editoriale

Lo sdoganamento della farina di grillo e il futuro vincente della cucina italiana

02 aprile 2023

Cuneo

farina di grillo La cucina italiana, per qualità e varietà, costituisce un vero e proprio patrimonio culturale apprezzato in tutto il mondo. Di questo apprezzamento, che ovviamente ha forti e positive ricadute sulle nostre esportazioni, è prova anche il negativo perpetuarsi del continuo tentativo di contraffare alcune tra le nostre produzioni gastronomiche più famose: dal parmigiano reggiano alla mozzarella di bufala campana, dal prosciutto san Daniele a quello di Parma, dal chianti al prosecco, dal pesto alla genovese al ragù alla bolognese - per limitarsi solo a qualche esempio - ciò che per le nostre cucine rappresenta un’eccellenza è divenuto non solo oggetto di improbabili imitazioni, ma anche connotato con nomi volti a evocarne proprio l’effettiva autenticità italiana. Proprio quell’autenticità della quale noi, con un minimo di oculatezza, possiamo usufruire semplicemente facendo la spesa non solo al mercato o dal negozio di fiducia, ma persino negli scaffali della grande distribuzione. Per un contesto sociale nel quale le produzioni di qualità nostrane sono a disposizione di chiunque e rappresentano l’ordinarietà di un’alimentazione la cui eccellenza è indiscutibile, la decisione dell’Unione Europea di sdoganare i grilli come nuovo alimento da introdurre sul proprio mercato è apparsa quasi una provocazione. Specie se si pensa che nelle medesime settimane la stessa istituzione europea emanava norme di fatto destinate a tradursi in una sorta di demonizzazione di vino e birra, che invece da sempre fanno parte non solo della nostra alimentazione, ma anche del nostro modo di vivere e celebrare la socialità. In ogni caso la normativa sugli insetti è chiarissima: questi ultimi infatti, d’ora in avanti, potranno essere prodotti o venduti nell’intero mercato comunitario sia congelati, sia essiccati, sia in polvere, oltre che commercializzati in forma di snack o ingredienti alimentari. La maggioranza degli Italiani non sembra aver gradito l’introduzione di questa norma. Secondo un sondaggio commissionato da Coldiretti, la novità non è piaciuta al 54% degli italiani, ha il consenso del 16%, lascia indifferente il 24% e non trova risposta nel 6%. E le levate di scudi non sono mancate nemmeno sul piano dei più diretti interessati, come ben evidenziato dal rifiuto dell’Associazione Autonoma Panificatori della Provincia di Cuneo di inserire negli impasti la farina di grillo, continuando invece a puntare sul pane tradizionale fatto con ingredienti di qualità. Queste legittime resistenze - trascurando gli aspetti patogeni del problema - col tempo finiranno però col venire probabilmente ridimensionate: a provarlo è, sempre in provincia di Cuneo, la recente nascita a Bra di una realtà aziendale creata da due giovanissimi imprenditori e finalizzata proprio alla produzione di farina di insetti; o, a Torino, la scelta di alcuni panettieri di cominciare a inserire la farina di grillo tra gli ingredienti dichiarati del loro pane. L’utilizzo di insetti in cucina non è però cosa di oggi e, se riguarda quasi certamente il nostro futuro, non è per nulla estranea al nostro passato e al nostro presente. Un passato che - ad esempio - ha visto a lungo l’alchermes, liquore particolarmente amato dalla famiglia fiorentina dei Medici e utilizzato nella creazione dell’italianissima “zuppa inglese”, ottenere il suo tipico colore rosso carminio proprio dalla polvere di un insetto: la cocciniglia. E un presente che, dopo l’esplosione dei riti dell’aperitivo e dell’apericena, vede utilizzato nella preparazione di diversi drink e cocktail proprio il colorante naturale E120: l’acido carminico, ottenuto anch’esso dall’essicazione della cocciniglia o delle sue uova. Non è però certo bastato tutto questo a cancellare l’eccellenza della cucina italiana. Che, sicuramente e nonostante la possibilità futura di utilizzo della farina di grillo introdotta dall’Europa, saprà trovare le strade giuste per garantirsi un futuro vincente.  
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