovuta all’effetto combinato di minori precipitazioni e aumento della temperatura possa avere le caratteristiche di una mega-siccità. Tanto meglio se poi non sarà così, ma intanto proviamo ad essere seri e responsabili, prima di scoprire che le soluzioni ci sarebbero state, ma ce le saremo lasciate dietro alle spalle. grafico In figura un grafico (da B.Fagan e N.Durrani, testo citato più avanti) rappresentativo delle variazioni termiche su lungo periodo nell’epoca corrente, gli ultimi 2000 anni, dove oltrettutto si vede come i picchi di riscaldamento siano più veloci nel presentarsi rispetto alle fasi di raffreddamento.  
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